5 marzo
Beato Geremia da Valacchia (Giovanni) Kostistik
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il cammino verso la vita religiosa
La vicenda terrena del beato Geremia ebbe inizio nella sua terra d'origine, dove crebbe nella famiglia composta dal padre Stoika Kostist e dalla madre Margherita Barbat, entrambi dediti all'agricoltura e di condizione benestante. Fin da giovane maturò l'aspirazione di recarsi in Italia, mossa dalla convinzione che in quella terra vivessero i cristiani più esemplari del mondo. Raggiunta l'età di diciannov'anni, ricevette il consenso dei genitori e intraprese il viaggio, fermandosi temporaneamente ad Alba Iulia, in Romania, per lavorare alle dipendenze di un medico. Dopo un percorso prolungato, giunse a Bari all'età di ventidue anni, sebbene l'impatto con la realtà locale non corrispondesse alle sue aspettative. La svolta definitiva si compì durante la Quaresima del mille cinquecentosettantotto, quando arrivò a Napoli per chiedere accoglienza presso i frati cappuccini. Fu ammesso nella comunità come fratello laico, senza accedere agli Ordini sacri, e in quel momento abbandunò il nome di battesimo Ion, ovvero Giovanni, per assumere quello di fra Geremia da Valacchia. Dopo aver soggiornato in differenti conventi dell'ordine, nel mille cinquecentoundici e più precisamente nel mille cinquecentottantaquattro si stabilì stabilmente nel convento di Sant'Eframio Nuovo a Napoli, all'interno di una città governata all'epoca dalla Corona spagnola, e in quel luogo rimase per tutto il resto della sua vita.
La carità operosa e l'assistenza ai malati
All'interno della comunità religiosa e tra le strade della città, fra Geremia divenne un punto di riferimento spirituale e morale per gli emarginati, eseguendo i servizi più umili e sgradevoli. Svolse con costanza la mansione di mendicante, effettuando collette di cibo e vestiario per soccorrere i bisognosi, mentre le sue stesse abitudini alimentari divennero incerte poiché rinunciava abitualmente alla propria razione di pane e verdure per donarla agli indigenti. La sua intensa carità si affiancava a preghiere prolungate, manifestando una predilezione particolare per la recita del Pater Noster e della Salve Regina. Il tempo libero dalla questua lo dedicava interamente alla cura dei degenti nelle celle e nelle infermerie, assistendo malati terminali, persone paralizzate, individui con disturbi mentali e infermi affetti da piaghe ripugnanti. Per attenuare i cattivi odori emanati dai corpi gravemente compromessi usava erbe aromatiche, mentre per i paralizzati prestava il proprio ausilio fisico nel muovere gli arti, reagendo sempre con il sorriso alle offese verbali dei malati mentali. Un impegno particolare segnò la sua vita quando gli fu affidata la cura esclusiva di un religioso di nome fra Martino, abbandonato da tutti a causa della gravità delle sue piaghe. Fra Geremia si prese cura di lui lavandolo fino a dieci volte al giorno, mantenendo tale ritmo fino a subire un crollo fisico e psicologico causato dalla fatica e dal disgusto. Per ritrovare le forze si trasferì temporaneamente in un altro convento, ma in seguito decise di fare ritorno accanto a fra Martino, un gesto che egli stesso affermò essergli stato ispirato direttamente da Dio durante la preghiera. Rimase al suo fianco per quattro anni e mezzo, fino al decesso di fra Martino, un evento che fu accolto con sollievo da molti ma che egli pianse sinceramente, arrivando a definire quel confratello come la propria forma di ricreazione.
La fama spirituale e il culto
La straordinaria testimonianza di bontà e servizio rese fra Geremia una figura di grande autorevolezza spirituale, tanto da essere cercato e consultato da personalità di rilievo sociale e culturale. Dotti teologi giungevano a fargli visita per chiedere i suoi consigli, pur trovandosi di fronte a un fratello laico analfabeta che comunicava attraverso un linguaggio peculiare, capace di fondere elementi di italiano, rumeno e napoletano. Dopo la sua morte, avvenuta a Napoli il cinque marzo milleseicentoventicinque, la venerazione dei fedeli si manifestò in modo tumultuoso, al punto che fu necessario l'intervento dei soldati per contenere la folla radunata attorno al convento. Per evitare l'assalto dei devoti, che cercavano di vederlo, toccarlo e staccare reliquie dal suo saio fino a rendere necessaria la sostituzione dell'abito per ben sei volte, la sepoltura avvenne segretamente durante la notte. Il Martirologio lo ricorda con il nome di beato Geremia Giovanni Kostistik da Valacchia e attesta che prestò servizio agli infermi con carità e letizia per quarant'anni ininterrotti. La Chiesa ne ha solennemente riconosciuto la santità quando papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato nel millenovecento ottantatré. Oggi le sue spoglie mortali sono custodite con devozione a Napoli, all'interno della chiesa dell'Immacolata Concezione.
Il cammino di fede
La vicenda umana e spirituale di Giovanni Kostistik, divenuto poi noto come frate Geremia da Valacchia, rappresenta un pellegrinaggio fisico e interiore di grande intensità. Partito dalla natia Valacchia, il giovane Giovanni attraversò diverse località, tra cui Alba Iulia e Bari, prima di giungere alla meta definitiva della sua vocazione a Napoli. L'ingresso tra i cappuccini segnò per lui l'inizio di una dedizione assoluta, vissuta nella semplicità del saio e nel nascondimento della vita conventuale. La sua esistenza non fu segnata da grandi eventi mondani, ma dalla fedeltà quotidiana alla preghiera e al servizio verso il prossimo.
Nel convento di Sant'Eframio Nuovo, il Beato Geremia manifestò la pienezza della sua carità. La sua missione principale fu rivolta ai malati incurabili, persone segnate da sofferenze fisiche profonde e spesso isolate da ogni conforto. In questo apostolato, egli seppe coniugare la fermezza della fede con la tenerezza del cuore. Un episodio emblematico del suo stile di vita fu la premurosa assistenza prestata a fra Martino, un confratello che egli accudì con dedizione costante per quattro anni e mezzo, senza mai mostrare stanchezza o cedimento. Tale sollecitudine non era dettata dal dovere, ma da un amore sincero che vedeva nel malato il volto stesso del Signore. Questa testimonianza di carità silenziosa è giunta fino a noi come un monito prezioso sulla dignità di ogni persona, specialmente di chi si trova nella prova estrema della malattia.
La memoria del Beato
La morte del Beato Geremia, avvenuta nel milleseicentoventicinque, divenne un momento di intensa partecipazione popolare. Non appena si diffuse la notizia della sua dipartita, la popolazione di Napoli accorse in massa al convento, dando vita a un vero e proprio assalto devozionale per poter venerare le spoglie del frate che tanto aveva donato ai sofferenti. Questo moto spontaneo di popolo fu il riconoscimento immediato di una vita spesa per il bene comune.
La Chiesa ha ratificato questo legame tra il Beato Geremia e i fedeli attraverso la beatificazione celebrata da Giovanni Paolo Secondo nel millenovecentottantatré. Oggi, egli è riconosciuto come patrono degli infermi e dei derelitti, coloro che ancora oggi trovano nella sua figura un punto di riferimento spirituale. La sua intercessione è richiesta da chiunque cerchi conforto nel dolore e forza nel momento della prova, ricordandoci che la vera grandezza risiede nel servire con umiltà i fratelli più bisognosi. Il suo culto, radicato profondamente nella tradizione cappuccina, continua a parlare al cuore dei fedeli di ogni tempo.
Domande frequenti
Quando si festeggia il beato Geremia da Valacchia?
Il beato Geremia da Valacchia si festeggia il cinque marzo, giorno anniversario della sua morte avvenuta a Napoli nel milleseicentoventicinque.
Di cosa è patrono il beato Geremia da Valacchia?
I fatti forniti non menzionano alcun patronato ufficiale attribuito al beato Geremia da Valacchia.
A Napoli, beato Geremia (Giovanni) Kostistik da Valacchia, che, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, ininterrottamente per quarant’anni diede assistenza agli infermi con carità e letizia. — Martirologio Romano