1 agosto
Santi Maccabei, Sette fratelli
Martiri
Aggiornato il 15 settembre 2026
Le fonti storiche e il contesto della persecuzione
La storia dei Santi Sette fratelli Maccabei e della loro madre è narrata nel Secondo libro dei Maccabei, un testo che costituisce un riassunto della storia redatto in greco. L'autore di questo prezioso resoconto fu Giasone, un giudeo di Cirene vissuto nel secondo secolo avanti Cristo. Gli studi storici collocano la stesura dell'opera di Giasone poco dopo il 160 avanti Cristo. Il testo biblico narra la dura persecuzione subita dai Giudei fedeli ad opera del re Antioco IV Epifane. La Bibbia non fornisce i nomi dei sette fratelli e della madre, né indica con precisione il luogo esatto in cui si svolse il drammatico martirio, sebbene la tradizione comune delle Chiese d'Oriente e d'Occidente ammetta generalmente che i fatti si compirono ad Antiochia in Siria. La Bibbia non precisa nemmeno la data esatta del martirio, che viene tuttavia ipotizzata forse al 168 a Gerusalemme, mentre la data di morte è indicata tradizionalmente nel 168 avanti Cristo. Il nome di Maccabei è dato ai sette fratelli soltanto dal libro che ne tramanda la memoria. All'interno della stessa persecuzione si colloca la figura di sant'Eleázaro, uno degli scribi più stimati. Sant'Eleázaro era un uomo di età avanzata e, durante la persecuzione ordinata da Antioco Epifane, si rifiutò con fermezza di cibarsi di carne proibita per avere salva la vita. Egli preferì una morte gloriosa a una vita ignominiosa, precedendo di buon grado gli altri al supplizio e lasciando alla comunità dei credenti un mirabile esempio di virtù. Il capitolo sesto del libro biblico narra proprio il martirio di sant'Eleázaro, mentre il capitolo settimo descrive dettagliatamente il sacrificio dei sette fratelli e della madre. Questa narrazione del capitolo settimo viene ripresa e assai ampliata nell'apocrifo Quarto libro dei Maccabei.
Il martirio e la testimonianza dei sette fratelli
Sette fratelli furono arrestati insieme con la madre per ordine del re Antioco Epifane ed essi furono costretti a prendere le carni proibite di porco. Uno dei fratelli si fece portavoce di tutti rifiutando con decisione di trasgredire le leggi paterne ed esprimendo la chiara disponibilità a morire per la fede. Di fronte a questo fiero rifiuto, il re comandò di far arroventare padelloni e caldaie e ordinò ai carnefici di tagliare la lingua, scorticare il capo e mutilare le estremità al coraggioso fratello portavoce. Gli altri fratelli e la madre assistettero con inerme dolore alle atroci torture. Il primo fratello fu gettato sul fuoco ancora respirando dopo essere stato completamente mutilato. Subito dopo, il secondo fratello fu condotto al ludibrio e subì lo stesso supplizio del primo. Prima di morire, il secondo fratello trovò la forza di affermare che il Re del mondo avrebbe fatto risorgere all'eterna risurrezione coloro che erano morti per le sue divine leggi. Il terzo fratello mise fuori subito la lingua e stese le mani con coraggio e fierezza, dichiarando di aver ricevuto le membra dal cielo e di sperare fermamente di riaverle da Dio. Il quarto fratello fu martirizzato con le medesime torture e, sul punto di morire, affermò che era preferibile morire per mano degli uomini avendo da Dio la sicura speranza della risurrezione, negandola invece all'empio sovrano. Il quinto fratello fu condotto alla tortura e, fissando il re negli occhi, dichiarò che Dio non aveva affatto abbandonato la loro razza, avvertendo il tiranno che la potenza divina avrebbe tormentato lui e i suoi discendenti. Il sesto fratello subì una sorte simile, affrontando la prova con uguale fortezza d'animo.
Il coraggio della madre e la conclusione della prova
Rimasto in vita il più giovane, il re Antioco cercò di piegarlo supplicandolo con parole e giuramenti di abbandonare le patrie leggi. Il re promise al giovane di renderlo ricco, invidiabile, suo amico e di affidargli importanti uffici governativi. Il giovane non prestò tuttavia alcuna attenzione alle offerte del re. Allora il re chiamò la madre, esortandola a consigliare il figlio sulla via della salvezza terrena. Dopo vari ammonimenti, la madre finì per accettare di persuadere il figlio, ma lo fece con intenzione ben diversa. La madre si chinò sul giovane e parlò nella lingua paterna, usando espressioni di nobile scherno nei confronti del tiranno. La madre invitò il figlio a ricordare il seno che lo ha portato e l'educazione ricevuta, esortandolo a guardare il cielo e la terra per comprendere che Dio ha creato tutto dal nulla e che l'umanità intera ha la stessa origine. La madre chiese al figlio di non temere il carnefice, di accettare la morte con serenità e di mostrarsi degno dei fratelli per poter essere tutti riabbracciati nella misericordia divina. Il giovane interruppe la madre dichiarando ad alta voce di obbedire al precetto della legge data dai padri tramite Mosè. Il giovane disse al re che, essendo egli l'inventore del male contro gli Ebrei, non sarebbe sfuggito alle mani di Dio. Egli attribuì le sofferenze ai loro peccati e alla breve ira del Dio vivente per un fine di castigo e correzione, affermando tuttavia che Dio si sarebbe di nuovo riconciliato con i suoi servi. Il giovane ammonì l'empio re a non esaltarsi vanamente e a non credere di poter sfuggire al giudizio di Dio, dichiarando che i fratelli erano giunti alla divina alleanza della vita eterna dopo un breve tormento, mentre il re avrebbe subito le giuste pene della sua superbia. Un altro martire offrì il proprio corpo e la propria anima per le leggi avite, pregando Dio di mostrare misericordia verso il suo popolo e auspicando che il re finisse per confessare tra prove e flagelli che solo il Signore è Dio. Il martire chiese che l'ira dell'Onnipotente si arrestasse su di lui e sui suoi fratelli. Di fronte a questa fierezza, il re reagì con furia cieca e usò contro di lui un trattamento ancora più feroce che con gli altri, non potendo sopportare lo scherno. Il martire passò da questa vita senza macchiarsi e pieno di viva fiducia nel Signore. La madre, dopo aver assistito al sacrificio dei suoi figli, morì per ultima.
La diffusione del culto e il cammino delle reliquie
I primi cristiani ammirarono profondamente questi martiri del giudaismo, considerandoli a pieno titolo precursori dei martiri di Cristo. Il culto dei martiri si diffuse rapidamente e la loro festa sembra sia stata universale nella Chiesa verso il quinto secolo. La storia del culto è riassunta con cura nelle Vies des Saints. I santi fratelli appaiono già nel Martirologio Siriaco del 412 e successivamente nei calendari di Polemius Silvius del 448. Troviamo memoria dei martiri anche nel calendario di Cartagine dei secoli quinto e sesto e nell'insieme dei manoscritti del Martirologio Geronimiano. Esistono illustri testi su questi martiri scritti da santi padri della Chiesa come san Gregorio Nazianzeno, san Giovanni Crisostomo, sant'Agostino, sant'Ambrogio, san Gaudenzio di Brescia e dallo pseudo Leone. Secondo san Girolamo, morto nel 420, le reliquie dei sette fratelli si trovavano a Modin, e lo stesso san Girolamo si meravigliava che le reliquie fossero contemporaneamente venerate ad Antiochia. L'Itinerarium di Antonino, risalente al cinquecento settanta circa, nomina Antiochia come il luogo in cui riposavano i fratelli Maccabei insieme ad altri santi e a santa Giustina. L'Itinerarium attesta la presenza di nove tombe in totale, sormontate ciascuna dagli strumenti del rispettivo supplizio. Il Martirologio Siriaco nomina i Maccabei come figli di Samunas ad Antiochia nel quartiere giudaico al primo agosto. I sinassari bizantini offrono sette nomi per i fratelli e chiamano la madre Solomonis, mentre le liste siriache e armena risultano differenti. Il Calendario marmoreo napoletano del nono secolo congiunge i Maccabei a una santa Eeli. Il martirio avvenne con ogni probabilità ad Antiochia e le tombe di Antiochia furono venerate come luogo santo fino al sesto secolo. Dopo il 551 le reliquie furono portate a Costantinopoli e in seguito trasferite almeno in parte a Roma sotto il pontificato di Pelagio I tra il 556 e il 561. È anche possibile che il trasferimento a Roma sia avvenuto sotto Pelagio II tra il 579 e il 590 e che le reliquie siano arrivate direttamente da Antiochia. Oggi le reliquie si venerano a Roma nella chiesa di San Pietro in Vincoli, la cui festa titolare cade nello stesso giorno del primo agosto. Nel 1876 fu trovato nella chiesa un sarcofago a sette compartimenti che conteneva ossa e ceneri insieme a due togli di piombo con iscrizioni relative ai sette fratelli, risalenti al nono secolo o forse al quindicesimo secolo. La festa dei sette fratelli Maccabei non è menzionata nei libri liturgici gallicani e romani, ad eccezione del Sacramentario gelasiano, poiché il culto dei Maccabei fu forse eclissato dalla grande festa di san Pietro in Vincoli. Il martirologio commemora solennemente la passione dei santi sette fratelli martiri ad Antiochia in Siria sotto Antioco Epifane, ricordando che i fratelli furono messi crudelmente a morte insieme alla madre per aver osservato con invitta fede la legge del Signore, e che la madre patì per ognuno dei suoi figli conseguendo la vittoria della vita eterna come raccontato nel secondo Libro dei Maccabei.
La testimonianza
Il secondo secolo avanti Cristo fu per il popolo di Israele un tempo di profonda tribolazione, segnato dalle pressioni esercitate dal re Antioco Quarto Epifane per imporre l'abbandono delle antiche tradizioni. In questo contesto di ostilità, sette fratelli, accompagnati dalla loro madre, furono tratti in arresto per il loro fermo rifiuto di consumare cibi vietati dalla Legge. Dinanzi alla minaccia di torture atroci, essi non vacillarono, manifestando una fermezza che traeva linfa dalla speranza nella risurrezione.
Il martirio si consumò ad Antiochia, dove il sovrano, nel tentativo di piegare la loro volontà, dispose che i fratelli venissero uccisi uno dopo l'altro sotto gli occhi della madre. Questa donna coraggiosa, lungi dal cedere al dolore o allo sconforto, esortò i figli a non temere il carnefice, ricordando loro la fedeltà del Creatore che avrebbe restituito la vita a chi per Lui l'aveva perduta. Dopo che l'ultimo dei sette figli ebbe reso l'anima a Dio, anche la madre affrontò la morte, coronando con il proprio sacrificio una vita interamente dedicata alla difesa della fede. Il loro esempio rimane scolpito nella memoria dei credenti come un monumento alla resistenza spirituale, dimostrando come la dignità dell'uomo trovi il suo fondamento ultimo nel legame indissolubile con il Signore, capace di sostenere anche nelle ore più oscure della sofferenza e della persecuzione.
Il culto e la memoria
Il culto dedicato ai Santi Sette Fratelli Maccabei ha attraversato i secoli, radicandosi profondamente nella tradizione della Chiesa. La loro memoria liturgica, fissata al primo agosto, si intreccia spesso con la celebrazione di San Pietro in Vincoli, creando un legame ideale tra la testimonianza dei martiri dell'Antico Testamento e quella degli apostoli. Questo accostamento solenne sottolinea la continuità del dono di sé offerto per la verità.
La venerazione verso questi testimoni è stata resa tangibile attraverso la traslazione delle loro reliquie. Partendo da Antiochia, luogo del loro glorioso martirio, le spoglie mortali furono dapprima trasferite a Costantinopoli e successivamente giunsero a Roma. Questo cammino, che ha attraversato i centri nevralgici dell'antichità, ha permesso che il ricordo del loro sacrificio divenisse patrimonio universale della cristianità. Ancora oggi, celebrare i Maccabei significa onorare il coraggio di chi, in ogni epoca, sceglie di non scendere a compromessi con la propria coscienza, testimoniando che la fedeltà a Dio è il bene più prezioso che un credente possa custodire, un tesoro che non teme né il tempo né le avversità del mondo.
Domande frequenti
Quando si festeggia Santi Maccabei, Sette fratelli?
Si celebra il primo agosto secondo il martirologio romano.
Commemorazione della passione dei santi sette fratelli martiri, che ad Antiochia in Siria, sotto il regno di Antioco Epifane, per aver osservato con invitta fede la legge del Signore furono messi crudelmente a morte insieme alla loro madre, la quale patì per ognuno dei suoi figli, ma, come si racconta nel secondo Libro dei Maccabei, in tutti conseguì la vittoria della vita eterna. Insieme si celebra la memoria di sant’Eleázaro, uno degli scribi più stimati, uomo già di età avanzata, che nella stessa persecuzione si rifiutò di cibarsi, per sopravvivere, di carne proibita, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, e precedette per questo di buon grado gli altri al supplizio, lasciando un mirabile esempio di virtù. — Martirologio Romano