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31 luglio

San Giustino De Jacobis da San Fele

Vescovo

Aggiornato il 15 settembre 2026

Dalle origini lucane alla formazione sacerdotale in Puglia

San Giustino De Jacobis nacque a San Fele, in provincia di Potenza, il 9 ottobre 1800, inserendosi in una famiglia numerosa come settimo dei quattordici figli di Giovanni Battista e Giuseppina Muccia. Intorno al 1812 la famiglia si trasferì a Napoli, forse per motivazioni di carattere economico. Nel corso del 1818, il padre carmelitano Mariano Cacace riconobbe nel giovane i segni di una speciale chiamata del Signore, indirizzandolo così verso la comunità dei missionari vincenziani. Giustino appartenne infatti stabilmente alla Congregazione della Missione di san Vincenzo de' Paoli, distinguendosi per il fervore spirituale. Proseguendo nel cammino di preparazione al sacerdozio, Giustino si spostò in Puglia per completare gli studi teologici e la formazione ecclesiale. Il diciotto giugno del 1824 ricevette l'ordinazione sacerdotale nella cattedrale di Brindisi per mano dell'arcivescovo Giuseppe Maria Tedeschi. Il neo sacerdote trascorse i suoi primi anni di ministero in terra pugliese, operando intensamente tra il 1824 ed il 1836 nelle comunità di Monopoli e Lecce, dove esercitò il suo zelo pastorale a favore dei fedeli.

Il servizio durante il colera a Napoli

Nel 1836 il sacerdote rientrò a Napoli nel pieno di una grave epidemia di colera che provocò quindicimila morti in città, dopo avere colpito il Nord e il Centro Italia e prima di fare altre stragi in Sicilia. Durante quei mesi drammatici trascorsi a Napoli, il sacerdote dimostrò un grande spirito di dedizione cristiana, curando personalmente i tantissimi malati che venivano assistiti dai confratelli vincenziani. La tradizione popolare e la memoria della città considerano che l'epidemia sia stata completamente sconfitta in coincidenza con la processione dell'Immacolata. Nella chiesa napoletana di San Nicola si conserva tuttora la venerata statua della Vergine che Giustino de Jacobis trasportò a spalla in quel tempo di tribolazione, affidando la popolazione alla protezione materna di Maria.

L'inizio della missione in Etiopia

Nel 1838 il padre vincenziano Giuseppe Sapeto aveva avviato una prima presenza missionaria ad Adua. Su sollecitazione della Congregazione di Propaganda Fide, Giustino de Jacobis, che all'epoca ricopriva l'incarico di superiore nella napoletana casa dei Vergini, arrivò in Etiopia come missionario il 13 ottobre 1839. Assunse direttamente la responsabilità pastorale della regione del Tigrè, erigendo la prima vera missione stabile con il titolo giuridico di vicariato d'Abissinia. Nel 1841 la sua opera fu affiancata dall'arrivo di due confratelli italiani, padre Lorenzo Bianchieri e Giuseppe Abbatini, con i quali condivise fatiche e speranze. Il suo campo di lavoro principale rimase concentrato nel Tigrè, con particolare riferimento ai centri di Adua e Guala. Giusto nell'intento di consolidare la presenza ecclesiale, a Guala pensò subito a formare sacerdoti etiopici indigeni, dando vita a un seminario che prese il nome di Collegio dell'Immacolata.

L'approccio ecumenico e la crescita della comunità

Il territorio in cui operava era già profondamente cristiano, caratterizzato dalla presenza di fedeli islamici e della Chiesa copta, la quale non era unita a Roma e seguiva la dottrina monofisita. Fedele a una linea di profondo rispetto, Giustino de Jacobis si avvicinò ai copti con atteggiamento di amicizia e stima, senza mai chiedere conversioni forzate ma puntando alla valorizzazione delle culture che incontrava. Arrivò persino a portare alcuni copti con sé in un viaggio significativo a Roma e in Terrasanta. Tra i membri della comunità copta che scelsero la piena comunione cattolica vi fu Ghebré Michaël, nato nel Goggiam, il quale si fece cattolico, divenne sacerdote, maestro del seminario e pubblicò una preziosa grammatica e un dizionario della lingua locale. La popolarità e la stima per il missionario crebbero ampiamente nella regione, dove veniva affettuosamente chiamato Abuna Jacob. La comunità cattolica locale registrò un notevole sviluppo, portando alla fondazione di nuovi centri missionari a Gondar, Enticciò, Guala, Alitiena, Halai, Hebo e Cheren. A conferma del buon esito della formazione locale, dal seminario di Guala uscirono nel 1852 ben quindici nuovi sacerdoti indigeni.

L'episcopato e la dura persecuzione

La crescente fioritura della comunità cattolica entrò tuttavia in forte conflitto con il vescovo copto Abuna Salama, soprattutto in seguito alla nomina vescovile dello stesso De Jacobis. Il vescovo cappuccino monsignor Guglielmo Massaia consacrò Giustino vescovo titolare di Nilopoli e vicario apostolico l'8 gennaio 1849. I contrasti con Abuna Salama divennero aperta e crudele persecuzione quando un piccolo capo locale della zona di Gondar, Kasa, riuscì a sottomettere i ras e si proclamò imperatore assumendo il nome di Teodoro secondo. Spinto direttamente dall'ostilità di Abuna Salama, l'imperatore Teodoro secondo ordinò l'arresto di De Jacobis, facendolo imprigionare insieme ai suoi sacerdoti durante la persecuzione avvenuta tra il 1855 e il 1868. Il primo sacerdote indigeno ordinato, l'abba Gebre Mikael, subì il martirio e morì di stenti in catene nel 1855. Paradossalmente, lo stesso Abuna Salama scrisse in seguito all'imperatore Teodoro secondo definendo De Jacobis un santo e chiedendo di cacciarlo anziché metterlo a morte. In conseguenza di tale persecuzione, il vescovo Giustino fu infine espulso insieme a un gruppetto di fedelissimi, subendo il dolore dell'esilio. La sua prima straordinaria esperienza missionaria si chiuse tragicamente tra la persecuzione, l'esilio e la morte.

Il transito terreno e la memoria ad Hebo

Giustino de Jacobis morì di sfinimento il 31 luglio 1860 a Eidale, nella valle Alighedé, lungo il sentiero impervio che da Massaua conduce all'altopiano, mentre cercava faticosamente di raggiungere il porto di Massaua nella zona più torrida dell'Eritrea presso Zula. Tra tutti i luoghi attraversati durante la sua lunga e faticosa vita missionaria, il villaggio di Hebo ricoprì una notevole importanza spirituale, ed è proprio lì che le sue spoglie mortali sono tuttora conservate e piamente venerate. Prima di spirare, il vescovo pronunciò parole memorabili di raccomandazione e di affetto paterno rivolte ai suoi discepoli. Disse loro che tutti avrebbero avuto parte del suo affetto e volle benedirli con tenerezza. Invitò i suoi seguaci a non piangere e a non avere timore, assicurando che, conformandosi fedelmente alle sue raccomandazioni, nessuna cosa avrebbe potuto nuocere loro. Chiese inoltre espressamente che i suoi avvisi fossero trasmessi a quanti dimoravano ad Hebo, Alitiena, Halai e Moncullo, raccomandando a tutti di ricordarsi di lui nelle preghiere. La Chiesa ha riconosciuto la santità di questi eventi attraverso la beatificazione di Ghebré Michaël nel 1926, la beatificazione di Giustino de Jacobis il 25 luglio 1939 e la sua solenne canonizzazione avvenuta il 26 ottobre 1975, durante l'anno santo, per opera di papa Paolo VI. Nello stesso anno, i vescovi etiopici scrissero una lettera a papa Paolo VI definendo Giustino De Jacobis vero padre per la Chiesa d'Etiopia. Il Pontefice ricordò la sua anticipatrice visione ecumenica, volta ad accostare i copti etiopici e i fedeli musulmani, e affermò con rammarico che l'unico vero torto di Giustino fu quello di essere troppo poco conosciuto. A Brindisi la sua memoria è viva nel titolo della parrocchiale del quartiere Bozzano, eretta canonicamente il 14 maggio 1978, e viene ricordata da una apposita epigrafe collocata all'interno della basilica Cattedrale.

Domande frequenti

Quando si festeggia San Giustino De Jacobis?

La festa liturgica di San Giustino De Jacobis si celebra il 31 luglio, giorno della sua nascita al cielo avvenuta nel 1860.

Di cosa è patrono San Giustino De Jacobis?

I documenti storici e la tradizione lo ricordano come vescovo e missionario, venerato in particolare come padre della Chiesa d'Etiopia.

Nella valle di Alighede in Etiopia, san Giustino De Iacobis, vescovo della Congregazione della Missione, che, mite e pieno di carità, si impegnò nelle opere di apostolato e nella formazione del clero locale, patendo poi la fame, la sete, le tribolazioni e il carcere. — Martirologio Romano