1 agosto
Santi Pellegrino e Bianco
Pellegrini
Aggiornato il 15 settembre 2026
Origini e cammino di conversione
San Pellegrino non era un santo italiano, poiché le sue radici affondavano in terre lontane e precisamente in Scozia, dove visse durante il dominio longobardo nel settimo secolo. La leggenda narra che fosse figlio di Romano, re di Scozia, un contesto di agio e potere temporale da cui il santo decise di distaccarsi profondamente. San Pellegrino rinunciò infatti alla corona, scegliendo la via della povertà e della sequela di Cristo. In seguito a questa radicale decisione, il santo se ne andò pellegrino per l'Europa e poi per le lontane contrade d'Oriente, cercando luoghi di preghiera e di penitenza. Durante questo lungo cammino di fede, San Pellegrino visitò i santuari italiani, sostando nei luoghi sacri della penisola prima che il suo itinerario terreno trovasse la meta definitiva. Il viaggio del santo si arrestò infine nel paese alpino che oggi porta il suo nome, un contesto naturale aspro e solitario ideale per la vita contemplativa. La leggenda vuole che il santo assumesse come dimora il tronco cavo di un faggio, trovando in quel rifugio naturale la protezione e il raccoglimento necessari alla sua preghiera incessante. Da quel luogo romito, San Pellegrino incominciò una incessante lotta contro il Maligno e le sue tentazioni, affrontando le prove spirituali con la forza della fede. Nel corso di questa esistenza eremitica, il santo fu amico degli animali, vivendo in armonia con la natura circostante nella selva tenebrosa del crinale appenninico. Il crinale appenninico era considerato un territorio selvaggio e inospitale attraverso cui i viandanti transitavano mal volentieri, un luogo temuto da chiunque si mettesse in cammino. Quella terra poco conosciuta era immaginata piena di fiere e animali mitologici governati dalle forze del male, uno scenario di isolamento e paura che circondava l'eremo. Ciononostante, il santo trovò nella selva abbondante materiale per progredire nel cammino della santità, trasformando la solitudine e le avversità in strumenti di elevazione spirituale. Accanto alla preghiera, il santo svolse un'attività di aiuto per gli altri romei solitari che transitavano per quell'impervio territorio, offrendo un primo sostegno a chiunque si trovasse a passare. Questa preziosa attività di accoglienza e soccorso anticipò l'hospitale costruito nel Medioevo come stazione di aiuto e cura dei pellegrini, ponendo le basi della futura opera assistenziale.
Il discepolo San Bianco e la fondazione dell'ospizio
Alla morte di San Pellegrino, avvenuta nel seicentoquarantatré dopo Cristo, la sua opera fu continuata dal suo discepolo San Bianco, che ne raccolse l'eredità spirituale e materiale. Chi continuò l'opera di San Pellegrino, forse San Bianco per primo, concentrò gli sforzi nella cura dei romiti che attraversavano l'Alpe, garantendo continuità all'assistenza dei viandanti. Si ritiene che i resti di San Pellegrino e San Bianco riposino all'interno della stessa teca nel santuario, uniti nella morte così come lo furono nella dedizione ai fratelli. Nel corso dei secoli si è creato un grandissimo cumulo di sassi a causa delle pietre portate dai pellegrini, una tradizione penitenziale molto sentita. Nei tempi passati chi visitava San Pellegrino per omaggiare la tomba portava una grossa pietra in segno di penitenza, un gesto faticoso che accompagnava la preghiera lungo i sentieri di montagna. La vita del santo ha dato origine a leggende in cui sono confluite credenze pagane e cristiane, arricchendo la memoria popolare di elementi suggestivi legati allo sfondo della selva tenebrosa del crinale appenninico. Le spoglie mortali di San Pellegrino e San Bianco custodite nel santuario hanno vegliato per secoli sulle sorti dell'avamposto, proteggendo il luogo e chi vi cercava rifugio. Nel Medioevo l'avamposto fu frequentato come Hospitale per pellegrini in transito, diventando un punto di riferimento fondamentale per la sicurezza e la sosta lungo la montagna. Inoltre, l'avamposto fu sede di transito per i commerci tra la Toscana e l'Emilia, assumendo una funzione economica e strategica di rilievo. Il luogo è di confine e conteso per il suo prestigio, inserito in una zona di transizione tra differenti potenze e giurisdizioni territoriali. La storia di San Pellegrino in Alpe continua con inverni freddi e nevosi e verdi estati sul crinale appenninico, scandendo il ritmo immutabile della natura in alta quota. Il più antico documento storico che attesta la presenza di una chiesa-ospizio risale all'anno undici e dieci ed è conservato all'Archivio Vescovile di Lucca, testimonianza scritta di un'istituzione già radicata. Nonostante la prima attestazione scritta risalisca a quell'anno, si concorda nel ritenere che un ospizio fosse presente ben prima del millecentodieci, attivo fin dai tempi dei primi eremiti.
Splendore, privilegi e amministrazione
Il santuario-ospizio si trovò ad essere uno dei più riforniti di beni materiali grazie a varie donazioni elargite nel corso dei secoli da benefattori devoti. Papi ed imperatori concessero privilegi e benefizi al santuario, riconoscendone l'importanza strategica e spirituale per i viaggiatori e per la Chiesa. Tra i sovrani che sostennero l'istituzione, Enrico VI concesse privilegi nel mille cent ottantasette, confermando la protezione imperiale sull'ospizio. Successivamente, Federico II concesse privilegi nel mille duecentotrentanove, rinnovando le tutele giuridiche ed economiche per la gestione del territorio. Anche l'autorità pontificia intervenne a favore del complesso, e Papa Alessandro VI concesse privilegi nel mille duecentocinquantacinque, consolidando ulteriormente lo status della comunità religiosa. Grazie a questo insieme di tutele e donazioni, l'antico Hospitale raggiunse momenti di autentico splendore anche economico tra l'undicesimo e il quattordicesimo secolo, amministrando vasti possedimenti. Nel periodo successivo, Lionello de' Nobili ebbe un ruolo d'onore nell'amministrazione di San Pellegrino, distinguendosi per capacità e dedizione. Lionello de' Nobili riordinò i beni in uso al santuario che erano spesso lontani e poco redditizi, restituendo solidità finanziaria all'ente. A partire dal quattordicesimo sessantuno, Lionello de' Nobili riuscì a ricostruire la chiesa e l'ospizio, rinnovando gli edifici danneggiati dal tempo e dalle intemperie della montagna. L'impegno di questo amministratore si concluse con la sua morte, avvenuta nel quattordicesimo settantatre, lasciando un ricordo indefinito di rettitudine. In seguito, il nipote di Lionello commissionò allo scultore Matteo Civitali il tempietto marmoreo che accoglie le spoglie dei santi, un'opera d'arte di inestimabile valore. Il tempietto visibile oggi all'interno del santuario fu iniziato nel quattordicesimo settantacinque, segnando una nuova stagione di bellezza per il luogo sacro. La costruzione del tempietto fu portata a termine dopo il mille quattrocentottantaquattro, completando un monumento destinato a durare nei secoli.
Il maestro Matteo Civitali e la divisione del confine
Il tempietto marmoreo che custodisce i presunti resti di San Pellegrino e San Bianco fu opera dello scultore quattrocentesco Matteo Civitali, maestro insigne della tradizione toscana. Matteo Civitali è vissuto tra il mille quattrocentotrentasei e il quattordicesimo e due, lasciando un'impronta profonda nella storia dell'arte del Rinascimento. Matteo Civitali fu un artista completo che si occupava anche di pittura, ingegneria e intaglio del legno, dimostrando una straordinaria versatilità creativa e tecnica. Nel duemila e quattro il museo nazionale di Villa Guinigi a Lucca dedicò una mostra all'artista intitolata Matteo Civitali e il suo tempo, pittori scultori e orafi di Lucca nel tardo Quattrocento, celebrandone la grandezza. Intorno alla collocazione delle spoglie e alla fondazione del luogo sacro, la tradizione ha tramandato racconti singolari che uniscono geografia e leggenda. La leggenda vuole che sin dalla morte di San Pellegrino iniziassero contese sul territorio in cui far sorgere il santuario tra Modena e Lucca, rivalità nate dal desiderio di custodire il santo. La leggenda afferma che la sorte fu lasciata al destino caricando le spoglie su un carro trainato da due torelli, affidando agli animali la scelta del sito. Il santuario sarebbe sorto dove le bestie si fossero fermate, e le bestie si fermarono esattamente sul confine tra le due giurisdizioni. Per questo motivo, il santuario è tagliato in due longitudinalmente tra i comuni di Frassinoro in provincia di Modena e Castiglione Garfagnana in provincia di Lucca. La teca che contiene i resti dei due santi sarebbe una proprietà condivisa geograficamente tra le due comunità e le rispettive terre d'appartenenza. Secondo la tradizione popolare legata a questa divisione, i santi avrebbero la testa in Emilia e i piedi in Toscana, suggellando anche nella morte la loro vocazione di unione tra genti diverse.
Il cammino dell'anima
La vicenda umana di Pellegrino si apre con un atto di radicale libertà interiore: la rinuncia alla corona reale di Scozia. Questo distacco non fu un abbandono delle responsabilità, ma l'inizio di una ricerca spirituale che lo portò a percorrere le strade d'Europa e d'Oriente. Insieme a Bianco, egli scelse di fare del proprio corpo e del proprio spirito un tempio, vivendo in una condizione di eremitaggio che trovò il suo compimento definitivo sull'Appennino. In quel luogo impervio e silenzioso, la loro dimora divenne un tronco di faggio, segno tangibile di una vita ridotta all'essenziale, dove la natura stessa si faceva grembo di meditazione.
La loro presenza tra le montagne non fu un isolamento egoistico, bensì un presidio di fede e accoglienza. Sul crinale appenninico, essi si dedicarono con instancabile dedizione all'assistenza dei pellegrini che attraversavano quei passi difficili, offrendo sollievo e conforto a chiunque cercasse ristoro nel corpo o nello spirito. La loro esistenza si concluse nell'anno seicentoquarantatré, nel luogo oggi conosciuto come San Pellegrino in Alpe, che da allora custodisce la memoria della loro santità. La vita di questi uomini ci insegna che il vero pellegrinaggio non è misurato dalle distanze percorse, ma dalla profondità con cui si accoglie la chiamata divina, diventando, nel silenzio del bosco e nella fatica dell'ascesi, punti di riferimento per i viandanti di ogni tempo.
Memoria e devozione
Il legame tra i Santi Pellegrino e Bianco e la terra che li accolse nel loro ultimo riposo si è consolidato nei secoli attraverso una venerazione silenziosa e profonda. La memoria di questi eremiti non si è dispersa nel tempo, ma ha trovato dimora stabile in un luogo che porta il nome di uno di loro, divenendo meta di devozione per generazioni di fedeli. La cura riservata alle loro spoglie mortali testimonia il profondo rispetto della comunità cristiana verso coloro che hanno testimoniato l'abbandono totale a Dio.
Il segno più alto di questa devozione si esprime attraverso il tempietto marmoreo realizzato da Matteo Civitali, un'opera d'arte che custodisce le reliquie dei Santi. Tale struttura non è soltanto un contenitore prezioso, ma un richiamo alla stabilità della fede che, pur nascendo dal movimento e dal pellegrinaggio, trova nella preghiera e nel riposo in Dio il suo approdo definitivo. In questo spazio di pietra e marmo, il passato e il presente si incontrano, invitando il pellegrino moderno a fermarsi, a riflettere sulla propria condizione di viandante e a invocare la protezione di chi, per amore di Cristo, seppe fare del mondo intero la propria casa.
Domande frequenti
Quando si festeggia Santi Pellegrino e Bianco?
La ricorrenza liturgica dei Santi Pellegrino e Bianco si celebra il primo agosto di ogni anno.
Di cosa è patrono Santi Pellegrino e Bianco?
I testi storici e le tradizioni non menzionano specifici patronati ufficiali per i due santi, ma ne attestano la profonda venerazione come protettori dei pellegrini e del territorio montano.