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22 novembre

Santi Filemone ed Appia

Sposi e martiri, discepoli di San Paolo

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini a Colosse e il contesto della Frigia

Nel primo secolo dell'era cristiana, la regione della Frigia, situata nell'Asia Minore, custodiva una vivace e complessa trama di culture e tradizioni. All'interno di questo scenario geografico e umano sorgeva la città di Colosse, luogo d'origine di Filemone, un uomo facoltoso e ragguardevole che possedeva fabbricati e schiavi. Il nome Filemone era particolarmente diffuso in tutta l'Asia Minore e nella stessa Frigia, come testimoniano numerose iscrizioni epigrafiche giunte fino a noi. Questa ricorrenza onomastica trova risonanza anche nella letteratura classica, essendo attestata da Aristofane nella sua celebre commedia Le Rane e nel mito di Filemone e Bauci narrato da Ovidio nelle Metamorfosi. La storia ricorda inoltre il commediografo greco Filemone, originario della Cilicia e vissuto tra il trecentosessantuno e il duecentosessantadue avanti Cristo. Per un curioso equivoco storico, vari scrittori bizantini come Suida e Giorgio Cedreno ritennero erroneamente Filemone originario di Rodi, confondendo i Colossesi con i Rodioti a causa del famoso colosso. Questa singolare opinione sull'origine rodia fu in seguito ripresa anche da San Francesco di Sales nel suo celebre Trattato dell'Amore di Dio. L'esistenza concreta di Filemone affondava le sue radici nella terra di Frigia, dove la sua famiglia godeva di stima e considerazione sociale. Al tempo di Teodoreto, nel quinto secolo, a Colosse si mostrava ancora ai pellegrini e ai fedeli la casa che era appartenuta a Filemone. Questa dimora non era soltanto un edificio di proprietà di un cittadino benestante, ma rappresentava il punto di riferimento spirituale e comunitario per l'intera vallata. La chiesa e la comunità di Colosse si radunavano abitualmente proprio nella casa di Filemone, trasformando uno spazio domestico in un vero e proprio santuario di comunione ecclesiale. La gestione di questa vasta casa e delle attività ad essa connesse rifletteva la condizione di un uomo maturo, inserito nel tessuto economico e sociale del suo tempo, ma pronto a mettere ogni cosa al servizio del Vangelo.

L'incontro con San Paolo e la conversione

Poiché l'apostolo San Paolo non si era recato personalmente a Colosse durante i suoi viaggi missionari, l'incontro tra il maestro e il discepolo dovette avvenire altrove. Filemone conobbe quasi certamente l'Apostolo ad Efeso oppure durante un viaggio attraverso l'interno della provincia d'Asia. La conversione e il battesimo di Filemone, avvenuti insieme a quelli dei suoi familiari, si collocano con ogni probabilità durante il lungo e fecondo ministero che Paolo svolse ad Efeso tra il cinquantaquattro e il cinquantasette. Tra Filemone e San Paolo si instaurarono rapidamente rapporti di profonda confidenza, paragonabili a quelli che legano un figlio al proprio padre, fondati su una solida e operosa condivisione di beni, opere e responsabilità spirituali. Questo legame così saldo indusse l'Apostolo, giunto il momento di intervenire su questioni delicate, a scegliere la via dell'esortazione fraterna piuttosto che quella del comando autoritario. San Paolo non esitò a chiamare Filemone suo collaboratore, ponendolo alla pari degli altri suoi più noti e provati compagni di fede nell'annuncio del Regno. Filemone aveva impiantato e diffuso il Vangelo a Colosse insieme ad Archippo, lavorando instancabilmente per la crescita della comunità. Egli si distingueva particolarmente per la sua generosità nel soccorrere e ospitare i santi e l'intera comunità colossese. Questa dedizione instancabile fa ritenere Filemone uno spirituale eccezionalmente perfetto, capace di accogliere e custodire la sublime sintesi della fede cristiana racchiusa nell'epistola che Paolo gli avrebbe indirizzato. Nel sessantatré, anno in cui l'Apostolo scrisse da Roma definendosi vecchio, Filemone aveva certamente almeno cinquant'anni. Considerando che Archippo era probabilmente suo figlio e godeva già di autorità a Colosse, avendo almeno trent'anni, si deduce che Filemone fosse più giovane di San Paolo di soli dieci o quindici anni. Per mezzo di Filemone, l'Apostolo si rivolgeva costantemente alla chiesa colossese, le cui assemblee liturgiche e di preghiera si tenevano proprio nella sua abitazione privata. La figura di Filemone emerge dunque come quella di un capo autorevole e amabile, preposto probabilmente alle varie chiese sparse nella valle del fiume Lico, compresa la vicina città di Laodicea. La sua autorità spirituale era riconosciuta e rispettata, espressione di una fede che operava incessantemente attraverso la carità.

Appia e Archippo nella comunità di Colosse

Accanto a Filemone, la tradizione e il testo biblico pongono con evidenza la figura di Appia, indicata talvolta con il nome di Affia. Ella è nominata da San Paolo fin dall'inizio della lettera a fianco dello stesso Filemone e viene solennemente salutata come sorella nella fede. L'appellativo di diletta riferito ad Appia manca nella maggioranza dei codici e delle edizioni critiche più antiche, ma risulta presente nella versione della Volgata, nella Peshitta e in numerosi codici redatti dall'ottavo secolo in poi. San Giovanni Crisostomo, Teodoreto e altri autorevoli padri della Chiesa ritennero con buon fondamento che Appia fosse la legittima moglie di Filemone, partecipe della sua vita e della sua missione domestica ed ecclesiale. Appia apparteneva certamente alla famiglia di Filemone, condividendone le scelte radicali di accoglienza e la dedizione alla causa del Vangelo. In questo nucleo familiare si inserisce anche la figura di Archippo, considerato dalla tradizione e dagli studiosi come il probabile figlio di Filemone e Appia. Archippo è nominato per ultimo tra i tre destinatari principali della lettera paolina, ma godeva di un ruolo di primissimo piano nella comunità cristiana. San Paolo lo definisce espressamente suo commilitone, investendolo di un importante ministero all'interno della chiesa colossese. Il termine greco impiegato dall'Apostolo per descrivere Archippo è un termine classico ma estremamente raro nel primo secolo, presente soltanto un'altra volta in tutto il Nuovo Testamento e negli scritti dello storico Flavio Giuseppe. Parecchi studiosi hanno ritenuto che Archippo fosse vescovo di Colosse, operando tuttavia sotto il controllo e la direzione spirituale di Filemone. Le Costituzioni Apostoliche, risalenti al quarto secolo, indicano esplicitamente Filemone come vescovo di Colosse e Archippo come vescovo della vicina Laodicea. Questa assegnazione di Archippo a Laodicea deriva probabilmente dal fatto che nel quarto capitolo della lettera ai Colossesi egli sembra incluso strettamente nella vita di quella chiesa. Paolo esorta infatti la comunità a vigilare affinché Archippo compia al meglio il ministero ricevuto nel Signore. Le antiche fonti liturgiche e i menologi greci ricordano sempre insieme questi tre membri della famiglia colossese, uniti non soltanto dai legami di sangue ma dalla comune dedizione al servizio di Cristo e dei fratelli. La loro casa era interamente a disposizione dell'Apostolo e dei suoi inviati, trasformandosi in una vera e propria chiesa domestica dove la grazia di Dio operava prodigi di conversione e di amore vicendevole.

La fuga dello schiavo Onesimo e l'incontro a Roma

All'interno di questo contesto familiare e comunitario si inserisce la vicenda drammatica e provvidenziale di Onesimo, un giovane schiavo appartenuto a Filemone. Onesimo era stato acquistato come un servo svelto e capace, ma il suo nome stesso, che in greco significa utile, celava una dolorosa incongruenza con la sua condotta iniziale. Il nome Onesimo era un nome greco che ricorreva già anticamente negli scritti dello storico Tucidide. Per ragioni che la Scodella non specifica nei dettagli, Onesimo derubò il suo padrone e si diede alla fuga. Gli schiavi fuggitivi, nel mondo romano del primo secolo, erano considerati rigorosamente fuori legge e spesso finivano per dedicarsi alla delinquenza, unendosi ad altri disperati della malavita urbana. Onesimo giunse fortunosamente a Roma, una metropoli immensa in cui confluivano avventurieri, reietti e fuggiaschi da ogni nazione dell'impero. In quello stesso periodo, tra il sessantuno e il sessantatré, l'apostolo San Paolo si trovava prigioniero nella capitale, costretto agli arresti domiciliari in un alloggio preso in affitto a sue spese. In quell'abitazione romana, nonostante la catena che lo legava, Paolo riceveva liberamente le visite di molte persone che accorrevano per ascoltare la sua parola. Onesimo, durante la sua permanenza nella casa di Colosse, aveva verosimilmente ascoltato i racconti e gli insegnamenti su Paolo che circolavano tra i familiari e i credenti. Esaurito il denaro sottratto e probabilmente braccato dalla polizia privata o dagli agenti sguinzagliati da Filemone, il giovane schiavo decise di andare a trovare Paolo nell'alloggio romano. Quella visita apparentemente disperata si trasformò in un incontro decisivo per la sua esistenza. L'Apostolo accolse il fuggiasco non con il rigore della legge terrena, ma con la sovrabbondanza della misericordia divina. Non si conosce con precisione il numero esatto delle volte in cui Onesimo fu istruito da Paolo nella fede cristiana, ma al termine di questo intenso percorso di catechesi e di conversione, l'Apostolo procedette al suo battesimo. Pur stretto in catene materiali, Paolo operò una liberazione spirituale profonda, rigenerando lo schiavo alla vita di grazia. Onesimo avrebbe potuto ripetere le parole del filosofo Diogene sul suo maestro riguardo all'essere stato reso libero nella parte più intima dell'anima. Paolo avrebbe sinceramente voluto trattenere con sé il giovane ormai cristiano e battezzato affinché lo aiutasse durante i mesi difficili della prigionia romana. Tuttavia, dal punto di vista strettamente legale, Onesimo rimaneva pur sempre uno schiavo fuggitivo di proprietà di Filemone. Per questo motivo, l'Apostolo decise di compiere un atto di straordinaria giustizia e delicatezza evangelica, rinunciando al proprio comodo per ristabilire l'ordine della carità tra i suoi figli spirituali.

La Lettera a Filemone e la richiesta di perdono

Poiché Tichico stava partendo per l'Asia per portare le disposizioni apostoliche, Paolo decise di inviare Onesimo insieme a lui alla chiesa di Colosse, affidando al giovane schiavo redento la più breve e personale delle sue lettere. La Lettera a Filemone è composta da venticinque versetti ed è ritenuta dagli studiosi come l'unica epistola paolica scritta eccezionalmente interamente di pugno dall'Apostolo stesso. Il testo verte interamente sulla figura dello schiavo redento, per il quale Paolo chiede non solo il perdono e il condono di ogni colpa passata, ma suggerisce anche delicatamente la sua manomissione e il pieno affrancamento. La questione dello schiavo fuggito non viene trattata come un affare puramente privato tra padrone e servo, ma viene elevata alla luce della fede e della morale cristiana. Onesimo era diventato per Paolo un fratello carissimo e fedele, un figlio generato spiritualmente proprio nel tempo dei ceppi. Attraverso le parole della lettera, l'Apostolo pone le basi giuridiche e spirituali per la manomissione del discepolo. Nelle province greche, la liberazione degli schiavi avveniva spesso attraverso forme non solenni che furono poi accolte e assimilate dal diritto romano. La manomissione inter amicos rappresentava la forma più semplice e spontanea, in cui il padrone dichiarava pubblicamente di liberare il proprio servo in presenza di testimoni e amici. Paolo ricorda a Filemone che egli possiede ormai Onesimo nel diritto nuovo e più profondo della vita in Cristo, un legame assai più forte e duraturo di quello garantito dal possesso materiale. L'Apostolo si definisce incatenato per Cristo Gesù e si unisce al fratello Timoteo come intestatario della missiva, menzionando inoltre Epafra, suo concaptivo in Cristo, insieme ai collaboratori Marco, Aristarco, Demas e Luca. Questi stessi nomi compaiono anche nella contemporanea Epistola ai Colossesi, confermando la stretta connessione temporale e geografica tra i due scritti, redatti entrambi al termine della biennale prigionia romana nella primavera del sessantatré. La lettera è strutturata in un prologo, nel corpo della trattazione e in un epilogo colmo di affetto. Paolo sa perfettamente che Filemone leggerà il testo durante la sinassi liturgica che si tiene regolarmente nella sua casa, davanti all'intera comunità radunata. L'Apostolo loda la carità e la fede che Filemone dimostra verso il Signore Gesù e verso tutti i santi, sottolineando come la sua generosità abbia ristorato le viscere dei fratelli. Con una delicata paronoscopia fondata sul significato del nome Onesimo, Paolo trasforma l'antica disutilità del servo in una risorsa preziosa per il regno di Dio. Egli chiede a Filemone di accogliere il giovane non più come uno schiavo, ma come un fratello diletto, arrivando persino a promettere di tasca propria il rimborso di qualsiasi danno o debito causato dalla fuga. Paolo si impegna a scrivere questa promessa di proprio pugno, suggellando la richiesta con la certezza che il suo discepolo farà persino oltre quanto gli viene domandato.

La visione cristiana della libertà e dell'uguaglianza

Il gesto compiuto da San Paolo nel rinviare Onesimo al suo padrone non significava in alcun modo una consacrazione o una legittimazione dell'istituto disumano della schiavitù. Seguendo l'esempio di Gesù Cristo, il quale aveva sacrificato la propria sovranità assumendo la condizione di servo e subendo la morte infame della croce, l'Apostolo si astiene da pose demagogiche o rivoluzionarie esterne. Egli sa che la vera e unica libertà consiste nella vita interiore nascosta con Cristo in Dio, una dimensione che le potenze terrene non possono né dare né togliere. Di fronte alla schiavitù spirituale redenta dal sangue prezioso del Redentore, le oppressioni esteriori perdono il loro potere assoluto. Paolo stesso aveva vissuto a lungo nella schiavitù formale della lettera della Legge, incapace di affrancare veramente l'uomo dal peccato, prima di convertirsi allo Spirito del Signore. La fede che unisce a Gesù e il sacramento del Battesimo elevano il credente al di sopra delle vicende puramente umane, annullando le distanze sociali imposte dalle prepotenze egoistiche. Chi è chiamato dal Signore trovandosi nella condizione di schiavo diventa il liberto del Signore, mentre chi è chiamato da libero diventa lo schiavo di Cristo. I cristiani sono stati comprati a caro prezzo dal Redentore e non devono diventare schiavi degli uomini. Il più meschino tra i servitori di Cristo risulta essere, in questa prospettiva spirituale, il più libero degli uomini sulla terra. La libertà conclamata dagli uomini abbandonati alle proprie passioni viene definita dalla predicazione apostolica come una delle più obbrobriose degenerazioni oppressive. La libertà autentica appartiene esclusivamente a colui che è morto all'uomo vecchio, crocifiggendosi insieme a Gesù per risorgere a vita nuova ed eterna. In Cristo non esiste più alcuna distinzione discriminatoria tra Giudeo e pagano, né alcuna differenza sociale tra schiavo e libero, poiché tutti costituiscono una sola persona mistica. La visione cristiana si apre anzitutto ai poveri, ai sopraffatti dai potenti, agli umiliati e agli offesi di ogni tempo. Questa impostazione radicale era destinata a spezzare in breve tempo le esteriori catene legali, ponendo le premesse storiche per l'affrancamento universale della dignità umana. Il cristianesimo rimane l'unica via autentica che ha liberato l'uomo dalla schiavitù del mondo, dei privilegi egoistici e dall'assoggettamento alla carne e alla morte. Anche quando la prepotenza umana continua ad imperversare illegalmente, lo Spirito del Signore soffia dove vuole, ricordando che i figli di Dio sono tutti uguali davanti al supremo Giudice.

L'epilogo della vita e il martirio a Colosse

Nel finale della sua lettera, San Paolo annunzia come altamente probabile la propria venuta in casa di Filemone, sperando di poter raggiungere Colosse poco dopo il rientro di Onesimo. L'Apostolo chiede espressamente al suo discepolo di preparargli un'ospitalità adeguata, confidando di poter essere liberato grazie alle preghiere della comunità. Queste norme e attenzioni relative all'ospitalità cristiana richiamano da vicino le prescrizioni conservate in antichi testi liturgici come la Didaché. Non possediamo notizie certe nei documenti storici per stabilire se questo generoso progetto di viaggio si sia effettivamente realizzato prima della conclusione del terrena pellegrinaggio dell'Apostolo. Nel corso dei secoli, la figura e l'opera di Filemone hanno continuato ad affascinare i lettori e i teologi per la loro ineguagliabile forza morale. Nel diciannovesimo secolo, studiosi come Frederic William Farrar istituirono un celebre paragone tra la lettera paolina e le epistole scritte da Plinio il Giovane a Sabiniano in circostanze simili, concludendo per l'inconfondibile originalità e la superiorità schiacciante dello scritto cristiano. Erasmo da Rotterdam, già nel Cinquecento, arrivò ad affermare che questa lettera supera persino gli scritti di Cicerone per la sua penetrante e irresistibile suasività. Il merito storico e spirituale della conservazione di questo tesoro epistolare spetta anzitutto a Filemone e alla sua fedele famiglia, che custodirono gelosamente le parole dell'Apostolo. La lettera è menzionata esplicitamente dal Canone Muratoriano risalente al secondo secolo, accanto alle tre lettere pastorali, ed è stata vigorosamente rivendicata nella sua autenticità dai più importanti critici moderni. La tradizione concorde dei martirologi latini e dei menologi greci tramanda che la vita terrena di questi insigni discepoli si concluse con la testimonianza suprema del sangue. Filemone, sua moglie Appia, il loro collaboratore Archippo e il servo convertito Onesimo furono arrestati, perseguitati e infine martirizzati insieme nella loro città di Colosse durante le persecuzioni anticristiane. Il martirologio romano fissa la loro solenne commemorazione liturgica al ventidue novembre di ogni anno. In quel giorno la Chiesa fa memoria di questi sposi e martiri che seppero trasformare la propria casa in una chiesa domestica, accogliendo il Vangelo fino alle sue estreme e luminose conseguenze. La loro testimonianza rimane un faro per le famiglie cristiane, chiamate a vivere la comunione fraterna, l'ospitalità generosa e la fedeltà incondizionata a Cristo Signore, vincendo ogni barriera terrena attraverso la forza invincibile della carità.

Domande frequenti

Quando si festeggia Santi Filemone ed Appia?

La memoria liturgica dei Santi Filemone ed Appia si celebra il ventidue novembre nei martirologi latini e nei menologi greci.

Dove vissero Santi Filemone ed Appia?

Santi Filemone ed Appia vissero a Colosse, in Frigia, dove la loro abitazione fungeva da centro di ritrovo per la comunità cristiana locale.

Commemorazione di san Filemone di Colossi, della cui carità per Cristo Gesù si rallegrò san Paolo Apostolo; è venerato insieme a sua moglie santa Affia. — Martirologio Romano