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2 luglio

Beato Ignazio Choe In-cheol

Martire

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini e il primo arresto

Ignazio Choe In-cheol nacque a Seul nel corso del diciannovesimo secolo, in una data che non è stata tramandata con precisione dai documenti storici. Il padre esercitava la professione di interprete, un incarico che garantiva alla famiglia un certo inserimento nel tessuto sociale cittadino. Ignazio ebbe la grazia di apprendere i precetti del catechismo direttamente dal fratello maggiore Mattia Choe In-gil, il quale si distingueva come una delle figure di spicco tra i primi evangelizzatori coreani. Nel 1791, durante la persecuzione passata alla storia come persecuzione Sinhae, Ignazio e il fratello Mattia subirono il loro primo arresto a causa della loro adesione al cristianesimo. Durante questa prima prova, alle autorità parve opportuno concedere a Ignazio un permesso di tre giorni per fare ritorno alla propria abitazione, con il chiaro intento di indurlo all'apostasia e piegare la sua volontà. Al suo rientro nella casa di famiglia, la madre anziana e i fratelli lo supplicarono piangendo di salvarsi la vita, riuscendo infine a persuaderlo a cedere. Presentatosi nuovamente al Ministero della Giustizia, Ignazio affermò inizialmente che non avrebbe creduto al cattolicesimo, ma nello stesso contesto precisò con forza che non avrebbe mai potuto definire malvagia la religione cattolica, nemmeno a costo della vita. Dopo essere stato rimandato a casa, tuttavia, prese profonda coscienza dell'errore commesso e decise di intensificare radicalmente la propria pratica di fede.

L'opera accanto a padre Giacomo e il martirio di Mattia

Superata la prova della debolezza, Ignazio collaborò attivamente con il fratello Mattia nell'opera di assistenza spirituale e materiale agli altri fedeli della comunità. In quel tempo difficile per la missione, Mattia riuscì a trovare un riparo sicuro per il sacerdote cinese Giacomo Zhou Wen-mo, il quale rappresentava il primo presbitero a giungere in territorio coreano per pascere il gregge dei credenti. Quando la polizia imperiale si mise sulle tracce del sacerdote straniero per catturarlo, Mattia compì un gesto di estrema generosità, tentando di spacciarsi per lui pur di depistare gli agenti e guadagnare tempo prezioso. A causa di questo nobile gesto di dedizione, Mattia fu immediatamente arrestato dalle autorità e subì il martirio il ventotto giugno 1795, affrontando la morte insieme agli accompagnatori di padre Giacomo. Ignazio, rimasto orfano della guida del fratello, decise di prenderne idealmente il testimone, assumendo ruoli di grande responsabilità all'interno della comunità ecclesiale e promuovendone con slancio la diffusione. Con un atto di coraggio che rompeva con le antiche tradizioni idolatriche, eseguì il gesto di bruciare la tavoletta usata per i riti ancestrali, lo stesso atto che in precedenza era stato il motivo della condanna a morte inflitta a Paolo Yun Ji-chung. Inoltre, ogni volta che padre Giacomo Zhou si trovava in pericolo a causa delle ricerche della polizia, Ignazio si adoperava con ogni mezzo per favorirne la fuga e metterlo in salvo.

La cattura e il processo finale

All'inizio della violenta persecuzione Shinyu, Ignazio cercò rifugio nascondendosi presso l'abitazione di una zia, ma fu proprio in quel luogo sicuro che venne infine rintracciato e catturato dalle forze dell'ordine. Subì severi interrogatori e violente torture sia nella sede centrale della polizia di Seul sia all'interno del Ministero della Giustizia. Dinanzi ai suoi giudici e aguzzini mantenne ferma e incrollabile la sua posizione, dichiarando apertamente che non avrebbe mai rinnegato il cattolicesimo neppure di fronte alla morte. Rifiutò con decisione ogni ritrattazione, spiegando che la salvezza eterna derivava proprio dagli insegnamenti veritieri della dottrina cattolica. Il Ministero della Giustizia formulò contro di lui una severa condanna a morte basata su cinque distinte imputazioni ufficiali. La prima accusa riguardava l'aver disatteso la promessa formale precedentemente rilasciata di abbandonare il cattolicesimo. La seconda accusa fu quella di aver continuato a professare con fermezza la fede cattolica anche dopo la morte del fratello Mattia. La terza accusa consisteva nell'essersi dedicato attivamente alla propagazione del cattolicesimo insieme ad altri compagni di fede. La quarta accusa riguardava l'aver elogiato la grandezza della dottrina cattolica perfino durante la detenzione nella sede della polizia. La quinta e ultima accusa imputava a Ignazio l'invito pressante rivolto a padre Giacomo Zhou e il servizio reso al sacerdote in territorio coreano.

La testimonianza di sangue e la beatificazione

Il due luglio 1801, che corrispondeva al ventiduesimo giorno del quinto mese del calendario lunare, Ignazio fu condotto fuori dalle mura presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e giustiziato tramite decapitazione. Insieme a lui vennero gloriosamente martirizzati Colomba Kang Wan-suk, Susanna Kang Gyeong-bok, Matteo Kim Hyeon-u, Viviana Mun Yeong-in, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae. Ignazio Choe In-cheol e i suoi compagni di fede appartengono al vasto e luminoso gruppo di martiri guidato da Paolo Yun Ji-chung, un gruppo che include anche il fratello Mattia Choe In-gil e il sacerdote Giacomo Zhou Wen-mo. L'intero e venerabile gruppo dei martiri è stato solennemente beatificato da papa Francesco il sedici agosto 2014 a Seul, durante la sua memorabile visita apostolica compiuta in Corea del Sud per confermare i fedeli nella speranza cristiana.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Ignazio Choe In-cheol?

La sua memoria liturgica si celebra il due luglio.