Beato Francesco Faà di Bruno

Sacerdote e fondatore

Aggiornato il 22 luglio 2026

Le origini nobili e la giovinezza

Francesco Faà di Bruno nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825 ed era l'ultimo di dodici figli di genitori nobili e benestanti, la cui nobiltà e i cui beni vantavano radici ancora più antiche di quelle dei Savoia. La famiglia d'origine era originaria di Bruno d'Asti, località in cui sorgeva l'antico castello di famiglia e dove i ragazzi trascorrevano ogni anno lunghi periodi di quiete. La famiglia Faà di Bruno era cattolicissima e impartì a Francesco e ai suoi numerosi fratelli una formazione dolce e al tempo stesso austera, fondata sull'amore profondo a Gesù e alla Chiesa. La madre si distingueva per la sua esemplare carità, soccorrendo costantemente i poveri del paese e trasmettendo tale passione ai figli, mentre il padre guidava la casa con fermezza. Due fratelli di Francesco intrapresero la vita religiosa: uno di essi entrò nella congregazione fondata a Roma da San Vincenzo Pallotti, dando vita a Londra a un'opera dedicata agli immigrati italiani e divenendo successivamente successore del santo alla guida della congregazione stessa. Altri due fratelli scelsero la via del sacerdozio, mentre due sorelle entrarono in monastero. Lo stesso Francesco pensò fin da ragazzino di donarsi interamente a Gesù, desiderando seguire l'esempio dei fratelli religiosi. All'età di nove anni, tuttavia, subì un doloroso lutto con la perdita della madre. Dopo questa grave mancanza, crebbe pensoso, intelligentissimo e straordinariamente dedito allo studio con grande passione. Frequentò i primi studi a Novi Ligure come allievo dei Padri Somaschi, distinguendosi per impegno e rettitudine morale.

La carriera militare e la scienza

Consigliato da una zia, all'età di quindici anni Francesco fece ritorno a Torino per iscriversi all'Accademia militare, emulando in tal modo il fratello Emilio, il quale sarebbe poi morto da eroe nel 1866 durante la battaglia di Lissa, meritando la Medaglia d'oro al valor militare. Nell'ambiente dell'Accademia e della vita militare, Francesco si distinse immediatamente per stile, rigore nello studio, capacità militari, altissimo senso del dovere, spirito di sacrificio e profondo amore alla patria. All'età di diciannove anni, nel 1846, fu nominato luogotenente. Fin da allora fu apertamente segnato a dito per la sua fede professata senza timori e per la sua esemplare purezza in un contesto non sempre favorevole. A ventitré anni partecipò alla prima guerra di indipendenza negli anni 1848 e 1849 in qualità di aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele, futuro re d'Italia. Durante la sanguinosa battaglia di Novara, vide cadere molti giovani soldati, e le loro vite stroncate e impreparate all'incontro con Dio rimasero per sempre impresse nella sua memoria. Negli scontri il suo cavallo fu colpito a morte e, sebbene fosse molto alto e gravemente ferito a una gamba, rimase eroicamente in piedi e riuscì a mettersi in salvo. Nei mesi precedenti la battaglia, avendo notato la mancanza di carte con rilievi aggiornati sulla zona di guerra, aveva personalmente raccolto i dati necessari per redigere una grande carta del Mincio, la quale si rivelò poi di fondamentale importanza nella successiva guerra di indipendenza del 1859, in particolare durante le battaglie di Solferino e San Martino. Decorato e promosso capitano di Stato Maggiore, considerò tale promozione eccessiva e scrisse al fratello Alessandro di aver semplicemente fatto il proprio dovere. In quel periodo torinese incontrava spesso Don Bosco, e gli accadeva frequentemente di servire la Messa al santo dei giovani nella sacrestia prima di recarsi all'Accademia. Il nuovo re Vittorio Emanuele II, salito al trono dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, promise di nominarlo precettore dei suoi figli in virtù delle sue doti eccelse e del suo carattere nobile. Per perfezionare la sua preparazione, Francesco si recò a Parigi, alla Sorbona, dove conseguì la licenza in Scienze matematiche. Tuttavia, quando ritornò a Torino nel 1851, l'incarico di precettore reale gli fu improvvisamente revocato a causa della forte corrente anticattolica e anticlericale presente nell'ambiente di corte. Poco tempo dopo fu sfidato a duello da un commilitone a causa della sua rigorosa preparazione e rettitudine, ma vi si sottrasse con fermezza in quanto cattolico. Deluso dalle ingiustizie degli uomini e dei potenti, e profondamente memore dei drammatici campi di battaglia, decise di dimettersi definitivamente dall'esercito per servire unicamente Gesù, pur rimanendo sempre legato alla scuola militare. Partì nuovamente per Parigi per frequentare la Sorbona, dove si laureò in Scienze matematiche e in Astronomia, avendo come docente e relatore di tesi il celebre scienziato Augustin Cauchy, insigne esponente del mondo cattolico francese. Durante il soggiorno parigino conobbe i massimi esponenti della cultura cattolica di Francia e d'Europa, strinse amicizia con il professor Federico Ozanam, fondatore delle Conferenze di San Vincenzo, e divenne membro attivo della Conferenza di San Vincenzo di Saint Germain des Prés, condividendo pienamente la passione per l'amore ai poveri che aveva imparato dalla madre nel castello di Bruno d'Asti. Rientrato a Torino con prestigiose lauree, cominciò a insegnare all'università e alla scuola militare, e dal 1861 insegnò come professore aggregato alla Facoltà di Matematica e Fisica, estendendo poi il suo insegnamento nel 1864 alla topografia, alla geodesia e alla trigonometria nella Scuola d'Applicazione dell'esercito. Operaio instancabile in un ambiente universitario e culturale fortemente liberale, positivista, massonico e anticattolico, non entrò mai in ruolo a cattedra a causa della sua palese fede cattolica e del suo sacerdozio, subendo l'opposizione dei nemici di Dio e ricoprendo esclusivamente supplenze e incarichi temporanei. Scrisse trattati di matematica oggetto delle sue lezioni e, nel 1857, all'età di trentadue anni, formulò la celebre formula che porta il suo nome, usata ancora oggi nei calcoli informatici e dalla NASA. Accanto all'impegno accademico, la sua genialità tecnica e inventiva lo portò a ideare il barometro a mercurio, un barometro differenziale, uno scrittoio per non vedenti stimolato dalla cecità della sorella, una sveglia elettrica e un ellipsigrafo, ricevendo numerosi premi in importanti esposizioni universali. Pubblicò inoltre un saggio scientifico sulle teorie delle forme binarie. Egli vedeva nell'armonia delle leggi della fisica e della matematica nient'altro che un'ombra delle perfezioni di Dio, affermando con convinzione che il ricercatore obiettivo riconosce dietro i fenomeni fisici e le regolarità matematiche una sapienza provvida e onnipotente. La sua biblioteca privata, raccolta in trentotto anni di studio e lavoro, era una delle più ricche d'Italia, e al momento della morte volle magnanimamente donarla all'università insieme alla sua preziosa collezione di libri e periodici scientifici.

La carità operosa e le opere sociali

Al suo ritorno nella città di Torino, il professore e ufficiale non rimase chiuso nei confini della sua speculazione scientifica, ma fu profondamente colpito dallo sfruttamento delle serve, povere ragazze immigrate dalla campagna per lavorare nelle case dei signori in una categoria del tutto ignorata dalla società. Per sottrarre queste giovani dalla strada e dai pericoli della città, istituì per loro una scuola di canto, radunandole presso la parrocchia di San Massimo per trasmettere la fede e la consolazione attraverso la musica e il canto sacro, componendo personalmente canti religiosi che accompagnava all'organo e faceva eseguire nelle parrocchie dove animava la Messa domenicale. Sostenitore attivo delle Conferenze di San Vincenzo, presenziò alla nascita della prima conferenza vincenziana torinese dei Santi Martiri, fu a capo della conferenza di San Massimo e fondò una conferenza vincenziana anche nella sua città natale, Alessandria, superando non poche difficoltà. Tentò persino di candidarsi alle elezioni politiche per contrastare la corrente liberale imperante, ma non vinse, sembra a causa di brogli elettorali. Notando le difficoltà dei lavoratori e dei poveri, invitò le autorità cittadine a istituire i fornelli economici sul modello francese per offrire un pasto caldo a chi ne aveva bisogno, ma non ottenendo risposta alle sue richieste di sussidio, decise di realizzare autonomamente il progetto nel borgo San Donato, uno dei quartieri più malfamati di Torino. Nel 1858 acquistò un terreno e una casa in quel quartiere e il 2 febbraio 1859 aprì ufficialmente l'opera di Santa Zita, ponendola sotto la protezione della santa lucchese. Per raggiungere la somma necessaria all'acquisto e alla costruzione, esaurì completamente i suoi mezzi personali, chiese aiuto alla famiglia e andò a questuare instancabilmente alle porte delle chiese di Torino. L'opera di Santa Zita raccoglieva gratuitamente le donne in cerca di servizio, curando con dedizione la loro formazione e legandole a famiglie moralmente sane dove dovevano essere strumenti di pace e concordia. All'interno del complesso, le donne meno dotate intellettualmente vennero amorevolmente accolte e chiamate clarine, sotto la protezione di Santa Chiara; esse compivano servizi preziosi, come lavorare nella lavanderia dotata di macchine a vapore da lui progettate, la quale serviva l'Accademia militare, le ferrovie e vari clienti privati, fornendo così entrate essenziali per il sostentamento dell'intera opera. L'impegno sociale di Francesco si espanse ulteriormente con la creazione di molteplici istituzioni: fondò un pensionato per i sacerdoti posto sotto la protezione di San Giuseppe, un pensionato per donne sole di civil condizione e per le più povere anch'esso affidato a San Giuseppe, una scuola per le future maestre elementari con la classe delle Allieve maestre e la protettrice Santa Teresa d'Avila, una scuola di preparazione alla gestione di una famiglia con la classe delle Educande, un liceo a cui Don Bosco mandava i migliori allievi di Valdocco raccomandandogli di ritornarglieli promossi, una biblioteca mutua circolante e una tipografia gestita interamente da donne, fatto considerato scandaloso all'epoca, nella quale stampò alcune sue pubblicazioni scientifiche e musicali. Aprì inoltre una casa di preservazione in Via della Consolata dedicata alle ragazze madri, considerate dalla società depravate ma che egli sapeva essere vittime di padroni senza scrupoli; l'esistenza di tale casa era così straordinaria che persino all'interno del Conservatorio del Suffragio molti ne ignoravano l'esistenza. Accanto a tutto ciò, inviò al Comune uno studio dettagliato per realizzare bagni pubblici e lavatoi di utilità pubblica, volti a prevenire la diffusione di malattie dovute alla scarsa igiene e a dare sollievo alle donne che d'inverno erano costrette a lavare i panni rompendo il ghiaccio nei fossi. Promosse inoltre la figura femminile in ogni ambito, dalle umili serve fino alla fondazione di istituti religiosi, e insieme a Don Bosco avviò l'opera per la santificazione delle feste contro lo sfruttamento domenicale dei lavoratori. Pur essendo ricco e nobile di nascita, scelse di vivere poveramente per poter soccorrere i poveri, motivando ogni suo sforzo con l'amore ardente per Gesù, che egli riconosceva chiaramente nei volti dei sofferenti.

Il sacerdozio e la costruzione del santuario

Nel corso degli anni, l'intensa vita di fede e le profonde posizioni teologiche maturate nello studio assiduo della Sacra Sacra e della Summa di San Tommaso d'Aquino spinsero molti a guardare a lui come a un punto di riferimento morale; i preti torinesi si appellavano spesso ai suoi pareri per questioni morali gravi. Incoraggiato dai vescovi di Mondovì e di Alessandria e da sacerdoti illustri come Don Bosco, Francesco maturò il desiderio di consacrarsi sacerdote, pur non avendo mai frequentato il seminario. L'arcivescovo di Torino, monsignor Gastaldi, avrebbe desiderato per lui un periodo di regolare preparazione in seminario, ma Don Bosco decise di parlare direttamente del caso con Papa Pio IX. Nel mese di ottobre del 1876, Francesco si recò a Roma; il Pontefice in persona, valutata la sua straordinaria tempra e la santità della sua vita, concesse una dispensa speciale, lo ammise agli Ordini sacri, lo fece consacrare diacono e lo ordinò sacerdote il 22 ottobre 1876. Al momento dell'ordinazione sacerdotale aveva cinquantadue anni ed era già capitano dell'esercito, professore di matematica e insigne operatore sociale. Per la sua prima Messa e per le successive, Papa Pio IX gli fece dono di un calice preziosissimo. Dopo tre mesi di intensa preparazione, il 1 novembre 1876, all'inizio del mese tradizionalmente dedicato ai defunti, celebrò solennemente la sua prima Messa nella grande chiesa che aveva fatto innalzare presso l'Opera di Santa Zita, dedicata a Nostra Signora del Suffragio. Aveva dovuto iniziare la costruzione della chiesa nel 1864, ma a causa delle dimensioni troppo ridotte della precedente cappella e della mancanza di fondi, era stato persino costretto a sospendere i lavori, andando a questuare personalmente alle porte delle chiese cittadine per poterla completare. Aveva commissionato allo scultore Antonio Tortone un monumentale gruppo marmoreo della Vergine Santa come aiuto delle anime del purgatorio, e la chiesa era stata infine benedetta il 31 ottobre 1876 dall'arcivescovo Gastaldi, che aveva in precedenza ostacolato la sua ordinazione. Quel tempio monumentale serviva come centro di azione benefica, di preghiera, di adorazione continua a Gesù Ostia e di suffragio per i defunti, in primo luogo per le giovani vite stroncate dalle guerre. Accanto alla chiesa, applicando le sue vaste conoscenze di statica e di fisica, progettò personalmente un imponente campanile alto settantacinque metri, sulla cui sommità collocò la statua dell'arcangelo San Michele e all'interno del quale inserì un osservatorio astronomico e meteorologico e otto campane, di cui una ottenuta dalla fusione di un cannone donato dal re. Su ognuno dei quattro lati del campanile fece collocare un orologio che segnava ogni quarto d'ora, offrendo nel quartiere popolare di San Donato una presenza religiosa e sociale che armonizzava mirabilmente la scienza e la fede. Il sacerdote novello continuò a insegnare all'università negli ultimi dodici anni della sua vita, e nel 1880 fondò l'Istituto di San Giuseppe a Benevello d'Alba per la formazione professionale delle giovani. Nel frattempo, ottenne l'approvazione diocesana per la congregazione religiosa nata da un gruppo di giovani donne che operavano attivamente fin dal 1868 sotto la guida di maestre laiche che si riunivano a pregare nella cappella di Santa Zita. Queste religiose univano ai tradizionali voti di povertà, castità e obbedienza la speciale consacrazione dei beni spirituali per le anime del purgatorio tramite l'Atto eroico di carità, dando vita alla Congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, chiamate 'minime' in omaggio al suo protettore San Francesco di Paola, poiché lui stesso, pur essendo un genio indiscusso, desiderava essere 'minimo' davanti a Dio in una radicale umiltà. Giovanna Gonella fu la prima segretaria dell'opera, ne divenne poi direttrice e, solo dopo la morte del fondatore, vestì l'abito religioso divenendo la prima Superiora generale. Oltre alla sua instancabile attività pastorale, il Beato scrisse opere teologiche, tra cui un saggio sull'Eucaristia nel 1872 e un Catechismo ragionato nel 1875, pubblicò articoli su riviste internazionali in inglese, tedesco e francese, e tradusse alcune opere di devozione dall'inglese e dal tedesco, organizzando anche serate scientifiche per finanziare la realizzazione degli affreschi della sua chiesa.

Il transito e la gloria degli altari

La vita terrena di Francesco Faà di Bruno giunse al termine dopo una malattia brevissima di appena cinque giorni, probabilmente causata da un'infezione intestinale. Si spense la mattina del 27 marzo 1888, alle ore nove del martedì della Settimana Santa, appena due mesi dopo la morte dell'amico Don Bosco. La sua morte avvenne nella stanza che aveva voluto all'interno della casa di Santa Zita, caratterizzata dalla presenza di una finestrella che si apriva direttamente sul Tabernacolo della chiesa. In quella stanzetta, l'ex capitano dell'esercito sabaudo e professore di matematica passava lunghe ore notturne inginocchiato in profonda adorazione eucaristica per recuperare il tempo di preghiera eventualmente trascurato di giorno e per pregare per il mondo in agonia a causa dei tanti peccati e dei rifiuti di Dio. Celebrava la Messa considerandola la realtà più sublime della sua giornata, curando la liturgia e la chiesa con grandissimo scrupolo ed evitando ogni sciatteria o banalità feriale, tornando spesso con il pensiero ai giovani morti sui campi di battaglia. Le sue esequie si tennero il 30 marzo 1888 in un clima di silenzio, senza Messa e senza il rintocco delle campane, poiché coincisero provvidenzialmente con il Venerdì Santo, giorno solenne del Sacrificio di Gesù. Il suo nome divenne celebre in Europa e in America, sebbene rimanesse malvisto dai massoni d'Italia. A distanza di un secolo dalla sua nascita al cielo, il 25 settembre 1988, Papa Giovanni Paolo II lo elevò alla gloria degli altari con la solenne beatificazione celebrata durante una visita pastorale a Torino, dedicandogli la cappella della Scuola di Applicazione e indicandolo come insigne protettore dei militari. Le sue sacre reliquie sono oggi venerate nella Chiesa di Nostra Signora del Suffragio a Torino, annessa alla Casa Madre dell'Istituto situata in Via San Donato. Lì accanto, un museo raccoglie i ricordi, i libri antichi, i numerosi strumenti scientifici e alcune delle invenzioni del Beato. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio continuano la loro missione evangelica e caritativa in diversi paesi del mondo, custodendo gelosamente lo spirito del Fondatore racchiuso nel suo celebre motto: pregare, agire, soffrire, testimoniando come il Beato Francesco Faà di Bruno abbia saputo porre mirabilmente la fede, la scienza e la carità al servizio esclusivo di Dio e dei fratelli, sia vivi che defunti.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Francesco Faà di Bruno?

La ricorrenza liturgica del Beato Francesco Faà di Bruno si celebra il 27 marzo.

Di cosa è patrono il Beato Francesco Faà di Bruno?

Il Beato Francesco Faà di Bruno è riconosciuto come protettore dei militari.

A Torino, beato Francesco Faá di Bruno, sacerdote, che unì sempre alla sua competenza di matematico e fisico l’impegno nelle opere di carità. — Martirologio Romano