17 febbraio
Beata Elisabetta Sanna
Vedova, Terziaria francescana, membro dell’Unione dell’Apostolato Cattolico
Aggiornato il 15 settembre 2026
L'infanzia e la prova della sofferenza
Elisabetta Sanna nacque a Codrongianos, in provincia di Sassari, il 23 aprile 1788 da una famiglia di agricoltori ricca di fede e di figli. La sua famiglia d'origine lavorava, pregava e non negava mai l'elemosina ai poveri. La loro vita si svolgeva in un clima di generale povertà del paese, ma godeva di condizioni discretamente agiate grazie al reddito garantito dei campi che lavoravano onestamente. All'età di appena tre mesi, Elisabetta fu colpita da un'epidemia di vaiolo che causò la morte di molti bambini. Guarisce dal vaiolo ma rimase con le braccia leggermente storpie e le articolazioni alquanto irrigidite, evolvendo in braccia atrofizzate e paralizzate che le impedivano di portare il cibo alla bocca e di fare il segno di croce. Il suo handicap era conseguenza del vaiolo contratto da bambina piccolissima e di un'operazione maldestra. Poteva muovere soltanto dita e polsi. Per poter mangiare utilizzava speciali bacchette in legno realizzate apposta per lei. Nonostante la menomazione conduceva una vita normale e all'apparenza felice, crescendo imparando a sopportare il suo handicap come una cosa naturale. Era impedita nel pettinarsi, lavarsi la faccia e cambiarsi d'abito da sola. Sviluppò tuttavia le sue capacità residue che le consentivano di impastare, infornare e sfornare il pane. Imparò a sbrigare al meglio le faccende domestiche e a presentarsi sempre ordinata e pulita.
Ricevette dalla famiglia il dono di un'intensa vita cristiana fin da piccola. A sei anni ricevette il sacramento della Cresima, amministrato il 27 aprile 1794 da Monsignor Della Torre, Arcivescovo di Sassari. Fu affidata a Lucia Pinna, terziaria francescana attiva in parrocchia. Lucia Pinna animava un gruppo di donne dedite all'adorazione eucaristica, al Rosario e al soccorso quotidiano dei poveri. Lucia Pinna era analfabeta ma svolgeva il ruolo di catechista per le ragazze del borgo e della campagna. Elisabetta impara a conoscere e amare Gesù grazie all'insegnamento di Lucia Pinna. A dieci anni ricevette la prima Confessione e la prima Comunione. Frequentava il catechismo tenuto da Don Luigi Sanna, cugino di suo padre. La donna aveva imparato a malapena a leggere ma non sapeva scrivere. Portava le compagne al catechismo dicendo loro che è bello. Diventò giovane catechista pur non sapendo leggere né scrivere. Guardando il Crocifisso, sentiva una voce interiore che la invitava a farsi coraggio e ad amarlo. A parte le braccia inerti, Elisabetta aveva idee e volontà di tradurle in pratica. A casa sua si riunivano le ragazze del paese per imparare il catechismo, organizzare pellegrinaggi e occupare utilmente il tempo libero. A quindici anni radunava le ragazze nei giorni festivi in casa sua per insegnare loro la dottrina cristiana e la preghiera del Rosario. Nel 1803, all'età di quindici anni, alcune mamme del paese protestarono ufficialmente con i suoi genitori perché attraeva troppe ragazze in chiesa. Suo fratello Antonio Luigi entrò in Seminario a Sassari e diventò sacerdote. Da suo fratello Antonio Luigi imparò a intensificare il culto alla Madonna. Elisabetta rimase nel mondo e si iscrisse alla Confraternita del Rosario e a quella dello Scapolare del Carmelo. Conduceva una giovinezza serena, ricca di lavoro, colloquio con Gesù e apostolato.
Il matrimonio e la vita di famiglia
Inizialmente riteneva impossibile aspirare al matrimonio a causa delle sue condizioni. Si sentiva profondamente attratta dalla vita religiosa, sebbene non priva di difficoltà. All'improvviso si presentarono tre pretendenti. La madre insisteva perché si sposasse, mentre lei voleva andare in convento. Aveva tutti contro, compreso il confessore, che caldeggiavano il suo matrimonio. Si arrese alla fine e scelse di sposare il più povero dei tre pretendenti, dimostrando di non cercare una buona sistemazione. Il 13 settembre 1807, all'età di diciannove anni, celebrò il matrimonio con Antonio. Nel 1807, all'età di diciannovesimo anno, divenne sposa felice di Antonio Porcu, un marito felice. Antonio è descritto come un buon cristiano di modeste condizioni. La vita coniugale iniziò con una festa semplice e serena e un totale affidamento a Dio e alla Madonna. Antonio fu un marito e padre esemplare che aveva immensa stima della moglie e le dava totale fiducia. Antonio diceva agli amici che sua moglie era una santa e non era come le loro. Elisabetta riteneva di non essere degna di un marito tanto buono e ripeteva continuamente di non essere degna di un marito così buono. La loro famiglia diventò un modello per tutto il paese. Testimonianze giurate riferivano che il marito non faceva nulla senza prima consultare la moglie. Tra il 20 novembre 1808 e il 20 novembre 1822 nacquero sette figli. Cinque dei sette figli sopravvissero ed ella riuscì ad allevarli con grandi difficoltà. Elisabetta trascorreva le giornate tra la casa per l'educazione dei figli e la campagna dove lavorava duramente. Trovava il tempo per dedicarsi a lunghe ore di preghiera in chiesa. Preparava personalmente i figli alla Confessione e alla Comunione trasmettendo loro un grande amore per Gesù con dolcezza e senza modi bruschi. Praticava una vera educazione impartita con il cuore. Non temeva le critiche ricevute per la sua fede pubblicamente professata e vissuta. Rispondeva alle critiche affermando che il suo tenore di vita non le aveva impedito di compiere i doveri di madre oltre le sue forze. Due dei sette figli morirono in tenerissima età. Il 25 gennaio 1825 morì in giovane età il marito Antonio, assistito da lei. Rimase vedova a trentasette anni con cinque figli, di cui il maggiore aveva diciassette anni e il minore appena tre. Si riorganizzò la vita e la vedovanza facendo voto di castità per ribadire di non volersi più risposare. Visse d'amore e d'accordo con i suoceri. Avviò i figli più grandi al lavoro dei campi. Si prese cura dei suoi figli piccoli e anche di quelli degli altri. Dopo la vedovanza intensificò la preghiera e la carità senza trascurare i doveri di madre, mantenendo la famiglia con dignità e decoro. Mantenne l'abitudine di aprire le porte di casa per fare catechismo e insegnare ai più piccoli a cantare e pregare. La sua casa diventò un piccolo oratorio dove familiari e vicini si riunivano in preghiera. Intensificò la sua partecipazione alla vita parrocchiale senza trascurare l'educazione dei figli e la pulizia della casa. In questo periodo tornò il desiderio della vita religiosa, ma si sentiva legata ai doveri familiari. I confessori le ricordavano continuamente i suoi doveri di famiglia. Visse come una monaca nel mondo e fu rispettosamente chiamata con l'appellativo di sa monga. Compose in dialetto logudorese una lauda che fu cantata a lungo a Codrongianos.
Il viaggio verso Roma e l'incontro con Don Vincenzo Pallotti
Nel 1829 arrivò in paese il giovane vice-parroco Don Giuseppe Valle, di nobile famiglia e forte ascendente spirituale. Don Giuseppe Valle diventò confessore e direttore spirituale della famiglia Sanna e in particolare di Elisabetta. Don Valle, che aveva ventiquattro anni, la chiamava zia. Constatate le ottime disposizioni di Elisabetta, Don Valle la invitava alla Comunione frequente, le permetteva di portare il cilicio e le concesso di emettere il voto di castità. La sua vita cristiana divenne particolarmente ardente. Gesù le chiese di seguirlo più da vicino e lei pensò di recarsi in Palestina. Mantenuto il forte desiderio di fare un pellegrinaggio in Terrasanta per calpestare la polvere calpestata da Gesù, organizzò il viaggio nel 1831 affidando i figli ai suoceri e il più piccolo al fratello sacerdote fino al suo ritorno. Alla fine di giugno del 1830 si imbarcarono da Porto Torres per Genova. Si imbarcò il 25 giugno. Il viaggio si trasformò in incubo a causa di una burrasca che tenne in balia delle onde la nave per quattro giorni. Il 29 giugno la nave fu costretta a un attracco d'emergenza a Genova. A Genova attesero dieci giorni la coincidenza della nave per Cipro. Arrivò a Genova sfinita al punto di non reggersi in piedi. A Genova si accorse di non avere il visto per raggiungere la Terra Santa. All'ultimo momento Don Valle scoprì di non possedere il visto per l'Oriente. Decisero quindi di dirigersi a Roma insieme a un altro frate, considerando Roma anch'essa terra santa per la presenza delle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, dei santuari e del Papa Vicario di Cristo. Dato che per ottenere il visto bisognava attendere mesi, raggiunse Roma via terra insieme ad altri pellegrini con un viaggio molto faticoso. Il 23 luglio 1830 si arrivò a Roma. A Roma prese provvisoriamente alloggio in una locanda. Le fu diagnosticato un grave problema di cuore. Il medico escluse che potesse proseguire il viaggio o rientrare in Sardegna perché non sopporterebbe la traversata. Don Valle fu assunto come cappellano all'ospedale Santo Spirito. Don Valle si dedicò ai malati con cuore di padre. Elisabetta Sanna si sistemò in un piccolissimo alloggio di due stanzette di fronte alla chiesa di Santo Spirito e vicinissimo alla Basilica di San Pietro. Don Vincenzo Pallotti, suo direttore spirituale e proclamato santo dalla Chiesa, scrisse in Sardegna al fratello prete di Elisabetta. La lettera comunicava le condizioni di salute di Elisabetta e l'impossibilità di un ritorno immediato. Elisabetta parlava solo il dialetto sardo e non riusciva a comunicare a Roma perché nessuno lo capiva. Trova sistemazione in una soffitta nei pressi della basilica di San Pietro. La soffitta era una soluzione di fortuna difficile da accedere e condivisa con topi sgradevoli ed aggressivi. La soffitta si trovava a ridosso della basilica di San Pietro che divenne la sua collocazione abituale. Due mesi dopo il suo arrivo, Elisabetta accolse nel suo alloggio Don Giuseppe Valle come un figlio da curare. Don Giuseppe Valle rimase nell'alloggio fino al 1839, assistito da Elisabetta come da una madre.
Durante il suo pellegrinaggio per le chiese di Roma, Elisabetta incontrò in San Pietro il Maestro dei Penitenzieri, Padre Camillo Loria. Padre Camillo Loria ascoltò la confessione di Elisabetta e le ordinò di tornare in Sardegna. Elisabetta era decisa ad obbedire all'ordine di tornare in Sardegna. Durante un periodo di dubbio e di ansia, Elisabetta incontrò nella chiesa di Sant'Agostino Don Vincenzo Pallotti. Don Vincenzo Pallotti era un santo prete romano dedito a un vasto apostolato che coinvolgeva numerosi laici. Don Vincenzo Pallotti diede vita nel 1835 alla Società dell'Apostolato Cattolico. Don Pallotti era un uomo di grande influenza sui religiosi e sui laici, ricco di un fascino singolare. Don Pallotti fu canonizzato dal Santo Padre Giovanni XXIII nel gennaio 1963. Elisabetta fu compresa e rasserenata da Don Vincenzo, il quale vide la singolare missione a cui ella era chiamata nell'Urbe. Dopo circa cinque anni di dimora a Roma, Elisabetta ricevette una lettera dal fratello sacerdote che le comunicava che la sua famiglia era lo specchio del paese e tutti ne erano edificati.
La Santa di San Pietro e gli anni romani
Chi voleva trovarla doveva cercarla in San Pietro, sprofondata in preghiera sul nudo pavimento in un angolo buio e seminascosto. Dalle prime luci dell'alba fino alla chiusura della basilica, svolgeva un misterioso ininterrotto colloquio con Dio in strettissimo dialetto sardo. Dall'intesa con Dio nacque quella con gli uomini che cominciavano a capire ciò che diceva. Era vestita in modo strano e sembrava avere un fagotto sulla testa. Passava indenne tra gli sberleffi dei monelli. Entrava quasi di sprovvista nelle case dei poveri e dei malati per curare, pulire e servire con le sue braccia paralizzate. Ascoltava e comprendeva gli affanni regalando parole di consolazione e speranza. C'era uno strano andirivieni nella sua soffitta di nobili, poveri, cardinali, popolane, uomini d'affari ed esponenti della curia romana. Si sparse la voce che Mamma Sanna leggeva nei cuori, scrutava le coscienze, investigava il futuro e interpretava il presente alla luce di Dio. Tutto questo avveniva sotto gli occhi della Virgo Potens, il quadro mariano che teneva in camera. Avvenivano eventi straordinari, guarigioni fisiche e conversioni davanti al quadro, attribuite alla Madonna e all'intercessione di Elisabetta. Tutti lasciavano cospicue offerte e doni in natura in segno di riconoscenza. Elisabetta riciclava i doni portandone una parte ai poveri che andava a trovare. Faceva arrivare la parte più consistente alla Pia Casa di Carità fondata da don Pallotti con la sua Società dell'Apostolato Cattolico. Non si parlava di tornare in Sardegna perché i suoi figli si erano sistemati ed erano all'onor del mondo. La Provvidenza l'aveva voluta a Roma facendola adottare dai romani che l'avevano ribattezzata la Santa di San Pietro. Visse questa situazione per ventisei anni. Elisabetta si dedicava al lavoro che le bastava per vivere in povertà e letizia. Elisabetta occupava gran parte del suo tempo nella preghiera e nella contemplazione di Dio. Per qualche tempo Elisabetta collaborò nella casa di Monsignor Giovanni Saglia, segretario della Congregazione dei Vescovi e futuro Cardinale. Elisabetta diventò terziaria francescana. Elisabetta si occupava come prima collaboratrice nell'Unione Apostolato Cattolico fondato da don Pallotti. Elisabetta faceva donazione di quanto possedeva ai suoi figli in Sardegna, lieta di vivere in perfetta povertà. Chi si avvicinava a Elisabetta notava che ella vedeva Dio in tutto e lo adorava in tutte le cose. L'amore di Dio era la vita di Elisabetta. Ogni più grande interesse spariva in Elisabetta di fronte all'interesse di Dio. Elisabetta diceva spesso che amava Dio sopra tutte le cose. Diventava nota a tutti la passione di Elisabetta per l'adorazione eucaristica, specialmente per la Quarantore. Alla scuola di San Vincenzo Pallotti cresceva la devozione di Elisabetta alla Madonna. La stanzetta di Elisabetta davanti a San Pietro diventava un piccolo santuario mariano dove la gente si riuniva a pregare con lei. I primi Pallottini e numerosissimi romani veneravano Elisabetta come madre e come santa. Don Pallotti nutriva una grandissima stima per Elisabetta e conduceva i suoi figli spirituali ad ascoltare la sua parola. Durante la repubblica romana, mentre il Papa Pio IX era esule a Gaeta e Roma era in mano ai senza Dio, Elisabetta mostrava una singolare fortezza. Alcuni le domandavano con ironia per chi pregasse ed ella rispondeva per tutti. Alla domanda se pregasse anche per la repubblica, Elisabetta rispondeva di non conoscere quella persona. Don Pallotti moriva il 22 gennaio 1850, dopo che la sua morte era stata prevista da Elisabetta. Dopo la morte di Don Pallotti, Elisabetta era ancora più sola e intensificava la sua preghiera e il suo apostolato. Elisabetta diventava la santa che aveva conquistato il cuore dei romani per donarli a Gesù. Elisabetta diventava anziana e sofferente, consumandosi come un cero che arde sull'altare.
Il transito e il cammino verso gli altari
Si spense dolcemente nella sua soffitta il 17 febbraio 1857, consumata dal suo male, dall'artrite avanzante e dalle tante penitenze. Il 17 febbraio 1857 Elisabetta Sanna moriva dopo aver visto Don Pallotti e San Gaetano da Thiene che venivano a prenderla per il Paradiso. Al suo funerale la gente di Roma diceva che era morta la santa di San Pietro. Veniva considerata santa subito per i romani. Appena quattro mesi dopo la morte fu nominato il postulatore della sua causa di beatificazione. Appena quattro mesi dopo la morte iniziò il processo di canonizzazione. La causa di beatificazione di Elisabetta durò oltre un secolo e mezzo. Il processo si arrestò per quasi centosessanta anni a causa di difficoltà insormontabili. Le difficoltà si appianarono grazie al ritrovamento di documenti di un secolo prima di cui si era persa memoria. Nel 2014 fu riconosciuto l'esercizio eroico delle virtù ed fu dichiarata Venerabile. Elisabetta Sanna è stata dichiarata Venerabile il 27 gennaio 2014. Il miracolo che l'ha condotta sugli altari, approvato da papa Francesco il 21 gennaio 2016, fu la guarigione avvenuta nel 2008 di una ragazza brasiliana da un tumore che le paralizzava un braccio. In Brasile una donna ha recuperato la piena funzionalità del braccio destro affetto da grave distrofia per intercessione di Elisabetta. La beatificazione fu celebrata a Codrongianos il 17 settembre 2016. La cerimonia di beatificazione si svolse presso la basilica della Santissima Trinità di Saccargia a Codrongianos. È deceduta a Roma il 17 febbraio 1857. La sua figura rimane un faro luminoso di fede incrollabile, di dedizione totale alla volontà divina e di carità operosa che continua a ispirare i cuori dei fedeli di ogni continente.
La vita
Elisabetta Sanna nacque a Codrongianos nel millecentosettantotto. La sua infanzia fu segnata da una prova dolorosa: il vaiolo la colpì duramente, lasciandola con una paralisi permanente alle braccia che l'accompagnò per tutta la vita. Nonostante questa fragilità, Elisabetta scelse di accogliere il dono del matrimonio, unendosi ad Antonio Porcu nel milleottocentosette. La loro unione fu benedetta dalla nascita di sette figli, ai quali dedicò le proprie premure e la propria dedizione materna. La vita di Elisabetta mutò profondamente nel milleottocentoventicinque, quando la morte del marito la rese vedova. In quel momento di dolore, ella scelse di consacrare il proprio stato di vita emettendo voto di castità, orientando interamente il proprio cuore verso il Signore.
Nel milleottocentotrenta, mossa da una profonda devozione, Elisabetta intraprese un pellegrinaggio verso Roma. Quello che doveva essere un viaggio temporaneo si trasformò, per misteriosi disegni della Provvidenza, nella sua residenza definitiva. Nella città eterna, ella incontrò San Vincenzo Pallotti, divenendone una preziosa collaboratrice nell'Unione dell'Apostolato Cattolico. La sua quotidianità divenne una preghiera incessante, vissuta in particolare tra le navate della Basilica di San Pietro. La sua testimonianza di fede non fu fatta di grandi gesti eclatanti, ma di una fedeltà silenziosa e costante, che la condusse al termine del suo pellegrinaggio terreno nel milleottocentocinquantasette. La Chiesa ha riconosciuto la santità della sua vita elevandola agli onori degli altari nel corso del ventunesimo secolo, confermando la bellezza di un'esistenza spesa interamente per Dio e per i fratelli.
Il culto
Il culto della Beata Elisabetta Sanna si è consolidato nel tempo come segno di una santità vissuta nella quotidianità e nella sofferenza accettata con spirito soprannaturale. La sua figura è particolarmente cara ai fedeli che vedono in lei una intercessore vicina alle fragilità umane, essendo ella stessa stata segnata nel corpo dalla malattia. La sua beatificazione, celebrata il diciassette settembre duemilasedici, ha posto il sigillo ufficiale della Chiesa su una vita che era già profondamente venerata per la sua umiltà e per il fervore del suo apostolato.
Oggi la memoria della Beata Elisabetta viene celebrata ogni anno il diciassette febbraio. I fedeli guardano a lei come a una guida silenziosa, capace di insegnare che la preghiera costante e l'unione con Dio non dipendono dalle forze fisiche, ma dall'apertura del cuore. In quanto patrona dei disabili, la sua intercessione è invocata da quanti cercano forza e consolazione nella propria condizione, trovando in lei una sorella che ha saputo trasformare il limite fisico in una via di santificazione e di fecondo apostolato per la Chiesa universale.
Domande frequenti
Quando si festeggia la Beata Elisabetta Sanna?
La memoria liturgica della Beata Elisabetta Sanna si celebra il 17 febbraio, giorno della sua nascita al cielo.
Di cosa è patrono la Beata Elisabetta Sanna?
Elisabetta Sanna viene proposta come protettrice di tutti i disabili del mondo, avendo vissuto la sua esistenza terrena con braccia atrofizzate e paralizzate.