5 ottobre
Beato Alberto Marvelli
Laico
Aggiornato il 15 settembre 2026
La giovinezza e la formazione
Alberto Marvelli nacque a Ferrara il 21 marzo 1918 ed era il secondo dei sette figli di Alfredo Marvelli e Maria Mayr. Il padre lavorava come direttore di banca e, a causa dei suoi impegni professionali, la famiglia affrontò vari traslochi che li portarono a risiedere anche a Mantova e infine a stabilirsi definitivamente a Rimini a partire dal 1930. Fu battezzato il 6 aprile 1918 nella chiesa di Santa Maria in Vado a Ferrara e ricevette la Cresima il 9 giugno 1924 nella chiesa dei Teatini della stessa città. Durante il periodo trascorso a Mantova, nel 1927, Alberto si accostò per la prima volta all'Eucaristia nella chiesa dei padri Gesuiti. Secondo la testimonianza del sacerdote padre Piccini che lo seguì in quel percorso, il fanciullo dimostrò una preparazione superiore rispetto a quella di bambini di età maggiore. Negli anni compresi tra il 1926 e il 1928 frequentò la quarta e la quinta elementare a Rimini, rivelandosi fin da allora un alunno diligente, riflessivo e animato da una naturale generosità. Questa virtù trovava radice nell'esempio dei genitori, verso i quali nutrì sempre sentimenti di profonda gratitudine. La quiete familiare fu segnata dalla scomparsa del padre Alfredo, avvenuta il settimo giorno del mese di marzo del 1933 a causa di una meningite. Tale lutto impresse una svolta decisiva nella maturazione di Alberto, il quale si apprestava a compire quindici anni. Poiché il fratello maggiore Adolfo era entrato all'Accademia militare, Alberto si assunse il compito di aiutare la madre nella guida e nel sostegno della famiglia. Fin dall'adolescenza coltivò un potente desiderio della santità, concepita non soltanto come intima necessità della propria anima, ma quale mezzo indispensabile per cooperare efficacemente alla salvezza del prossimo. Affidò ai fogli del suo Diario spirituale la ferma volontà di appartenere interamente a Gesù e di custodire la grazia evitando il peccato. Il suo modello ideale divenne ben presto Pier Giorgio Frassati, la cui figura conobbe attraverso la lettura della prima biografia scritta dal salesiano don Antonio Cojazzi, che egli lesse più volte. Pier Giorgio era morto quando Alberto aveva appena sette anni e sarebbe stato in seguito beatificato nel 1990; nel luglio del 1938 Alberto scrisse di sperare vivamente di poterlo imitare nella purezza, nella bontà, nella carità e nella pietà. La formazione morale del giovane ricevette solido alimento nell'ambiente domestico e nella parrocchia di Maria Ausiliatrice, retta dai Salesiani di Don Bosco. Divenne così un assiduo frequentatore dell'oratorio salesiano, dove sapeva trascinare gli altri ragazzi tanto nel gioco quanto nella preghiera, manifestando una sincera preoccupazione per quanti apparivano indifferenti alle proposte della fede. Aderì al Circolo Don Bosco della Gioventù Cattolica Italiana nella medesima parrocchia, compiendo le prime significative esperienze di apostolato e assumendo incarichi di crescente responsabilità. A quindici anni fu nominato delegato degli Aspiranti e a diciotto assunse la presidenza della sezione parrocchiale dell'Azione Cattolica.
Gli studi e l'impegno lavorativo
Nell'anno scolastico 1931-1932 Alberto iniziò a frequentare la quarta ginnasio. Senza occupare costantemente il primo posto, figurava tra i migliori allievi, eccellendo in particolare nelle discipline scientifiche. Durante le interrogazioni soleva suggerire ai compagni e non esitava a passare la traduzione di greco o di latino, raccomandando tuttavia di confrontarla attentamente anziché limitarsi a copiarla. Nello stesso istituto liceale studiava anche Federico Fellini, il futuro regista, che era di due anni più giovane di lui e di cui Alberto conservò sempre un buon ricordo. Accarezzò per un periodo il pensiero di iscriversi all'Accademia Navale di Livorno, ma l'ammissione gli fu negata a causa di un leggero astigmatismo. Il primo giorno di dicembre del 1936 si stabilì a Bologna per frequentare la facoltà di Ingegneria meccanica. In terra bolognese trovò un notevole sostegno nei membri della Federazione Universitaria Cattolici Italiani e riallacciò i contatti con le Conferenze di San Vincenzo, che già frequentava a Rimini. Per mantenersi agli studi, durante i mesi estivi tra il 1937 e il 1939, prestò lavoro in alcuni stabilimenti dedicati alla lavorazione della barbabietola da zucchero. Successivamente si trasferì a Milano per preparare la tesi di laurea. Dal 24 agosto al 30 novembre 1940 lavorò presso la fonderia Bagnagatti di Cinisello Balsamo. Fin dai primi giorni riuscì a stabilire un legame profondo con gli operai, specialmente con quelli di estrazione più umile, preoccupandosi costantemente delle loro condizioni di salute e informando tempestivamente Achille Bagnagatti, proprietario della fonderia, quando si rendeva necessario. Incoraggiava i più giovani a frequentare l'oratorio, la parrocchia e le scuole serali e, qualora fosse testimone di qualche mancanza da parte di un lavoratore, lo riprendeva con discrezione in disparte, richiamandolo ai suoi doveri. Nel luglio del 1941 conseguì brillantemente la laurea in ingegneria. Subito dopo seguì l'addestramento per le reclute dell'Esercito, trascorrendo tre mesi tra Trieste e Torino. L'ambiente rigido della caserma non lo intimorì affatto; al contrario, riuscì a radunare i soci di Azione Cattolica presenti tra i commilitoni per assicurare la continuità della formazione e della vita di preghiera. Fu congedato il 2 dicembre 1941, poiché i fratelli Adolfo e Carlo si trovavano già sotto le armi. Trovò quindi impiego presso la Fiat di Torino, dove rimase per un anno e dove i dirigenti apprezzarono notevolmente la sua perizia tecnica, sebbene interiormente provasse una certa insoddisfazione per la natura sedentaria dell'attività. Nell'ottobre del 1942 fece ritorno a Rimini per stare vicino alla madre, rimasta sola con i due figli più piccoli, mentre il quartogenito Raffaello, chiamato familiarmente Lello, era stato arruolato e sarebbe tragicamente morto nel gennaio del 1943 durante la ritirata di Russia. Nel marzo del 1943 Alberto fu nuovamente richiamato alle armi e partì per la caserma di Dosson, in provincia di Treviso.
Il tempo della guerra e la carità eroica
A differenza del fratello Adolfo, che scelse di unirsi alle formazioni partigiane della Val d'Ossola, Alberto decise di fare ritorno a Rimini. Trovò un impiego presso la Todt, l'organizzazione tedesca incaricata di rafforzare le difese sulla spiaggia, un'opportunità forse agevolata dal cognome di origine tedesca della madre. Sfruttando l'accesso a timbri tedeschi, riuscì ingegnosamente a mettere in salvo molti giovani che rifiutavano di combattere per la Repubblica Sociale di Salò. Scoperto per questa sua attività clandestina, fu imprigionato insieme ad altri sedici giovani nella corderia di Viserba. Con notevole audacia portò con sé i timbri e riuscì a consegnarli fortunosamente al presidente diocesano di Azione Cattolica, il quale poté così falsificare i documenti necessari per il rilascio. Una falsa allerta aerea proveniente da Santarcangelo generò provvidenzialmente la confusione opportuna per permettere la fuga dei prigionieri. A partire dal novembre del 1943 la città di Rimini subì circa novecento bombardamenti, trovandosi a ridosso della Linea gotica, la linea naturale di difesa che era iniziata a Pisa. L'ottanta per cento degli edifici riminesi andò completamente distrutto e gli abitanti furono costretti a sfollare nelle campagne o nei cunicoli sotterranei della vicina Repubblica di San Marino. Alberto si prodigò senza sosta per i concittadini e per la sua famiglia, provvedendo a sistemare quest'ultima a Vergiano. Si spostava instancabilmente in bicicletta o a dorso d'asino per soccorrere chiunque avesse bisogno, distribuendo cibo e vestiario con l'ausilio degli amici di Azione Cattolica. Proseguì nell'opera di protezione di quanti rifiutavano la leva per la Repubblica Sociale di Salò, offrendo rifugio a persone come Fausto Lanfranchi, che sarebbe poi divenuto sacerdote e suo biografo, e Giorgio Placucci. In una circostanza memorabile, la madre si finse malata per impedire che venisse spostato un letto dietro il quale i due giovani erano nascosti in un'intercapedine. I riminesi non smettevano di meravigliarsi di come egli riuscisse a rimanere miracolosamente illeso in mezzo a tanti pericoli; egli stesso scrisse a Delfina Aldè che i conoscenti dicevano che avesse la camicia della Madonna, un'espressione popolare per indicare la sua prodigiosa fortuna di fronte al pericolo. La madre viveva in costante apprensione per la sua incolumità, ma si rasserenava non appena lo udiva fischiettare mentre risaliva i piedi della collina di Vergiano, e lui la rassicurava promettendole che sarebbe sempre tornato. Anche in frangenti così drammatici, nei brevi momenti liberi si dedicava alla preghiera sgranando la corona del Rosario.
L'impegno civile e la testimonianza cristiana
Superata la fase più acuta del conflitto, il Comitato di liberazione nazionale lo chiamò a rappresentare la Democrazia cristiana nella nuova Giunta comunale. Gli furono affidate importanti responsabilità pubbliche: la presidenza della Commissione edilizia, la presidenza della Commissione comunale alloggi, l'incarico di ingegnere responsabile della sezione locale del Genio civile, la carica di commissario per la sistemazione del fiume Marecchia, la presidenza della sezione della Società Montecatini e il ruolo di delegato del vescovo nella commissione per il Piano regolatore. Riceveva quanti avevano necessità nel suo ufficio e persino nella propria abitazione, senza porre limiti di orario. Non tralasciò l'ambito culturale ed educativo: rifondò l'Università popolare voluta da Igino Righetti, che era stata chiusa dal regime fascista, e divenne presidente del gruppo dei Laureati cattolici, con i quali organizzò la mensa e l'armadio dei poveri, unendo l'azione caritativa a momenti di intensa preghiera e formazione spirituale. Riprese con vigore l'impegno in Azione Cattolica, che non aveva mai interrotto neppure durante il servizio militare, e nel 1945 entrò a far parte della Società Operaia del Getsemani, fondata nel 1942 da Luigi Gedda come movimento di spiritualità. Fondò inoltre il Reparto Operaio Diocesano di Rimini per restituire agli altri l'abbondanza dei beni ricevuti. Nel 1942 aveva iniziato a insegnare presso la Scuola tecnica industriale intitolata a Leon Battista Alberti, riprendendo l'insegnamento con la fine delle ostilità. Gli studenti riconoscevano in lui eccezionali doti umane e spirituali, trovando nella sua persona non soltanto un professore preparato, ma una guida saggia e un amico sincero. La sorgente inesauribile di tanta operosità risiedeva nell'amore filiale per Dio, alimentato dalla preghiera costante e dalla Comunione eucaristica quotidiana. Il suo diario segna il progresso mirabile della sua vita interiore, giunta fino alle soglie della mistica, dove annotava che Gesù lo invitava a salire e ad ascendere sempre più in alto.
Il compimento terreno e la glorificazione
Nel corso della sua giovinezza Alberto provò un amore non corrisposto verso Marilena Aldè, una ragazza originaria di Lecco conosciuta durante un periodo di vacanza a Rimini con i familiari. Poiché Marilena non ricambiava interamente i suoi sentimenti e lo considerava piuttosto un amico, il giovane si interrogò a lungo se la chiamata del Signore per la sua vita fosse differente, valutando persino l'ipotesi di abbracciare il sacerdozio. Con l'ausilio illuminato delle sue guide spirituali, comprese che la sua strada poteva essere quella del matrimonio e fece un ultimo tentativo scrivendo a Marilena una lettera in cui apriva il suo cuore sull'amore per il Signore e per lei, sebbene ella continuasse a mantenere un atteggiamento di distacco. Sollecitato anche dalle insistenze dell'amico Benigno Zaccagnini, accettò di scendere direttamente nell'arena politica candidandosi alle elezioni comunali del 1946, forte della stima e del rispetto che da tempo riscuoteva anche da parte di esponenti di schieramenti politici differenti. La sera del 5 ottobre 1946, mentre si accingeva a recarsi in bicicletta per tenere il suo ultimo comizio elettorale, fu investito da un camion militare e il gancio del rimorchio lo colpì violentemente alla testa. Soccorso e trasportato d'urgenza in ospedale, si spense dopo due ore di agonia, spirando tra le braccia della madre all'età di ventotto anni nella sua amata Rimini. Il rito funebre si svolse nella commozione unanime di tutta la cittadinanza. I suoi resti mortali, inizialmente accolti nel cimitero cittadino, furono solennemente traslati il 5 ottobre 1974 nella chiesa di Sant'Agostino a Rimini, edificio situato in posizione più centrale rispetto alla parrocchia che era solito frequentare. La fama della sua santità non venne mai meno con il passare degli anni. Il Papa san Giovanni Paolo II lo presentò ufficialmente come luminoso modello da seguire per la gioventù cattolica il 29 agosto 1982, in occasione della terza edizione del Meeting per l'Amicizia tra i Popoli. Successivamente fu proclamato Venerabile il 22 marzo 1986 e in seguito beatificato il 5 settembre 2004 nella spianata di Montorso a Loreto, elevato agli onori degli altari insieme a Giuseppina Suriano e don Pedro Tarrés Claret. In quella circostanza Papa Giovanni Paolo II ne elogiò con fervore la limpida vita spirituale e l'amore operoso per Gesù manifestato specialmente durante i tragici anni della seconda guerra mondiale. La Chiesa ne celebra la memoria liturgica il 5 ottobre, giorno in cui compì la sua nascita al Cielo.
Il cammino terreno
Il percorso di Alberto Marvelli si è snodato attraverso diverse città italiane, tra cui Ferrara, Mantova, Rimini, Bologna, Milano e Torino, luoghi che hanno visto maturare il suo spirito e la sua competenza tecnica. Egli ha saputo abitare le complessità del suo tempo con una lucidità interiore alimentata dalla preghiera e dal desiderio costante di compiere il bene. Durante gli anni terribili della Seconda Guerra Mondiale, Alberto non si è ritirato in una dimensione privata, ma ha scelto di farsi carico del dolore di Rimini, trasformando la sua fede in azione concreta. In un contesto segnato da distruzioni e lutti, egli ha operato con instancabile dedizione per lenire le ferite della popolazione civile, sfidando i pericoli dei bombardamenti per portare sollievo agli sfollati che avevano perduto ogni bene. La sua vita è stata un intreccio continuo di competenza professionale, esercitata nel ruolo di ingegnere del Genio civile, e di una carità che non conosceva distinzioni.
La testimonianza di Alberto Marvelli ha assunto tratti di eroismo silenzioso quando, con audacia e prudenza, si è adoperato per salvare i giovani che venivano forzatamente arruolati dalla Repubblica Sociale. Utilizzando i timbri tedeschi a sua disposizione, ha saputo creare vie di fuga provvidenziali, mettendo a rischio la propria incolumità. La cattura e la successiva prigionia presso la corderia di Viserba rappresentano una pagina sofferta del suo cammino, conclusasi con una fuga che gli ha permesso di continuare la sua missione di servizio. Dopo la fine del conflitto, ha messo le sue capacità tecniche al servizio della ricostruzione, entrando a far parte della Giunta comunale di Rimini. La sua parabola terrena si è interrotta bruscamente nell'anno millenovecentoquarantasei, quando un incidente stradale mentre percorreva le strade della sua città in bicicletta lo ha condotto prematuramente alla morte. La sua scomparsa, avvenuta a soli ventotto anni, ha lasciato un segno profondo in quanti avevano conosciuto la rettitudine e il cuore generoso di questo giovane ingegnere, la cui santità risiede nell'aver vissuto con straordinaria fedeltà le responsabilità ordinarie della vita quotidiana.
Il riconoscimento della Chiesa
Il culto verso il Beato Alberto Marvelli è fiorito spontaneamente nel cuore di coloro che hanno visto in lui un esempio limpido di coerenza cristiana. La Chiesa ha riconosciuto ufficialmente la santità di questo giovane laico attraverso il processo di beatificazione, che ha trovato il suo culmine il cinque settembre del duemilaquattro. In quella solenne giornata, Papa Giovanni Paolo II ha elevato Alberto agli onori degli altari, additandolo come modello di impegno evangelico nel mondo del lavoro, della politica e del sociale. La sua memoria viene celebrata il cinque ottobre, giorno anniversario della sua morte, una data che invita i fedeli a riflettere sulla brevità della vita e sull'importanza di seminare il bene in ogni occasione. Il culto del Beato non è legato a miracoli eclatanti, ma alla forza persuasiva di una vita vissuta integralmente secondo il Vangelo, dove la tecnica, la politica e la carità si fondono in un unico atto di amore verso Dio e verso i fratelli. Egli rimane una figura attuale, capace di parlare agli adulti di ogni tempo sulla possibilità di santificarsi attraverso l'adempimento umile e coraggioso dei propri doveri civili.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Alberto Marvelli?
La memoria liturgica del Beato Alberto Marvelli si celebra il 5 ottobre, giorno della sua nascita al Cielo.