Beato Alessandro da Ceva (Ascanio Pallavicino)
Eremita camaldolese
Aggiornato il 22 luglio 2026
Le origini nobili e la formazione
Ascanio nacque il 13 gennaio 1538 nel castello di Garessio, in provincia di Cuneo, nel sedicesimo secolo. Venne alla luce come terzogenito di Giovanni Pallavicino e Caterina Scarampi, illustri marchesi di Ceva e consignori di Garessio e di Ormea. La sua famiglia vantava figure di notevole spessore morale e civile. Il primogenito si chiamava Giorgio ed era uomo di consumata bontà e morigeratezza, il quale servì come consigliere del duca Vittorio Amedeo I di Savoia. Il secondogenito si chiamava Pompeo, il quale vestì in giovanissima età l'abito di frate minore conventuale e si distinse per bontà e integerrima dottrina.
Notando la sua eccellente indole e la profonda propensione allo studio, il marchese Giovanni affidò Ascanio all'abate Galbiate da Pontremoli. Quest'ultimo, figura di grande spessore spirituale, divenne in seguito vescovo di Ventimiglia. Sotto la sua saggia guida, Ascanio portò a termine con successo i suoi studi teologici. Trasferitosi a Roma, colpì l'attenzione del cardinale Alessandro Crivelli grazie alla sua esemplare condotta e ai suoi rari talenti intellettuali e morali. Il cardinale Crivelli volle legarlo a sé e lo nominò proprio segretario. Ascanio mantenne l'impegnativo incarico di segretario per ben dieci anni, muovendosi con rettitudine negli ambienti della Curia romana.
La chiamata alla solitudine e la vita camaldolese
Nonostante la stima e le prospettive di una brillante carriera ecclesiastica mondana, il suo profondo amore per la solitudine lo spinse a rinunciare alle grandezze del mondo. Ascanio maturò il desiderio radicale di passare alla vita religiosa tra i seguaci di San Romualdo. Dopo aver superato non poche difficoltà nel convincere il cardinale presso cui prestava servizio, ottenne infine il permesso di potersi stabilire nell'abbazia di Camaldoli in Toscana. Qui vestì l'abito camaldolese e assunse il nome religioso di Alessandro, segnando l'inizio di una nuova esistenza votata alla preghiera contemplativa. Con ferma dedizione al cammino spirituale, emise la professione solenne il primo novembre 1571.
La sua fama di virtù crebbe progressivamente all'interno dell'ordine monastico. Nel 1592 fu nominato procuratore generale dell'ordine, un riconoscimento conferitogli per la sua notevole santità dei costumi, la prudenza amministrativa e la profonda dottrina. In tale veste fu inviato a Roma per trattare importanti affari riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Nella Città Eterna fu accolto con grande favore da Papa Clemente VIII, il quale era stato grande amico del cardinale Crivelli quando il pontefice stesso era cardinale. La tradizione ricorda che i camaldolesi si erano originariamente diffusi in Piemonte grazie all'opera di San Giovanni Vincenzo, fondatore della Sacra di San Michele, tracciando una via di spiritualità che Padre Alessandro avrebbe presto rinnovato.
Il ritorno in Piemonte e la prova della peste
Nel 1596 Fra' Alessandro fu eletto priore del monastero camaldolese di Santa Maria di Pozzo Strada in Torino. La carica gli conferiva la piena facoltà di ampliare il monastero ed eventualmente di erigerne di nuovi per accrescerne la comunità. Durante il suo mandato nella capitale sabauda, entrò in nobile e fruttuosa relazione con l'arcivescovo torinese monsignor Carlo Broglia. Quest'ultimo lo presentò al duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il sovrano riconobbe immediatamente i suoi distinti meriti e la sua eminente pietà, tanto da sceglierlo come proprio confessore personale e proporgli l'edificazione di un nuovo eremo nella regione.
Il nobile progetto dell'eremo fu tuttavia temporaneamente rimandato a causa della terribile peste che colpì con ferocia la città di Torino. In quel momento di estremo dolore e smarrimento, Padre Alessandro fu chiamato in prima persona ad assistere gli appestati della capitale. Diede prova di una straordinaria carità e di totale abnegazione di sé durante l'epidemia, operando senza sosta. Per la sua dedizione eroica, fu considerato da tutti come un angelo consolatore concesso dalla provvidenza divina. In quel tempo di prova, fece erigere un altare in mezzo alla contrada di Dora Grossa, l'odierna Via Garibaldi, dove celebrava la messa con grande edificazione dei cittadini desolati e bisognosi di speranza.
La fondazione dell'eremo di Pecetto e le grazie ducali
Vedendo la sofferenza del suo popolo, il duca sabaudo fece voto solenne di erigere il progettato eremo se la cittadinanza fosse stata miracolosamente liberata dal flagello. Per intercessione del cielo e per le preghiere dei giusti, la peste finalmente cessò. Tenendo fede alla promessa fatta, Carlo Emanuele ordinò al suo ambasciatore a Roma, il conte di Verrua, di ottenere dal Papa il breve apostolico per l'erezione del nuovo eremo. L'ambasciatore ottenne con successo il breve che faceva capo proprio a Padre Alessandro. Per accogliere la nuova struttura fu scelto uno dei punti più alti della collina torinese nei pressi di Pecetto. Il sito fu attentamente visitato dal duca, dall'arcivescovo Broglia e dal celebre ingegnere Ascanio Vitozzi.
Il ventuno luglio 1602 fu solennemente posta la prima pietra della chiesa dell'eremo. Alla cerimonia parteciparono attivamente il duca e i principi reali suoi figli, a testimonianza della rilevanza spirituale dell'opera. Padre Alessandro fu successivamente confermato priore del nuovo eremo ogni triennio, guidando la comunità con saggio discernimento. Il sovrano, ammirandone la grandezza d'animo, lo propose ripetutamente per le sedi episcopali di Saluzzo, Ivrea e persino per l'arcivescovato di Tarantasia. Tuttavia, con profonda e sincera umiltà, il religioso rifiutò le offerte di sedi episcopali e arrivò persino a voler rimettersi dall'incarico di confessore di Sua Altezza. Oltre a quello di Pecetto, Padre Alessandro fondò altri due eremi in terra piemontese: quello di Lanzo e quello di Belmonte presso Busca, nel Cuneese.
Il transito in cielo e il culto perenne
Nel corso della sua vita terrena, Padre Alessandro fu amico dei contemporanei papa Paolo V e San Francesco di Sales, condividendo con loro alti ideali spirituali. La sua unione con Dio era così intensa che fu sorpreso non poche volte in stato di estasi dai suoi confratelli. Morì in concetto di santità nell'eremo di Pecetto il sedicesimo giorno del mese di ottobre del 1612, carico d'anni e di meriti. Gli scritti d'archivio e l'epitaffio precisano che si spense nel Signore il giorno precedente le none di ottobre del 1612, all'età di settantaquattro anni e dopo una professione di vita eremitica durata ben quarantadue anni. Ai suoi funerali prese parte lo stesso duca Carlo Emanuele, che volle far scortare il feretro da un gran numero di cavalieri in segno di estremo rispetto.
Il suo corpo fu inizialmente sepolto nell'eremo di Pecetto innanzi all'altare maggiore. La tradizione riferisce che continuarono a verificarsi numerosi miracoli, che erano già avvenuti mentre era in vita. Trent'anni dopo la morte, il suo corpo fu ritrovato incorrotto al momento della ricognizione. Più di recente, a causa dell'incuria in cui era caduto l'antico eremo, le sue spoglie mortali sono state traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto. Molte iscrizioni mortuarie furono apposte sulla sua antica tomba, ai piedi della statua eretta in suo onore e sotto i suoi ritratti. Nelle sue stanze, Carlo Emanuele volle custodire uno dei ritratti di Alessandro. La tomba recava un'iscrizione composta dal celebre letterato milanese Don Valeriano Castiglione, monaco cassinese, che esalta la cella come cielo e la meditazione dei beni celesti, definendo il defunto fondatore dell'eremo e rettore degli eremiti. Sotto il suo ritratto si trovava inoltre un elogio che lo descriveva come institutore della Congregazione piemontese degli eremiti camaldolesi e insigne propagatore della severiore disciplina monastica.
L'eredità spirituale e la memoria liturgica
Nella sua città natale, nella cappella dell'Assunta a Garessio, il Beato Alessandro figura nobilmente con gli altri tre santi garessini, a memoria imperitura delle sue radici. Il Menologio Camaldolese lo commemora ufficialmente con il titolo di beato al 6 ottobre. Sebbene il suo culto non abbia ancora ricevuto una conferma ufficiale formale da parte della Chiesa universale tramite i processi moderni, i Praenotanda del Martyrologium Romanum del 2004 riconoscono esplicitamente che i calendari diocesani e religiosi sono versioni locali del Martirologio. Per tale ragione, è ritenuto legittimo tributare il titolo di santo o beato a personaggi che ne godono da tempo immemorabile secondo i calendari locali.
Le strutture eremitiche fondate da Alessandro in Piemonte divennero autentici centri di nuova e fiorente santità, dando alla luce una lunga schiera di anime elette. Presso l'eremo vicino a Torino si segnalano diversi venerabili, tra cui Apollinare Chioma ricordato il 27 gennaio, Franceschino Garberi il 1° febbraio, Tito de Presbyteris il 9 febbraio, Ignazio Carelli il 10 aprile, Onofrio Natta il 21 maggio, Massimo Soria il 24 maggio, Gioacchino Tubassi il 25 maggio, Basilio Nicolis de Robilant il 12 luglio, Mauro da Sabina il 20 luglio, Benedetto Pettinai il 18 agosto, Carlo Amedeo Botti il 19 agosto, Clemente Perlasco il 27 agosto, Giovanni Grisostomo Chieppi il 24 settembre, Massimino Chariers il 12 ottobre, Bonifacio Scozia il 18 novembre, Prospero Magliano il 1° dicembre e Pietro Vacca il 27 dicembre. Altri due venerabili morirono presso l'eremo di Belmonte a Busca, nel Cuneese: Giovanni Chiotassi, ricordato il 17 settembre, e Bernardino Milano, ricordato il 23 novembre.
Il cammino terreno
Ascanio Pallavicino nacque a Garessio nel millecinquecentotrentotto. Prima di giungere alla maturità monastica, il suo percorso lo portò a Roma, dove per dieci anni esercitò il ruolo di segretario del cardinale Alessandro Crivelli. Questa esperienza, vissuta negli ambienti della curia romana, costituì per lui un tempo di preparazione e di discernimento interiore. La svolta definitiva giunse nel millecinquecentettantuno, quando, sentendo il richiamo di una vita consacrata al silenzio e alla preghiera, scelse di entrare nell'ordine camaldolese, assumendo il nome di Alessandro da Ceva. La sua vita divenne allora un pellegrinaggio costante attraverso vari luoghi, tra cui Busca, sempre orientato verso la ricerca dell'assoluto.
Il momento di prova più significativo giunse durante l'epidemia di peste che flagellò Torino. In quel frangente drammatico, il monaco seppe coniugare la severità della regola camaldolese con la sollecitudine del buon samaritano, assistendo gli infermi con coraggio. La stima di cui godeva presso le autorità civili è testimoniata dall'incarico affidatogli dal duca Carlo Emanuele Primo, che lo volle come guida per la creazione di nuovi spazi di preghiera. Grazie alla sua iniziativa e alla sua dedizione, sorsero gli eremi di Pecetto, Lanzo e Belmonte, che divennero fari di spiritualità per il territorio piemontese. Alessandro da Ceva concluse il suo pellegrinaggio terreno nel milleseicentododici, spirando a Pecetto, luogo che lo aveva visto instancabile costruttore di solitudini consacrate a Dio. La sua testimonianza rimane un richiamo alla sobrietà del vivere e alla dedizione totale verso la volontà divina, vissuta nel nascondimento e nell'umiltà.
Il ricordo nella memoria della Chiesa
La figura del Beato Alessandro da Ceva è custodita con affetto e venerazione all'interno della tradizione camaldolese. Egli è commemorato come beato nel Menologio Camaldolese nel giorno sei ottobre, data che invita la comunità dei fedeli a fare memoria della sua intercessione e della sua vita spesa nel servizio di Dio e del prossimo. Sebbene non sia stato elevato agli onori degli altari attraverso un processo di canonizzazione universale, la sua santità è riconosciuta dalla vitalità dei luoghi che fondò e dallo spirito di carità che seppe testimoniare durante la sua esistenza.
Il culto che lo circonda non è fatto di clamori, ma si esprime nel silenzio di quegli eremi che ancora oggi testimoniano la tenacia di un uomo che seppe trasformare la propria vita in un'offerta gradita al Signore. Ricordarlo significa riscoprire il valore della preghiera incessante e dell'attenzione verso chi soffre, due pilastri su cui Alessandro da Ceva edificò il suo cammino di santità. La Chiesa, attraverso questa memoria liturgica, ci incoraggia a guardare alla sua vita come a un modello di fedeltà, capace di trascendere il tempo e di parlare ancora oggi al cuore di chi cerca nel silenzio il volto di Dio.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Alessandro da Ceva?
Il Beato Alessandro da Ceva si festeggia il 6 ottobre, giorno in cui viene commemorato dal Menologio Camaldolese.
Quali furono le principali fondazioni del Beato Alessandro?
Il Beato Alessandro fondò il maggiore eremo torinese presso Pecetto, oltre agli eremi di Lanzo e di Belmonte presso Busca nel Cuneese.