22 marzo
Beato Antonio Cocq
Certosino
Aggiornato il 15 settembre 2026
La vocazione e gli anni di Grenoble
Antonio Le Cocq, noto anche come Le Coq, nacque ad Avigliana nel 1390 da una nobile famiglia. La sua casa natale sorge nei pressi della chiesa del Gesù ad Avigliana, dove se ne conserva la memoria. Da giovane fu assai incline alla preghiera, coltivando un legame profondo con il divino che lo avrebbe accompagnato per tutta l'esistenza. All'età di venti anni decise di farsi religioso e di diventare certosino. A sette miglia da Susa si trovava la certosa di Montebenedetto, ma egli decise di entrare nella Grande Chartreuse di Grenoble, che era ed è la certosa più antica dell'ordine. Si distinse per il rispetto della Regola nella certosa di Grenoble, vivendo con esattezza gli impegni della vita contemplativa. Venne ordinato sacerdote e professò solennemente i voti religiosi. Accompagnò la solitudine del corpo all'unione totale con Dio, come i suoi confratelli. Il suo esempio cominciò ad essere additato e il suo nome divenne noto anche fuori dalla certosa. Nonostante la giovane età, riceveva frequenti visite da parte di gente semplice e di nobili, attratti dalla sua fama di virtù. Trascorsi sei anni, il Capitolo Generale decise che sarebbe tornato in Italia per non disturbare la quiete del monastero e fu così destinato tra le montagne di Chiusa Pesio, nei pressi di Mondovì. Nel decreto del Capitolo Generale fu nominato come nuovo professo, secondo la norma prevista per il cambio di certosa.
La vita a Chiusa Pesio e la contemplazione
Le sue giornate a Chiusa Pesio tornarono ad essere scandite da orazioni, austerità e studio. Amava dipingere immagini di Cristo, della Madonna e di santi, considerando l'attività come una preghiera, analogamente al beato Angelico. La sua umiltà aumentava di pari passo con la stima di quanti lo conoscevano. Durante la celebrazione della Santa Messa si commuoveva e talvolta andava in estasi. Il monaco portinaio testimoniò che Antonio amava recarsi su una vicina altura detta bricco della Madonnina. Sul bricco della Madonnina si immergeva in una profonda contemplazione. Il portinaio lo vide più volte pregare sollevato da terra, con le mani stese a forma di croce e il capo circondato da raggi splendenti. Anche all'interno della sua cella fu visto rapito in preghiera e con il corpo sollevato da terra. Aveva il dono di leggere nei cuori e di prevedere il futuro. Era considerato un punto di riferimento anche per gli altri monaci, ed ebbe un ruolo di guida quando convinse fra Raimondo Franco della Briga ad accettare un incarico di responsabilità alla certosa di San Pietro di Genova. Nel Capitolo Generale del 1447 i superiori della Lombardia decisero che non avrebbe lasciato Chiusa Pesio per dedicarsi solo allo studio, confermando la stima e l'importanza del suo servizio all'interno della comunità monastica. La sua santità era ormai nota a tutti.
I rapporti con i sovrani e il regno di Francia
Il beato Le Cocq era cercato per la sua dottrina e santità dai duchi di Savoia e dal Re di Francia. Dedicò un trattato sul libro di Giobbe a Jolanda di Francia, figlia di Carlo VII e sposa del beato Amedeo IX di Savoia. Contro Jolanda di Francia, che sarebbe diventata reggente, si scatenò l'odio dei cognati. Jolanda aveva una grande stima per il Beato e gli chiese di ospitare suo fratello Luigi. Il principe ereditario Luigi voleva salire al trono prematuramente, al punto che suo padre ordinò il suo arresto. La situazione complessa costrinse il delfino Luigi, con una scorta ridotta, a rifugiarsi prima presso il duca di Borgogna e poi in varie province. A Pesio i monaci pensarono inizialmente che Luigi fosse un semplice gentiluomo. L'incontro tra Luigi e Antonio fu rivelatore e fortunato. Trascorsero insieme alcune ore e il certosino gli diede molti consigli, ammonendolo che non era corretto ambire alla corona prima del tempo. Predisse a Luigi la riconciliazione con il padre e la sua futura ascesa al trono, avvenuta nel 1461. Luigi XI passò alla storia per aver riunito sotto il dominio la maggior parte del territorio francese, proseguendo l'opera paterna di unità e stabilità dopo la Guerra dei Cent'anni. Il monarca Luigi XI lo tenne sempre in grande considerazione e lo avrebbe voluto presso di sé se la morte non lo avesse impedito, chiamando in seguito san Francesco da Paola. Nella certosa si conservavano alcune lettere autografe del re Luigi XI, che andarono distrutte in un furioso incendio nel 1515. Dalla Francia giunsero alla certosa alcune sacre suppellettili e fondi destinati all'abbellimento della chiesa. Nei decenni successivi la certosa beneficiò di molti vantaggi concessi grazie a questi legami.
Opere letterarie, profezie e scritti
Antonio fu un fecondo scrittore, sebbene le sue opere non siano mai state date alle stampe. Oltre al commento sul libro di Giobbe dedicato a Jolanda, scrisse il Liber consolationis, raccogliendo pensieri tratti da san Bonaventura e san Bernardo. Scrisse un libro di profezie dalla storia singolare. Nel 1494 Carlo VIII, Re di Francia, mentre era in marcia per la conquista del regno di Napoli, si fermò ad Asti per un mese perché colpito dal vaiolo. Memore della devozione del padre Luigi XI verso Antonio, e sapendo che nella certosa si conservava un libro di profezie, Carlo VIII inviò un cavaliere con una lettera al priore per chiedere il libro. Non essendoci il tempo di farne una copia, fu inviato l'originale del libro. Il manoscritto originale andò probabilmente perso durante la battaglia di Fornovo oppure non fu restituito perché il suo contenuto non doveva essere divulgato. Antonio compose anche uno studio sulla certosa, anch'esso successivamente andato perso. Il religioso visse quarantotto anni di vita religiosa. Il dotto certosino spirò serenamente il 22 marzo 1458.
Il culto, le reliquie e i trasferimenti
Il monaco fu sepolto senza alcun monumento secondo l'abitudine dei certosini. Presso il suo sepolcro si verificarono molte grazie. Dal sepolcro si raccoglievano piante e fiori per ricavare unguenti contro la febbre. Molte persone si recavano al monastero. Si racconta che il priore gli ordinò di non fare più miracoli per non turbare la quiete. La fama del beato generò molti lasciti per grazie ricevute, in particolare da Mondovì. Il corpo del beato fu trasferito sotto la grande croce comune. All'interno dell'Ordine gli è stato attribuito il titolo di beato. Il titolo di beato non fu confermato ufficialmente perché i certosini, per umiltà, non lo chiesero a Roma. Il suo ritratto fu affrescato sia a Pesio che nella sua casa natia ad Avigliana. I certosini si trasferirono da Montebenedetto a Banda nei pressi di Villar Focchiardo nel 1498. Successivamente i certosini si trasferirono ad Avigliana. Infine i certosini risiedettero a Collegno fino alla soppressione napoleonica. L'importante agiografo piemontese Giacinto Gallizia gli dedicò un libro insieme al beato Cherubino Testa nel 1724.
Il cammino monastico
La vocazione del Beato Antonio Cocq sbocciò nella giovinezza, quando, all'età di venti anni, varcò la soglia della Grande Chartreuse di Grenoble per abbracciare la severa disciplina certosina. In quel luogo di silenzio e ascesi, egli forgiò il proprio spirito, immergendosi nella preghiera e nello studio delle Scritture. La sua obbedienza alla regola fu costante, tanto che, nel corso degli anni, fu chiamato dal Capitolo Generale a trasferirsi presso la certosa di Chiusa Pesio. In questa nuova dimora, egli continuò a testimoniare con umiltà la propria dedizione a Dio, vivendo la clausura non come una chiusura, ma come un'apertura verso l'infinito.
La fama della sua sapienza, tuttavia, valicò spesso le mura della certosa. Egli non fu estraneo alle vicende del suo tempo, ma le osservò con lo sguardo distaccato di chi vive nel mondo di Dio. È documentato che il futuro re Luigi undicesimo, durante il periodo del suo esilio, si rivolse ad Antonio per ricevere consiglio, trovando nel monaco un interlocutore capace di offrire conforto e una prospettiva spirituale elevata. Allo stesso modo, il suo impegno intellettuale trovò espressione nella composizione di un trattato sul libro di Giobbe, scritto per Jolanda di Francia. Quest'opera riflette la profondità della sua meditazione sul dolore e sulla fiducia in Dio, temi centrali nell'esperienza di Giobbe. Dopo quarantotto anni di una vita spesa nel servizio silenzioso e nella preghiera, Antonio Cocq si spense il ventidue marzo 1458, lasciando dietro di sé l'esempio di un uomo che ha saputo unire la contemplazione del mistero divino con la premura verso le sofferenze e le necessità dei suoi contemporanei.
Il culto e la memoria
La memoria del Beato Antonio Cocq si è conservata attraverso i secoli come un tesoro custodito con discrezione dalla tradizione certosina. Per lo spirito di umiltà che da sempre caratterizza l'Ordine, il culto verso questo monaco non è stato formalmente confermato dalla Santa Sede, rimanendo di natura locale e legato alla devozione di quanti hanno saputo riconoscere in lui un modello di santità nascosta. La sua figura non cerca il clamore della gloria pubblica, ma invita piuttosto al raccoglimento e alla riflessione sul valore della fedeltà quotidiana alla propria vocazione.
Egli continua a essere un punto di riferimento per chi, nel silenzio della propria vita, cerca di ascoltare la voce di Dio e di offrire, nel segreto del cuore, un servizio di carità e sapienza verso il prossimo. La sua eredità è quella di un testimone che, pur vivendo lontano dai palazzi del potere, ha saputo influenzare la storia attraverso la preghiera e il consiglio illuminato dalla grazia, offrendo una luce che, seppur tenue, non ha smesso di brillare nel tempo.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Antonio Cocq?
Il Beato Antonio Cocq si ricorda il 22 marzo, giorno della sua pia morte avvenuta nel 1458.