28 aprile
Beati Lucchese e Buonadonna
Sposi, terziari francescani
Aggiornato il 15 settembre 2026
La conversione e l'incontro con San Francesco
Nel tredicesimo secolo, all'interno del panorama spirituale dell'Italia, visse Lucchese, nato in Toscana nel millecentottantuno. Dapprima l'uomo fu avido di lucro, dedito agli affari terreni e all'accumulo di beni materiali attraverso la mercatura. Intorno all'età di trent'anni, la sua vita subì una svolta profonda quando decise di liberarsi di tutte le ricchezze accumulate per scegliere la via della carità. Inizialmente la moglie Buonadonna dubitò della salute mentale del marito, non comprendendo quel distacco improvviso dal benessere. Giunse persino a rimproverarlo aspramente perché regalava il pane a chiunque bussasse alla porta, lasciando la madia completamente vuota. Lucchese, invitandola a verificare, aprì nuovamente il mobile che fu trovato inspiegabilmente pieno di pane fresco. In seguito a questo miracolo del pane, anche la moglie decise di seguire il marito nel percorso di conversione, abbandonando le certezze mondane.
La loro vita coniugale era stata segnata dal dolore profondo per la perdita dei due figli in tenera età. Dopo questa prova lutto e di grazia, i coniugi decisero di consacrare interamente il resto dei loro giorni a Dio e al prossimo. San Francesco d'Assisi percorreva in quegli anni le campagne italiane e moltissimi laici chiedevano di poter seguire il suo esempio evangelico. Lucchese avrebbe voluto farsi frate, mentre la moglie Bona desiderava unirsi a Santa Chiara nel convento di San Damiano. San Francesco in persona incontrò Lucchese e Bona, esortandoli a continuare a vivere insieme in quanto legati dal sacramento del matrimonio. Il santo di Assisi promise di dare agli sposi una regola di vita per diventare perfetti nel loro stato matrimoniale. San Francesco vestì personalmente i coniugi con la tunica color cenere e li cinse con il cordone a più nodi, dicendo loro che avrebbero vissuto nel mondo come Frati Penitenti compiendo opere pie, digiunando e predicando la pace. L'ispirazione di quel carisma fiorì ulteriormente quando la prima Regola dell'Ordine Francescano Secolare fu approvata nel 1223 da Papa Onorio III. Nel frattempo, San Francesco aveva insediato alcuni frati del primo Ordine nell'eremo di Santa Maria a Camaldo. Il Comune cedette il luogo dell'eremo a San Francesco e, dopo la morte del santo, l'eremo fu ampliato su disegno di frate Elia e intitolato a San Francesco. Lucchese amava trascorrere il suo tempo pregando spesso in quell'eremo insieme alla moglie. Durante la contemplazione, il corpo di Lucchese restava molte volte sospeso in aria per la forte elevazione spirituale.
Le opere di misericordia e i prodigi
La radicalità evangelica dei due sposi si tradusse in una costante dedizione ai poveri e ai sofferenti. Nel 1227 fu venduta la casa dotale della moglie e l'intero ricavato di tale transazione fu consegnato all'ospedale di San Giovanni per sostenere le necessità dei malati. Gli sposi conservarono per sé soltanto un misero alloggio situato vicino a un piccolo campicello. Lucchese coltivava quel campicello con le proprie mani, destinando interamente i prodotti della terra al nutrimento dei poveri. La generosità del santo si manifestava anche nei piccoli gesti quotidiani, come quando un prete di passaggio gli chiese delle cipolle e ne ricevette in tale quantità che nel mucchio ne rimasero pochissime. Su invito dello stesso prete, Lucchese benedisse le cipolle rimaste e il giorno dopo il piccolo mucchietto si era prodigiosamente moltiplicato. Il suo impegno caritativo non conosceva soste, poiché Lucchese andava spesso a raccogliere personalmente gli ammalati per trasportarli nei luoghi di cura. Un giorno, mentre trasportava un infermo sulle spalle, un giovane lo derise pubblicamente. Lucchese rispose con mitezza al giovane dicendo di portare semplicemente su di sé Cristo sofferente. Per punizione divina il ragazzo che aveva deriso il santo divenne improvvisamente muto. Lucchese pregò con fede per il giovane muto e la parola gli fu prontamente restituita.
La carità del beato raggiungeva anche le zone più isolate, come quando si recava in Maremma con un asino carico di provviste per i malati di malaria. Alcuni giovinastri videro Lucchese da lontano e progettarono freddamente di derubarlo. Lucchese li raggiunse spontaneamente rivelando di conoscere perfettamente il loro piano criminoso. Spiegò con fermezza che quel carico apparteneva ai poveri e che il Signore non avrebbe mai permesso che altri se ne appropriserano ingiustamente. La fama dei suoi prodigi in vita e dopo la morte si diffuse rapidamente. Durante la vita terrena, un uomo poverissimo e carico di figli, che era stato protetto da Lucchese, fu ingiustamente imprigionato. L'uomo imprigionato pregò il santo di aiutare i suoi figli e improvvisamente le catene caddero dai piedi dell'uomo, che si ritrovò fuori dal carcere senza che nessuno aprisse la porta. L'uomo percorse una cinquantina di chilometri in poche ore, arrivando a casa prima del risveglio di moglie e figli. Molti altri segni accompagnarono la memoria del beato, tra cui mamme che videro tornare in vita i loro figli per sua intercessione e un cieco che, recatosi a inginocchiarsi sulla sua tomba, recuperò completamente la vista. Una donna ottenne la luce degli occhi e quella dell'anima, riconoscendo i propri peccati e convertendosi sinceramente. Un bambino cadde in fondo a un pozzo e i presenti invocarono Lucchese: il bambino fu visto seduto sull'acqua, sostenuto dalle mani invisibili del santo. Un ragazzo con un piede storto passò sulla tomba di Lucchese nella chiesa dei frati, sentì una morsa serrare il piede e la distorsione scomparve del tutto. A Recanati esisteva una legge severa per cui i colpevoli di omicidio dovevano essere legati alla vittima e sepolti insieme: la tradizione riferisce che due fratelli uscirono vivi da sotto terra per intercessione di Lucchese da Poggibonsi. Nel 1319 fra Bartolomeo de' Tolomei era di ritorno dal Capitolo di Marsiglia e si trovò a bordo di un vascello che stava per naufragare; raccomandandosi a Lucchese, la furia dei venti e del mare cessò immediatamente.
Il transito e il culto liturgico
Il ventotto aprile 1260 Lucchese e Buonadonna furono chiamati nello stesso giorno a far parte della Chiesa celeste. La moglie era inchiodata a letto dalla febbre e l'ottantenne Lucchese stava già poco bene. La moglie pregò il marito di far venire il loro confessore frate Ildebrando e i due sposi si spensero a poche ore di distanza l'uno dall'altra. Durante il funerale si verificò un segno straordinario poiché un violento acquazzone non bagnò né le bare né la gente riunita per l'addio. I corpi dei due santi sposi erano esposti in chiesa ricoperti di fiori. Uno della folla si chinò per baciare i piedi di Lucchese e di nascosto recise un dito con un temperino: dal cadavere del santo zampillò subito sangue vermiglio. Tebaldo, fratello di padre Ildebrando, era tormentato da un doloroso tumore allo stomaco e guarì miracolosamente toccando le mani congiunte di Lucchese. Negli anni successivi, nel periodo dell'accaparramento delle reliquie, i tedeschi tentarono di portarsi via il corpo di Buonadonna, ma i frati fecero in tempo a staccare un braccio e la mano sinistra alla beata. Per paura di ulteriori trafugamenti, la testa di Lucchese fu separata dal corpo e conservata in una teca. Nel 1274 Papa Gregorio X si recava al Concilio di Lione e si fermò a Poggibonsi. Il pontefice volle fare la prova del fuoco, gettando la testa di Lucchese nelle fiamme di un grande braciere acceso. La testa di Lucchese saltò fuori dal braciere e andò a posarsi sulle ginocchia del papa. Dopo il prodigio della prova del fuoco, il culto di Lucchese fu formalmente autorizzato.
Nel 1581 furono eseguiti importanti lavori di riparazione del pavimento del coro e durante tali interventi furono ritrovate le ossa di Lucchese. Il corpo del santo fu amorevolmente ricomposto e deposto in un'urna sopra l'altare. La devozione popolare continuò a fiorire nei secoli e giunge sino ai nostri giorni. Ogni anno il ventotto aprile a Poggibonsi si fa una festa religiosa e popolare di grande partecipazione. Durante la festa del ventotto aprile la città viene benedetta dall'alto col corpo del santo patrono e la reliquia della moglie nel corso di una solenne processione che rinnova il vincolo di fede della comunità con i suoi beati sposi.
Il cammino di conversione
Lucchese nacque nell'anno millecentottantuno in terra di Toscana e, durante la prima parte della sua esistenza, esercitò la professione di mercante. Fu proprio in questo contesto di attività mondane che maturò in lui, insieme alla sposa Buonadonna, il desiderio di una radicale conversione del cuore. Comprendendo la vanità delle ricchezze accumulate, Lucchese scelse di abbandonare definitivamente il proprio mestiere per orientare ogni energia verso l'esercizio della carità operosa. Tale scelta non fu un gesto isolato, ma un percorso condiviso con la moglie, che lo accompagnò con fedeltà in ogni momento di questa trasformazione spirituale.
Il legame con il movimento francescano divenne il cardine della loro nuova vita. I coniugi ebbero il dono di ricevere personalmente da San Francesco la regola destinata ai Frati Penitenti, impegnandosi a vivere nel mondo secondo gli ideali di povertà e di servizio al prossimo. La loro testimonianza si fece tangibile nelle strade di Poggibonsi e nei luoghi vicini, come Camaldo, dove la loro presenza divenne segno di speranza per gli indigenti. La decisione di vendere tutti i propri beni per sostenere l'ospedale di San Giovanni non fu soltanto un atto di giustizia sociale, ma la prova di un amore per Dio che si faceva carne nel soccorso verso i sofferenti. Fino all'ultimo istante della loro esistenza, avvenuto il ventotto aprile dell'anno milleduecentosessanta, Lucchese e Buonadonna vissero nella coerenza di questo impegno, offrendo al mondo l'esempio di una coppia unita non solo dal vincolo del matrimonio, ma anche dalla comune aspirazione alla pienezza del regno dei cieli. La loro dipartita, avvenuta nello stesso giorno, corona una vita spesa integralmente nel dono di sé, confermando la forza di una fede vissuta con sobrietà e coraggio tra le sfide del tempo.
Il culto e la memoria
La santità dei beati Lucchese e Buonadonna fu riconosciuta precocemente dalla Chiesa, che vide in loro dei modelli esemplari di vita cristiana. Nel milleducentosettantaquattro, Papa Gregorio X autorizzò ufficialmente il loro culto, un evento che fu preceduto da una straordinaria prova del fuoco, segno della benevolenza divina verso la loro dedizione. Questo atto di approvazione pontificia consolidò la devozione popolare che già circondava la tomba dei due sposi, divenuti nel tempo protettori celesti della città di Poggibonsi.
Ancora oggi, la memoria dei beati è celebrata con solennità ogni ventotto aprile. In questa ricorrenza, la comunità di Poggibonsi si stringe attorno al ricordo dei suoi patroni, rinnovando la propria fede attraverso la processione e la benedizione che scandiscono il giorno della loro festa. Il culto verso Lucchese e Buonadonna non si è mai affievolito, mantenendo viva la lezione di una carità che sa farsi prossima, capace di superare le barriere del tempo per giungere, intatta, fino ai giorni nostri come invito costante alla cura del prossimo e alla fedeltà evangelica.
Domande frequenti
Quando si festeggia Beati Lucchese e Buonadonna?
La festa liturgica si celebra ogni anno il ventotto aprile.
Di cosa è patrono Beati Lucchese e Buonadonna?
I beati sono patroni dell'Ordine Francescano Secolare e della città di Poggibonsi.
Presso Poggibonsi in Toscana, beato Lucchese, che, dapprima avido di lucro e poi convertito vestì l’abito del Terz’Ordine dei Penitenti di San Francesco, vendette i suoi beni e li distribuì ai poveri, servendo in povertà e umiltà Dio e il prossimo secondo lo spirito del Vangelo. — Martirologio Romano