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16 ottobre

Beato Aniceto (Wojciech) Koplinski

Sacerdote cappuccino, martire

Aggiornato il 15 settembre 2026

Origini e formazione

Aniceto Koplin nacque il trenta giugno 1875 a Preußisch-Friedland, oggi conosciuta come Debrzno, nella provincia di Prussia occidentale, in Germania. Al sacramento del battesimo gli fu imposto il nome di Adalberto, ed era il più piccolo di dodici fratelli. La sua famiglia non era benestante e si manteneva unicamente con lo stipendio del padre operaio. La città natale confinava con la Polonia e vi era una forte presenza polacca, che favoriva stretti rapporti tra i pochi cattolici tedeschi e i polacchi grazie alla condivisione della comune fede cattolica. Questa appartenenza religiosa permetteva alle due comunità di partecipare alle stesse liturgie e di condividere gli stessi lavori quotidiani, segnando profondamente la sensibilità del futuro sacerdote. Adalberto, chiamato anche Alberto, conobbi i cappuccini e il loro apostolato sociale già nella sua giovinezza. Nella Prussia dell'epoca tutti i conventi cappuccini erano stati soppressi, perciò il giovane compì un passo decisivo il ventitré novembre 1893, quando entrò nel convento dei cappuccini di Sigolsheim in Alsazia, appartenente alla provincia Renano-Wesfalica. Nel convento ricevette il nome religioso di Aniceto, che significa l'invincibile. Dopo anni di preparazione e di studio, nel giorno dell'Assunta del 1900 fu consacrato sacerdote.

Il ministero nella Ruhr

Aniceto svolse dapprima il suo ministero sacerdotale a Dieburg, per poi essere destinato a un lungo ministero nella regione della Ruhr, precisamente nelle località di Werne, Sterkrade e Krefeld. In questa regione industriale operò principalmente come assistente per la gente polacca. Aveva studiato un po' di polacco a casa e lo aveva migliorato autonomamente, e per perfezionare ulteriormente la conoscenza della lingua trascorse un periodo di ferie in Polonia presso una sorella. La conoscenza della lingua polacca e l'origine umile da una famiglia di operai gli furono estremamente utili nel suo apostolato nella Ruhr, permettendogli di comprendere profondamente la gente operaia e di essere a sua volta compreso da essa. Egli fu un vero uomo di frontiera e un patriota, caratterizzato da una profonda vicinanza alla Polonia ma anche da un sincero amore per la Germania. All'inizio della prima guerra mondiale compose persino poesie a favore della guerra, ma successivamente seppe mettere la sua capacità poetica interamente al servizio dei poveri. Fin dalla sua giovinezza si era esercitato giornalmente nel sollevamento dei pesi, allenandosi nella sua specialità prima della preghiera di mezzanotte o al ritorno in camera. La sua costanza nell'allenamento lo portò a sviluppare una grande potenza muscolare, che sfruttava sempre per compiere cose straordinarie a gioia dei confratelli, a vantaggio dei poveri o per la sua attività pastorale. Riusciva ad alzare tavoli e banchi o mostrava le sue capacità alle feste paesane, passando poi con il suo zucchetto a chiedere offerte per i suoi poveri.

Il servizio ai poveri a Varsavia

Nel 1918 a Krefeld avvenne la svolta fondamentale della sua vita, quando gli fu chiesto di contribuire alla riorganizzazione della vita ecclesiale e dell'Ordine a Varsavia. Egli accettò con grande entusiasmo la richiesta e si recò nella capitale polacca, dove la nazione aveva finalmente ritrovato la libertà dopo lunghi anni di dominio zarista. La situazione economica della Polonia post-liberazione si presentava tuttavia disastrosa, segnata dalla presenza di molti poveri e famiglie in estrema miseria. Aniceto si fece prontamente mediatore tra i poveri e i ricchi, non chiedendo mai nulla per sé e muovendosi sempre a piedi per le strade di Varsavia indossando il saio povero e i sandali. Chiedeva la carità per i suoi assistiti raccogliendo beni nelle profonde tasche del suo mantello, dove riponeva pane, salsicce, frutta, verdura e dolci destinati ai bambini. Spesso si caricava sulle spalle pesanti pacchi o trascinava grandi valigie colme di beni di prima necessità. Il venticinque gennaio 1928 scrisse una lettera al provinciale padre Ignazio Ruppert riguardo al suo impegno gravoso per i poveri e i disoccupati e alla pratica della questua giornaliera. Per la sua dedizione straordinaria era stimato e soprannominato san Francesco di Varsavia. La sua forza fisica e il suo coraggio morale emergevano anche in circostanze difficili, come quando un poliziotto si dimostrava violento con la moglie e i bambini senza riuscire a migliorare il suo carattere aggressivo nonostante le ripetute confessioni. Padre Aniceto portò un giorno quel poliziotto in sagrestia, lo prese per la cintura e lo sollevò sopra la sua testa, urlandogli contro e chiedendogli cosa potesse fargli e cosa avrebbe fatto Dio con lui se avesse continuato a essere violento. Quella lezione insolita fu estremamente efficace e il poliziotto riuscì finalmente a liberarsi dalla sua violenza.

Il ministero nel confessionale

Quando non era impegnato per le strade a favore dei suoi poveri, padre Aniceto sedeva regolarmente nel confessionale della chiesa dei cappuccini di Varsavia. Iniziava a confessare ogni mattina un'ora prima della messa, restava nel confessionale per tutta l'ora successiva alla celebrazione e vi tornava immancabilmente la sera, al ritorno in convento dalla sua questua. Svolgeva l'attività di confessore molto più volentieri che predicare, anche perché gli veniva richiesto di predicare solo di rado dal superiore a causa della sua conoscenza limitata della lingua polacca. Ai molti sacerdoti che si recavano al suo confessionale impartiva brevi ma molto efficaci ammonizioni in latino. La sua fama di saggio consigliere spirituale spinse importanti personalità, tra cui i vescovi Gall e Gawlina, il cardinale Kakowski e persino il nunzio apostolico Achille Ratti, futuro papa Pio XI, a sceglierlo come proprio confessore. Normalmente imponeva come penitenza quella di fare un'elemosina per i poveri, come accadde quando impose al cardinale Kakowski di donare un carro di carbone per una famiglia povera durante la stagione invernale. Egli curava instancabilmente l'anima e il corpo del prossimo, chiedendo ai ricchi pane per i poveri e invitando i poveri a pregare per sé e per i ricchi, insegnando che davanti a Dio ognuno porta la responsabilità dell'altro. Davanti al suo confessionale si vedevano officiali dell'esercito accanto ai contadini e donne eleganti vicine a povere vedove, poiché il cappuccino provava lo stesso identico amore per ogni persona. La notizia di una persona morente lo faceva correre immediatamente al suo capezzale per portare consolazione e i sacramenti della confessione e della comunione. Si prendeva cura anche della sepoltura se qualcuno moriva abbandonato da tutti, prendendo parte ai riti funebri e alla processione verso il cimitero mentre pregava lungo la via con il suo breviario o il rosario. A volte era talmente immerso in Dio da non accorgersi dell'entrata del cimitero, proseguendo oltre mentre il corteo svoltava verso il camposanto.

La resistenza e l'arresto

Aniceto Koplin non aveva mai nascosto la sua nazionalità tedesca, nemmeno quando la politica di Hitler aveva iniziato a rivelarsi inaccettabile. Discuteva spesso con i suoi confratelli battendo i pugni contro il tavolo mentre parlava degli avvenimenti politici della Germania, avendo lucidamente intravisto e capito lo spirito anticristiano del nazionalsocialismo e la sua visione demoniaca del mondo. Era fermamente convinto che non si potesse in alcun modo entrare a patti con la corrente politica nazista. Avendo sperimentato fin dalla giovinezza l'onestà e la fede della gente polacca, si schierò apertamente dalla loro parte, assumendo il nome di Koplinski animato da una radicale solidarietà. Durante la prima settimana dell'occupazione tedesca in Polonia rimase in convento e si impegnò subito nell'aiuto ai poveri e a coloro che dovevano fuggire a causa della violenza nazista. Sfruttando la sua conoscenza del tedesco, ottenne dall'ambasciata tedesca i permessi necessari per viveri, vestiti, scarpe e medicine, prodigandosi generosamente anche per i cristiani non cattolici e per gli ebrei, come testimoniato dall'arcivescovo Niemira. Per la Gestapo i cappuccini e in particolare padre Koplinski rappresentavano un osticolo insopportabile. Il primo interrogatorio di padre Aniceto ebbe luogo il giorno dell'Ascensione del 1941, occasione in cui il cappuccino prussiano espresse un giudizio molto pesante senza paura e con molta franchezza, dicendo agli ufficiali della Gestapo che dopo quello che Hitler aveva fatto in Polonia si vergognava di essere un tedesco. Si ritiene che avrebbe potuto facilmente salvare la vita se si fosse appellato alla sua cittadinanza tedesca, ma non volle tentare quella via di uscita, coerentemente con la sua schiettezza e il suo spirito di sacrificio. Il ventotto giugno 1941, il giorno dopo un attacco aereo a Varsavia, padre Aniceto fu arrestato insieme ad altri venti confratelli. Fu rinchiuso nella prigione di Pawiak con l'accusa di aver letto fogli propagandistici antinazionalsocialisti e di aver espresso idee contrarie al nuovo regime. Ai religiosi arrestati furono rasati i capelli e la barba e tolti gli abiti religiosi, pur concedendo loro di conservare il breviario. Il padre guardiano e padre Aniceto furono sottoposti a torture per spingerli ad autoaccusarsi, ma le sevizie non riuscirono a strappare alcuna ammissione di aver istigato la gente alla ribellione. Egli rimase sempre fedele alla sua vocazione di religioso e di sacerdote, dichiarando apertamente durante gli interrogatori di operare ovunque vi fossero uomini, in particolare ebrei, polacchi, sofferenti e poveri.

Il martirio ad Auschwitz

Il tre settembre tutti i religiosi furono caricati su un carro bestiame per essere trasportati ad Auschwitz. Arrivati nel campo di sterminio, ricevettero una casacca a strisce e un numero di prigionia, subendo la spoliazione della propria dignità di persona per essere ridotti a un numero tra migliaia di prigionieri. All'età di sessantasei anni padre Aniceto fu destinato al blocco degli invalidi, situato vicino a quello dei destinati allo sterminio. I sopravvissuti hanno lasciato toccanti racconti sui soprusi e maltrattamenti subiti nelle cinque settimane successive, e il superiore provinciale e compagno di prigionia padre Arcangelo ha fornito una testimonianza diretta di quel periodo. Padre Aniceto fu bastonato appena giunto all'entrata del campo perché non riusciva a tenere il passo e fu persino azzannato da un cane delle SS all'arrivo. Durante l'appello il frate cappuccino fu messo insieme agli anziani e a chi non poteva lavorare. Nonostante le sofferenze inaudite, pregò e tacque costantemente durante tutto il periodo di prigionia, mantenendo una profonda pace e un rigoroso silenzio. Avendo celebrato spesso in vita la via crucis e aiutato altri a portare la croce, viveva quel momento tragico unito a Gesù come un sentiero doloroso verso il Golgota. Se prima difendeva i poveri e condannava il peccato urlando, ora sapeva tacere e pregare. Prima di essere portato alla camera a gas disse a un amico che bisognava bere fino in fondo il calice. Il sedici ottobre gli aguzzini allestirono un breve processo e padre Aniceto fu buttato in una fossa insieme ad altri prigionieri, mentre sopra di loro veniva gettata calce viva, che sprigiona un'attività corrosiva consumando i corpi vivi come fuoco. Altre fonti associano la sua morte anche alla camera a gas. Vissuto da povero e impegnato sempre per i poveri, incontrò sorella morte nella totale povertà; esteriormente fu spogliato di tutto compresa la carne, ma internamente rimase ricco di fede, dignità e attenzione amorosa agli altri. Morì nella speranza della resurrezione e nella ferma fede che la sua sofferenza e la sua morte atroce potessero aiutare a riconciliare gli animi divisi tra Germania e Polonia, giudei e cristiani, cattolici e protestanti, poveri e ricchi. Insieme a lui, il martirologio ricorda il sacerdote e martire Giuseppe Jankowski, appartenente alla Società dell'Apostolato Cattolico, ucciso dalle guardie del campo nello stesso contesto di persecuzione, suggellando la testimonianza della fede in Cristo fino alla morte durante l'occupazione militare della patria da parte di un'empia dottrina ostile agli uomini e alla fede.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Aniceto Koplinski?

La memoria liturgica del Beato Aniceto Koplinski si celebra il sedici ottobre, data che coincide con il giorno del suo martirio ad Auschwitz.

Vicino a Cracovia in Polonia, nel campo di sterminio di Auschwitz, beati Aniceto Koplinski, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, e Giuseppe Jankowski, della Società dell’Apostolato Cattolico, sacerdoti e martiri, che, durante l’occupazione militare della patria da parte dei seguaci di un’empia dottrina ostile agli uomini e alla fede, testimoniarono fino alla morte la fede in Cristo, l’uno ucciso in una camera a gas, l’altro dalle guardie del campo. — Martirologio Romano