15 febbraio
Beati Federico Bachstein e 13 compagni
Martiri francescani
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il contesto storico e la comunità francescana
Le origini della presenza francescana in quelle terre risalgono al mille duecentoventotto, anno in cui i frati minori di San Francesco partirono dall'Italia e dalla Germania per fondare numerosi conventi in Moravia, Boemia, Slesia e Polonia. Nel diciassettesimo secolo, la comunità radunata nel convento di Santa Maria della Neve a Praga viveva immersa in un clima di crescente tensione spirituale e civile. Rodolfo secondo, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Boemia vissuto tra il mille cinquecento cinquantadue e il mille seicentododici, concesse la libertà religiosa alle confessioni non cattoliche in Boemia con un editto del mille seicento nove. Tale provvedimento acuì sensibilmente il contrasto tra cattolici e protestanti. I protestanti godevano del sostegno dell'arciduca Mattia, vissuto tra il mille cinquecento cinquantasette e il mille seicentodiciannove, il quale era fratello dell'imperatore Rodolfo e tramava apertamente per spodestarlo e prenderne il posto. In questo scenario complesso, i frati minori custodivano la propria missione spirituale senza rinunciare ai compiti pastorali. All'epoca dei fatti, il guardiano del convento, padre Emilio Schout, si trovava a Vienna. La guida della comunità era dunque affidata a padre Federico Bachstein, nato a Praga, che aveva circa cinquant'anni, era uomo dotto, vicario del convento, maestro dei novizi e comunemente chiamato Pomeranus dal nome latino del paese natale, Pomerio. Padre Federico è stato da sempre considerato il responsabile del gruppo dei martiri. Insieme a lui operavano altri padri che erano predicatori e confessori, insegnavano teologia e tenevano dibattiti religiosi. Padre Giovanni Martìnez, di nazionalità spagnola e di circa quarant'anni, era dotto e controversista, ovvero trattava materie oggetto di controversia, oltre a svolgere le mansioni di sacrestano e confessore per gli Spagnoli residenti a Praga. Padre Simone, di circa trent'anni, era un sacerdote francese addetto a raccogliere l'elemosina. Padre Bartolomeo Dalmasoni era italiano, originario di Ponte San Pietro in provincia di Bergamo, e si prendeva cura del restauro della chiesa e del convento. A completare la fraternità vi erano diaconi, suddiaconi, chierici con voti temporanei, novizi e fratelli laici provenienti da diverse nazioni europee, uniti nella preghiera e nel servizio quotidiano.
Il martirio dei quattordici frati
Il quindici febbraio del millenovecentosessantuno, per errore del testo originario corretto dalla cronologia storica al milleseicentoundici, la situazione precipitò tragicamente quando i protestanti presero d'assalto il convento francescano. L'efferato eccidio si consumò rapidamente tra le ore undici e le ore quindici, guidato da una folla inferocita di hussiti, calvinisti e luterani. Le cronache raccontano di un'aggressione violentissima in cui i frati pagarono il prezzo dell'odium fidei, subendo torture e la pena capitale. Fra Cristoforo Zelt, fratello laico olandese, cuoco e il più anziano della comunità con i suoi circa settant'anni, aveva predetto il martirio tre giorni prima e fu il primo del gruppo a subirlo, vedendosi fracassare la testa con una mazza di ferro. Padre Federico Bachstein fu trafitto con una lancia al cuore. A padre Giovanni Martìnez furono tagliate la mano destra e la testa mentre cercava di nascondere il Santissimo Sacramento. A padre Simone fu spaccato il cranio con un grosso bastone e fu successivamente trafitto. Padre Bartolomeo fu flagellato e ucciso a sciabolate. Fra Girolamo dei Conti Arese, diacono italiano originario di Milano e di circa ventiquattro anni, fu trafitto con la spada ai piedi dell'altare della Madonna. Fra Gaspare Daverio, lombardo ordinato suddiacono nel milleseicentodieci e di circa ventisette anni, si era nascosto nel campanile insieme a fra Giacomo, chierico minorista tedesco di Augusta con voti temporanei e di circa diciotto o vent'anni, e a Diego-Giovanni, noto anche come fra Didak Jan, fratello laico tedesco. Alla fine del massacro, fra Gaspare, fra Giacomo e Diego-Giovanni furono gettati dal tetto della chiesa. A fra Clemente, tedesco di Sassia e chierico minorista con voti temporanei di circa diciotto o vent'anni, fu tagliata la testa in due con una scure. Giovanni Bodeo o Rode, italiano nato a Monpiano in provincia di Brescia, fratello laico, ortolano e aiutante del sacrestano, venne ucciso a sciabolate, così come Emanuele e Antonio, fratelli laici boemi, e il novizio laico boemo fra Antonio. L'arciduca Mattia riuscì a diventare re di Boemia proprio a causa dello scempio compiuto dai riformati, e sotto il suo governo il conflitto religioso e politico si inasprì ulteriormente, trovando conclusione soltanto con la battaglia della Montagna Bianca del mille seicentoventi, guidata dal nuovo imperatore Ferdinando secondo e segnata dal rafforzamento delle forze cattoliche e dalla sconfitta definitiva del fronte protestante nelle terre boeme.
La sepoltura e il significato spirituale
Dopo il massacro, il castigo divino non tardò ad arrivare e dopo poco tempo molti degli assassini morirono di fame e di peste. Donna Maria Massimiliana, moglie del conte Adamo de Sternberg, e Donna Anna, vedova del vicecancelliere Giovanni Enrico de Pisnice, ebbero pietà dell'orrore insieme a due cittadini di Praga. Nella notte e di nascosto, le due donne e i due cittadini avvolsero le salme dei martiri in teli bianchi e le seppellirono nella terra in un sito adiacente all'ingresso del convento. Successivamente, i quattordici martiri di Praga trovarono definitiva sepoltura nella loro chiesa di Santa Maria della Neve, precisamente sotto l'altare di San Pietro d'Alcantara, nella cappella della Vergine Santissima. La figura del martire, dal greco mártys che significa testimone, indica quel fedele che per diffondere il messaggio evangelico incorre in pene e torture fino alla pena capitale, considerando gli esiti estremi della propria vocazione come sacrificio della propria vita sull'esempio di Gesù Cristo sul Calvario. Il vero seguace di Cristo non corre dietro ad altri credi religiosi, non giunge a patti con essi ed è disposto a perdere la propria vita per la fede. La tradizione cristiana riconosce nel martirio un battesimo di sangue e un purificatore di ogni peccato, capace di assicurare la santità e un passaggio diretto in Paradiso. Nell'antichità il martirio era non solo accettato, ma ricercato per tali ragioni, come descritto da Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica a proposito dei martiri della Tebaide, dove i cristiani affrontavano le torture senza paura e accoglievano la sentenza di morte con gioia, innalzando inni al Creatore. La palma del sacrificio dei martiri di Praga, suggellata dalla promulgazione del decreto sul martirio avvenuta il dieci maggio duemiladodici, è diventata il timbro di un Anno speciale per la Chiesa universale.
La vita e il martirio
La vicenda dei beati Federico Bachstein e dei suoi tredici confratelli francescani si inserisce nel contesto tormentato del diciassettesimo secolo, un periodo segnato da profonde lacerazioni dottrinali e civili. Il luogo che fu testimone del loro ultimo atto di dedizione è il convento di Santa Maria della Neve a Praga, un complesso che rappresentava un baluardo di vita spirituale e di preghiera. Nel giorno del quindici febbraio milleseicentoundici, la serenità del convento fu infranta da una violenta aggressione orchestrata da una folla composta da seguaci delle diverse confessioni religiose presenti allora nella regione, tra cui hussiti, calvinisti e luterani. In un clima di odio crescente, i quattordici frati francescani subirono un massacro che ne troncò l'esistenza terrena, rendendoli per sempre partecipi della sorte di Cristo sulla Croce.
Sebbene le traiettorie umane dei singoli martiri avessero toccato diverse terre, portando alcuni di loro a transitare per luoghi come il Ponte San Pietro, Milano, Monpiano e Augusta, il loro cammino trovò compimento definitivo in Boemia. La loro morte, avvenuta nel pieno esercizio della missione religiosa, è stata riconosciuta dalla Chiesa come un autentico martirio. Il sacrificio di questi uomini resta impresso nella storia come un monito severo contro l'intolleranza e come una lezione di perseveranza, in cui la mitezza del saio francescano ha prevalso, nel giudizio della fede, sulla brutalità della violenza umana. Essi hanno saputo restare saldi nel proprio impegno spirituale fino all'ultimo respiro, offrendo la propria esistenza per la fedeltà ai voti professati e alla missione apostolica ricevuta.
Il culto e la memoria
Il riconoscimento ufficiale della santità di Federico Bachstein e dei suoi tredici compagni è giunto a coronamento di una lunga e profonda devozione. La beatificazione, avvenuta il tredici ottobre duemiladodici, ha rappresentato un momento di grande solennità per la città di Praga, celebrato all'interno della sua cattedrale. Tale atto ha confermato il valore universale della testimonianza offerta dai martiri, elevandoli agli altari come modelli di coerenza cristiana per i fedeli di ogni tempo.
La memoria liturgica, fissata al quindici febbraio, richiama ogni anno la data del loro cruento martirio, trasformando il dolore di quel giorno in una preghiera di ringraziamento e di intercessione. Il culto dei beati martiri francescani di Praga continua a richiamare l'attenzione sull'importanza del perdono e della riconciliazione. Essi sono oggi invocati non solo come custodi della fede, ma come patroni di quella pace profonda che nasce dall'abbandono totale nelle mani di Dio, anche quando le circostanze esterne sembrano negare ogni speranza umana.
Domande frequenti
Quando si festeggia la memoria dei beati Federico Bachstein e compagni?
La memoria liturgica dei martiri francescani di Praga si celebra il quindici febbraio.
Qual è il luogo legato al loro martirio?
I frati subirono il martirio nel convento di Santa Maria della Neve a Praga, dove furono sepolti nella chiesa sottostante l'altare di San Pietro d'Alcantara.