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3 gennaio

Santissimo Nome di Gesù

Santissimo Nome di Gesù

Aggiornato il 15 settembre 2026

Il valore e la forza del nome nella storia

I nomi possiedono un significato intrinseco, come dimostrato dai nomi teofori e da quelli di determinati eroi che simboleggiano la missione da loro svolta nella storia. Il nome racchiude e rappresenta un contenuto dinamico e una forza. Il nome definisce la natura profonda di un essere in quanto contiene la sua presenza attiva. Platone ha affermato che la conoscenza del nome comporta la conoscenza diretta delle cose stesse. Il nome occupa uno spazio, possiede la proprietà dell'oggetto e la esplicita. Il nome di nascita esprime l'essenza, le prerogative, le qualità e i difetti di un individuo. La pronuncia del nome evoca la presenza della persona nominata, attribuendole una dimensione precisa. I popoli primitivi cercavano di apprendere i nomi per esercitare un potere su persone o esseri viventi. Il nome risulta indispensabile nell'esecuzione degli incantesimi. I maghi cercano di conoscere il nome per inciderlo su amuleti e talismani insieme a quello delle Entità Invisibili. Nell'antica Grecia i nomi appartenevano a due distinte categorie. La prima categoria di nomi greci comprendeva il nome di un dio o derivati da esso, come Apollodoro, Apollonio, Erodoto, Isidoro, Demetrio e Teodoro. La seconda categoria di nomi greci era scelta come augurio per il futuro del bambino, accompagnata dall'indicazione della località di provenienza o residenza. I Romani attribuivano ai neonati tre nomi: il prenome, il nome e il cognome. Il prenome romano veniva scelto tra i diciotto più diffusi e si abbreviava con la lettera iniziale, come P per Publio o C per Caio. Il nome romano indicava la gens di appartenenza, come Julius per la gens Julia. Il cognome romano identificava la specifica famiglia quando la gens si suddivideva in più rami. I nomi di origine ebraica, specialmente maschili, contengono quasi sempre un'invocazione a Dio creatore. Il popolo ebraico ha tratto costantemente forza da Dio nel corso della sua complessa storia. Per i semiti i nomi propri avevano un valore intrinseco, manifestato dalla composizione, dall'etimologia o dalla pronuncia. Nel costume popolare semitico erano comunemente diffuse due usanze legate ai nomi. La prima usanza semitica era l'imposizione di nomi teofori per porre il figlio sotto la protezione divina o per ringraziare e pregare la divinità per la nascita. Esempi di nomi teofori ebraici sono Isaia, che significa Iahvé salva, e Giosuè, che significa Iahvé è salvezza. La seconda usanza semitica consisteva nell'attribuire nomi che richiamassero le circostanze o le particolarità della nascita. Secondo il libro della Genesi, Rachele in punto di morte per un parto doloroso chiamò il neonato Ben-Oni, che significa figlio del mio dolore. Gli ebrei tendevano a rendere il nome un simbolo del valore religioso o politico dei propri eroi nazionali e religiosi. Nel contesto ebraico, Eva significa la madre di tutti i viventi, Abramo il padre di una moltitudine e Giacobbe colui che soppianta. Nella visione semitica il nome possiede una dimensione dinamica legata alla forza e alla potenza che rappresenta e racchiude. Nella concezione semitica, la presenza del nome equivale alla presenza della persona e della sua forza pronta a manifestarsi. Conoscere qualcuno per nome implica una conoscenza profonda e la capacità di disporre della sua potenza. Il concetto di conoscenza del nome assume rilevanza se applicato agli esseri superiori, altrimenti inaccessibili all'uomo se non tramite il loro nome. Il nome della divinità ne custodisce la presenza misteriosa e costituisce il canale di comunicazione più accessibile tra uomo e Dio. Chi conosce e pronuncia il nome del dio nell'ambito del mistero magico o religioso ottiene la forza di farsi ascoltarono e di farlo intervenire a proprio favore. Nella tradizione semitica, l'atto di imporre o cambiare il nome a qualcuno dimostra il possesso di un potere assoluto e di una sovranità su di esso. Come descritto nella Genesi, Adamo esercitò il suo potere imponendo il nome a tutto il bestiame a sua disposizione. Il Dio degli Ebrei ha manifestato il suo dominio assoluto mutando i nomi da Abram in Abraham, da Sarai in Sara e da Giacobbe in Israel. I nuovi nomi attribuiti dal Dio degli Ebrei hanno acquisito nuovi significati. L'essere umano ha da sempre l'esigenza intrinseca di conoscere il nome della divinità in cui crede, poiché il nome ne garantisce l'esistenza. Nel suo testo Mito e Magia, Francesco Albergamo riporta l'episodio di una bambina di nove anni che sostiene con il padre l'esistenza di Dio basandosi sul fatto che egli possiede un nome.

La Rivelazione del nome divino nell'Antico Testamento

Nel libro dell'Esodo, quando Dio chiama Mosè per la missione tra gli ebrei, Mosè gli chiede il nome per potergli rispondere di fronte alle inevitabili domande del popolo sulla sua autorità. Inizialmente il Dio di Israele era identificato come il Dio degli antenati, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oppure con formule come El Shaddai, Terrore di Isacco e Forte di Giacobbe. Dio rivela a Mosè il nome Iahvé, che significa Egli è. Il nome Iahvé è entrato nella vita religiosa israelita e si è diffuso grazie ai suoi interventi sovrani nella storia. Nel corso della storia d'Israele, profeti e sommi sacerdoti hanno posto il nome di Iahvé al centro della liturgia tramite la professione di fede, l'invocazione e la glorificazione da parte del popolo. Nel tardo giudaismo, per rimarcare la trascendenza divina, si è cessato di pronunciare il nome Iahvé, sostituendolo con il termine Nome o con appellativi come Padre. L'uso del termine Padre per Dio serviva a sottolineare il legame speciale tra la divinità e il suo popolo. Nel Nuovo Testamento, l'attributo di Padre riferito a Dio acquisisce il suo significato pieno sia per Gesù che per i credenti. Secondo il Vangelo di Matteo, solo Gesù conosce il Padre ed è in grado di rivelarlo efficacemente. Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si riferisce frequentemente a Dio come Padre, al punto che tale termine viene usato come sinonimo di Dio e considerato la sua vera definizione ed espressione essenziale. Gesù ha manifestato il nome del Padre agli uomini, consentendo ai credenti di sapersi figli insieme a lui. Gesù ha insegnato ai suoi discepoli la preghiera del Padre nostro, che è diventata la preghiera fondamentale della comunità cristiana. Gesù ha pregato il Padre di glorificare il suo nome e ha esortato i discepoli a chiedere che il nome di Dio sia santificato. Dio ha risposto alle preghiere di Gesù manifestando la potenza del proprio nome e glorificando il Figlio. I credenti hanno la missione di proseguire la glorificazione di Dio, lodando e testimoniando il suo nome ed evitando comportamenti che gli procurino biasimo o bestemmie.

Il Santissimo Nome di Gesù nel Nuovo Testamento e nella Chiesa apostolica

Il Messia ha portato il nome di Gesù durante la sua vita sulla terra. Il nome Gesù è stato dato da san Giuseppe in seguito al comando di un angelo apparsogli in sogno. L'angelo ha annunciato a Giuseppe che il concepimento di Maria era opera dello Spirito Santo e che il bambino nato si sarebbe chiamato Gesù perché avrebbe salvato il popolo dai suoi peccati. Il nome Gesù significa salvatore. Gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli e le lettere apostoliche evidenziano il significato e la forza del Nome di Gesù, usandolo talvolta come termine assoluto per indicare la divinità. Durante il ministero pubblico di Gesù, i discepoli hanno compiuto guarigioni, esorcismi e prodigi invocando il suo nome. Nel Vangelo di Luca, i settantadue discepoli ritornano gioiosi riferendo a Gesù che anche i demoni si sottomettono nel suo nome. Nel Vangelo di Matteo si ricorda che molti hanno profetizzato, scacciato demoni e compiuto prodigi nel nome di Gesù. Negli Atti degli Apostoli si afferma che non esiste alcun altro nome dato agli uomini sotto il cielo mediante il quale si possa ottenere la salvezza. Con la resurrezione e l'intronizzazione di Gesù alla sua destra, Dio gli ha donato un nome superiore a ogni altro nome. Il nuovo nome donato a Gesù è indissolubilmente legato a quello di Dio. Il nome supremo di Gesù si esprime nella carica di Signore, attribuita sia a Gesù risorto sia a Dio Padre. I cristiani hanno attribuito a Gesù gli appellativi caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio. Secondo il passo biblico degli Atti degli Apostoli, gli apostoli lasciarono il Sinedrio felici di essere stati oltraggiati per via del Nome di Gesù. Sulla base delle lettere paoline, la fede cristiana richiede di confessare e credere nel cuore che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, invocandone il nome per salvarsi. I primi cristiani si identificavano come coloro che riconoscevano Gesù come Signore e ne invocavano il nome. Per i primi cristiani il nome di Gesù aveva un ruolo centrale: in esso si riunivano, accoglievano gli altri, ringraziavano Dio, agivano per la sua gloria ed erano pronti a soffrire. Il segno della croce è considerato la massima espressione della presenza del Nome del Signore e della Santissima Trinità nella vita cristiana. Il segno della croce, pronunciato con la formula Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, apre ogni preghiera, devozione e celebrazione, e chiude le benedizioni e i sacramenti.

Lo sviluppo storico del culto liturgico

Il Santissimo Nome di Gesù è stato onorato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma il suo culto liturgico è iniziato solo nel quattordicesimo secolo. Il francescano san Bernardino da Siena, vissuto tra il 1380 e il 1444, è stato un grande predicatore e diffusore del culto del Nome di Gesù. I beati Alberto da Sarteano, vissuto dal 1385 al 1450, e Bernardino da Feltre, vissuto dal 1439 al 1494, confratelli di san Bernardino, ne hanno proseguito la promozione del culto. Bernardino dichiarò di voler rinnovare e chiarire la venerazione del nome di Gesù, ripristinando l'uso della Chiesa delle origini. Bernardino spiegò che la croce richiama la Passione di Cristo, mentre il Nome di Gesù ne ricorda l'intera esistenza. Secondo Bernardino, il Nome di Gesù evoca la povertà della nascita nella mangiatoia e il lavoro nella bottega di falegname. Secondo Bernardino, il Nome di Gesù ricorda la penitenza trascorsa nel deserto e i prodigi della carità divina. Secondo Bernardino, il Nome di Gesù richiama i patimenti del Calvario, unitamente alla vittoria della Resurrezione e dell'Ascensione. Bernardino confermò una pratica devozionale già introdotta da san Paolo. La devozione al Nome di Gesù era stata sostenuta nel Medioevo da diversi Dottori della Chiesa e da san Francesco d'Assisi. Il culto del Nome di Gesù era diffuso nell'intero territorio senese già prima di Bernardino. I Gesuati erano una congregazione religiosa istituita nel 1360 dal beato Giovanni Colombini, originario di Siena. I Gesuati si dedicavano alla cura e al sostegno dei malati. La congregazione dei Gesuati ottenne tale denominazione a causa della consuetudine di invocare continuamente il nome di Gesù. Nel 1530 papa Clemente VII ha concesso all'Ordine Francescano il permesso di recitare l'Ufficio del Santissimo Nome di Gesù. Nel 1721 papa Innocenzo XIII ha esteso la celebrazione del Santissimo Nome di Gesù a tutta la Chiesa. La data della celebrazione è variata inizialmente tra le prime domeniche di gennaio, fissandosi poi al 2 gennaio fino alla sua soppressione negli anni Settanta del Novecento. Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato la memoria facoltativa del Santissimo Nome di Gesù al 3 gennaio nel Calendario Romano.

Il trigramma e la diffusione del simbolo

Bernardino da Siena concepì un simbolo visivo dai colori vivaci per fare in modo che la sua predicazione rimanesse impressa nella memoria. Il simbolo creato da Bernardino fu collocato in edifici pubblici e privati, rimpiazzando gli stemmi delle famiglie e delle corporazioni rivali. Il trigramma del Nome di Gesù divenne un emblema celebre e largamente diffuso. Un enorme trigramma del Nome di Gesù, realizzato dagli orafi senesi Tuccio di Sano e suo figlio Pietro, è presente sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena. Il trigramma si trova in tutti i luoghi in cui Bernardino e i suoi seguaci hanno predicato o dimorato. Il trigramma veniva talvolta raffigurato sugli stendardi che precedevano Bernardino al suo ingresso nelle città. Bernardino appoggiava sull'altare tavolette di legno con il trigramma prima di predicare e le usava per benedire i fedeli alla fine della Messa. San Bernardino è considerato il patrono dei pubblicitari per aver disegnato personalmente il trigramma. Il simbolo del trigramma raffigura un sole raggiante su uno sfondo azzurro, recante al centro le lettere IHS. Le lettere IHS corrispondono alle prime tre lettere del nome di Gesù in greco. Esistono spiegazioni alternative per IHS, tra cui le abbreviazioni del motto costantiniano In Hoc Signo vinces o della frase Iesus Hominum Salvator. Bernardino attribuisce al sole centrale il significato di Cristo che dona la vita e irradia la Carità. Nel simbolo, i dodici raggi serpeggianti che emanano il calore del sole rappresentano i dodici Apostoli. Gli otto raggi diretti rappresentano le beatitudini. La fascia che racchiude il sole simboleggia l'infinita felicità dei beati. Nel trigramma, lo sfondo celeste rappresenta la fede e il colore oro simboleggia l'amore. Bernardino modificò la lettera H allungandone l'asta sinistra e tagliandola in alto per formare una croce, oppure ponendo la croce sulla linea mediana della lettera. I dodici raggi serpeggianti avevano un significato mistico espresso in una litania: rifugio dei penitenti, vessillo dei combattenti, rimedio degli infermi, conforto dei sofferenti, onore dei credenti, gioia dei predicanti, merito degli operanti, aiuto dei deficienti, sospiro dei meditanti, suffragio degli oranti, gusto dei contemplanti, gloria dei trionfanti. Attorno all'intero simbolo vi è una cornice circolare contenente la citazione latina della Lettera ai Filippesi di san Paolo: Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi. Il trigramma di Bernardino ottenne un vasto successo e si diffuse in tutta Europa. Santa Giovanna d'Arco fece ricamare il trigramma bernardiniano sul proprio stendardo. In seguito, il trigramma fu adottato anche dai Gesuiti.

La Compagnia di Gesù e il trionfo artistico del Nome

La Compagnia di Gesù adottò il trigramma di tre lettere del Nome di Gesù come proprio simbolo ufficiale. La Compagnia di Gesù divenne una fervente promotrice della dottrina e del culto del Santissimo Nome di Gesù. I Gesuiti intitolarono al Santissimo Nome di Gesù i loro edifici sacri più imponenti e artistici in tutto il pianeta. La Chiesa del Gesù a Roma rappresenta il tempio più grande e rilevante appartenente all'ordine dei Gesuiti. Sulla volta della Chiesa del Gesù a Roma si trova l'affresco intitolato Trionfo del Nome di Gesù. L'affresco del Trionfo del Nome di Gesù fu realizzato nel 1679 dal pittore genovese Giovanni Battista Gaulli, noto come il Baciccia. Nell'affresco di Gaulli centinaia di figure popola uno spazio luminoso muovendosi con dinamismo e venendo attratte dal Nome di Gesù situato al centro. Il Martirologio attesta che il Santissimo Nome di Gesù è l'unico dinanzi al quale ogni creatura nei cieli, in terra e sottoterra debba piegare le ginocchia per glorificare la maestà di Dio.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Santissimo Nome di Gesù?

La memoria facoltativa del Santissimo Nome di Gesù si celebra il 3 gennaio nel Calendario Romano.

Di cosa è patrono san Bernardino da Siena?

San Bernardino da Siena è considerato il patrono dei pubblicitari per aver ideato e disegnato personalmente il trigramma del Nome di Gesù.

Santissimo Nome di Gesù, il solo in cui, nei cieli, sulla terra e sotto terra, si pieghi ogni ginocchio a gloria della maestà divina. — Martirologio Romano