10 agosto
Beati Pietro Jo Suk e Teresa Kwon Cheon-rye
Sposi e martiri
Aggiornato il 15 settembre 2026
Origini e giovinezza dei futuri sposi
Pietro Jo Suk nacque nel corso del millesettecentottantanove a Yanggeun, nel distretto di Gyeonggi, da una famiglia di nobile lignaggio. Egli era noto anche con il nome di Myeong-su, mentre Suk era il nome assunto da adulto secondo le consuetudini della tradizione coreana. Crescendo, Pietro si distinse per una spiccata intelligenza, doti non comuni, gentilezza e una maturità precoce rispetto alla sua età. Ciononostante, influenzato dall'ambiente circostante, prese col tempo a trascurare la religione cattolica alla quale era stato educato sin dalla fanciullezza. Durante la persecuzione Shinyu del millenotaggio uno, per sfuggire al pericolo, Pietro cercò rifugio nel distretto di Gangwon presso l'abitazione di sua madre.
Teresa Kwon Cheon-rye era nata sempre a Yanggeun nel millesettecentottantaquattro ed era figlia di Francesco Saverio Kwon Il-sin. Quest'ultimo era stato uno dei primi cattolici della Corea e aveva perso la vita durante la persecuzione Sinhae del millesettecentonovantasette. La madre di Teresa era deceduta quando la bambina aveva appena sei anni, lasciandola orfana. Sin dai primi anni della sua infanzia, Teresa si distinse per una profonda virtù e per una fede incrollabile. Crescendo, ella si adoperò con gentilezza e carità per portare amore e pace all'interno della propria famiglia. La persecuzione Shinyu esplose quando Teresa aveva diciotto anni, lasciandola sola al mondo e spingendola a trasferirsi a Seul insieme a un nipote, con il fermo proposito di dedicare la propria verginità a Dio.
Il matrimonio e la vita cristiana condivisa
I parenti di Teresa andarono a farle visita facendole notare che la rigida società coreana poneva enormi ostacoli e difficoltà per una donna che desiderava vivere sola. A vent'anni, Teresa accettò la proposta dei suoi familiari e fu data in sposa a Pietro Jo Suk. Il proposito della giovane di custodire la propria verginità non era tuttavia un'idea passeggera o dettata dall'emotività. La prima notte di nozze, Teresa consegnò a Pietro una lettera nella quale gli chiedeva di poter vivere restando vergine lei e celibe lui. Pietro fu profondamente commosso dalla straordinaria determinazione di Teresa, accettò la sua proposta e in quel momento ritornò allo zelo religioso di un tempo, ricongiungendosi alla fede della sua giovinezza. La fede di entrambi i coniugi iniziò ad accrescersi giorno dopo giorno.
Pietro e Teresa trascorrevano il loro tempo dediti alla preghiera, alla proclamazione del Vangelo e alla quotidiana offerta dei propri sacrifici spirituali. Pur versando in condizioni di povertà, essi sapevano privarsi del necessario per donare l'elemosina a chi si trovava in una condizione peggiore della loro. A volte Pietro si sentiva tentato a venir meno al suo rigoroso impegno di celibato, ma trovava sempre in Teresa un sostegno sicuro e, con il suo aiuto, resisteva alla tentazione. Insieme, Pietro e Teresa aiutarono il compagno di fede Paolo Jeong Ha-sang a organizzare un difficile viaggio a Pechino con l'obiettivo di ottenere sacerdoti missionari per la Chiesa in Corea. In questo generoso operato venivano coadiuvati da Paolo Jeong Ha-sang e dalla vedova Barbara Ko.
L'arresto, la prigionia e la testimonianza suprema
Nel mese di marzo del millesettecentodiciassette, mentre Paolo Jeong Ha-sang si trovava a Pechino per la sua missione, la polizia irruppe nell'abitazione di Pietro avendo appreso che egli era cattolico. Teresa scelse di seguire Pietro volontariamente e fu immediatamente imprigionata insieme a lui e a Barbara Ko. L'ufficiale incaricato degli interrogatori utilizzò ogni mezzo possibile per costringere i prigionieri a rivelare dove si nascondessero gli altri credenti, ma non ottenne alcuna risposta. Durante uno degli interrogatori, Teresa rispose con coraggio che il Signore è il Padre di ogni essere umano e Padrone di tutte le creature, domandando come fosse possibile rinunciare a Lui o tradire Dio quando non si possono neppure perdonare coloro che tradiscono i propri genitori. Dopo ripetute torture e interrogatori estenuanti, il giudice comprese che i prigionieri non avrebbero mai cambiato idea e li rispedì in carcere.
Ogni volta che Pietro si sentiva debole e sopraffatto dallo scoraggiamento, Teresa gli stava accanto per esortarlo a restare fedele e a essere pronto a morire per Dio. Insieme a Barbara Ko, i tre rimasero rinchiusi in carcere per più di due anni in condizioni miserande, sostenuti da una fede incrollabile. In un giorno successivo al dieci agosto del millesettecentodiciannovesimo anno, precisamente il venti giugno del calendario lunare, Pietro Jo Suk, Teresa Kwon Cheon-rye e Barbara Ko furono condotti al patibolo e decapitati. Al momento dell'esecuzione capitale, Pietro aveva trent'anni e Teresa trentacinque. Un mese dopo la loro morte, ai fedeli superstiti fu concesso di prelevare i loro corpi per la sepoltura.
Le reliquie e il riconoscimento della Chiesa
Le reliquie dei martiri, tra le quali spiccava una lunga treccia dei capelli di Teresa conservata dentro un cesto, furono custodite con cura nella casa di Sebastiano Nam I-gwan. Molti fedeli che ebbero la grazia di aprire il contenitore delle reliquie affermarono di avvertire distintamente un dolce profumo. La memoria di questa famiglia allargata di testimoni della fede comprende anche i familiari: il fratello di Teresa, Sebastiano Kwon Sang-mun, era stato infatti martirizzato durante la persecuzione del millenotaggio uno. Paolo Jeong Ha-sang e Sebastiano Nam I-gwan furono in seguito canonizzati insieme ad altri centouno credenti coreani da san Giovanni Paolo II il sei maggio del millenovecentottantaquattro.
I beati Pietro Jo Suk e Teresa Kwon Cheon-rye sono stati invece inclusi nel gruppo dei centoventiquattro martiri beatificati da papa Francesco il sedici agosto del duemilaquattordici, durante il suo viaggio apostolico nella Repubblica di Corea. La tradizione ricorda inoltre che la famiglia di Teresa aveva già dato alla Chiesa la testimonianza luminosa del padre Francesco Saverio, inserito nella gloriosa schiera dei martiri coreani. La loro memoria liturgica continua a ispirare i coniugi cristiani nell'offrire la propria vita quotidiana come un autentico sacrificio d'amore e di fedeltà al Vangelo.
La vita e il martirio
Pietro Jo Suk e Teresa Kwon Cheon-rye videro la luce nell'anno 1784 a Yanggeun, in Corea, in un contesto sociale che rendeva ardua la pratica della fede cattolica. Fin dai primi anni del loro cammino comune, gli sposi compresero che la loro vocazione non si sarebbe esaurita nella vita domestica, ma avrebbe abbracciato un impegno apostolico più ampio e rischioso. Scelsero di vivere il matrimonio nel segno della castità, un dono offerto al Signore che permise loro di concentrarsi pienamente sulle necessità della Chiesa nascente. In quegli anni di persecuzione, la Chiesa coreana dipendeva dal vitale legame con Pechino per la formazione e il sostegno spirituale. Pietro e Teresa si fecero pilastri di questo impegno, lavorando con prudenza e coraggio per favorire le missioni che collegavano i fedeli coreani alla guida della Chiesa universale.
La loro dedizione non sfuggì agli occhi di chi avversava la fede. Nel mese di marzo del 1817, la loro costante testimonianza condusse all'arresto. Per oltre due anni, i due sposi furono sottoposti a una prova durissima, fatta di detenzione e sofferenze fisiche inflitte per piegare la loro volontà e indurli all'abiura. Essi tuttavia rimasero saldi nella fede, confortandosi a vicenda nel buio della prigione e offrendo le proprie sofferenze per la causa del Vangelo. Dopo il dieci agosto del 1819, il loro cammino terreno si concluse a Seul con la sentenza capitale. La decapitazione segnò la fine della loro esistenza terrena, ma aprì la porta della gloria, rendendo la loro vicenda un punto fermo nella storia della santità coreana.
Il culto dei martiri
Il ricordo dei beati Pietro Jo Suk e Teresa Kwon Cheon-rye è custodito con profonda devozione dalla Chiesa, che vede nella loro storia un esempio di come la fede possa trasformare il legame coniugale in un cammino di santità martiriale. La loro memoria è strettamente intrecciata alla grande schiera dei centoventiquattro martiri coreani, figure che hanno versato il sangue per testimoniare la verità del Vangelo in terra d'Oriente.
Il riconoscimento ufficiale della loro santità è avvenuto il sedici agosto del duemilaquattordici, per mano di Papa Francesco. Questo atto ha solennemente iscritto i nomi di Pietro e Teresa nel libro dei beati, confermando che la loro scelta di castità e il loro martirio costituiscono un patrimonio spirituale prezioso per tutta la cristianità. Oggi la loro figura invita i fedeli a riflettere sulla fedeltà ai propri impegni di fede, anche quando le circostanze della vita richiedono un sacrificio totale. Il loro culto, celebrato con particolare solennità il dieci agosto, richiama i fedeli a una preghiera costante per la Chiesa, affinché, sull'esempio di questi sposi, sappia sempre restare fedele alla parola di Dio, superando ogni prova con animo saldo e cuore colmo di speranza.
Domande frequenti
Quando si festeggia la memoria dei beati Pietro Jo Suk e Teresa Kwon Cheon-rye?
La loro memoria liturgica si celebra il dieci agosto.
Quali furono le tappe principali della loro testimonianza in Corea?
Vissero la fede coniugale nella preghiera e nella povertà, subirono oltre due anni di durissima prigionia e affrontarono il martirio per decapitazione nell'agosto del millesettecentodiciannove.