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2 novembre

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini storiche

La commemorazione liturgica dei fedeli defunti ha origini storiche risalenti al nono secolo. Questa festa si pone in continuità con la prassi monastica del settimo secolo di dedicare un'intera giornata alla preghiera per i defunti. Amalario Fortunato di Metz visse approssimativamente tra il 770 e l'850. Amalario Fortunato di Metz fu nominato vescovo di Treveri nell'anno 809. Amalario collocò la memoria dei defunti subito dopo la celebrazione dei Santi già accolti in cielo. La festività fu introdotta ufficialmente nel cristianesimo nel 998. L'istituzione della festa si deve a Odilone di Mercoeur, abate del monastero di Cluny. L'abate Odilone impose a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di celebrare la Commemorazione dei defunti il due novembre. San Pier Damiani scrisse la biografia di san Odilone. San Pier Damiani documenta il decreto che fissava al due novembre la memoria dei defunti, posizionandola dopo la festa di Tutti i Santi del primo novembre. Il decreto formulato da Odilone nel 998 stabiliva che la solenne Messa per i defunti in Cristo fosse accompagnata da salmi, elemosine e canti. Nel tredicesimo secolo la festività assunse la denominazione ufficiale di Anniversarium Omnium Animarum. A partire dal tredicesimo secolo la ricorrenza trovò pieno riconoscimento nell'intera Chiesa Occidentale. La festività comparve formalmente per la prima volta all'interno dell'Ordo Romanus XIV. L'Ordo Romanus XIV fu redatto dal cardinale diacono Napoleone Orsini, vissuto tra il 1260 e il 1342. L'Ordo Romanus XIV fu co-redatto dal cardinale Giacomo Caetani Stefaneschi, vissuto tra il 1270 e il 1343. La stesura dell'Ordo Romanus XIV avvenne poco prima del trasferimento della sede papale ad Avignone, periodo compreso tra il 1309 e il 1377. L'Ordo fu successivamente ampliato nel 1311 per disposizione di papa Clemente V, il cui pontificato durò dal 1305 al 1314.

La condizione umana e il giudizio

Nell'ambito dell'esistenza terrena, l'essere umano è l'unica creatura dotata di libertà e responsabilità per le proprie azioni. L'uomo viene considerato l'artefice del proprio destino, destinato a proiettarsi in una dimensione trascendente. Non tutte le prospettive antropologiche della storia riconoscono un Dio che sia sia Creatore sia Giudice. Diverse antropologie negano la vita ultraterrena, ritenendo l'esistenza completa tra la nascita e la morte o ipotizzando una reincarnazione ciclica. L'antropologia cristiana sostiene la presenza di un Dio Buono che ha creato l'universo e lo sostiene tramite la Provvidenza. L'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Cristo. Dio ha affidato all'essere umano il governo e la conservazione del mondo creato. L'uomo ha il diritto di impiegare la creazione per il proprio bene e per quello della collettività. L'umanità è responsabile di questa gestione amministrativa e deve renderne conto al Creatore. Dopo la morte terrena, Dio assume il ruolo di giusto Giudice per ciascun uomo. Al termine della vita terrena, ogni essere razionale, libero e responsabile riceve una valutazione del proprio operato da parte di Dio. Il giudizio divino ratifica la ricompensa adeguata alle azioni compiute, siano esse buone o male, destinando all'eterna beatitudine o all'eterno tormento. La teologia cristiana individua due tipi di rendiconto: il giudizio particolare e il giudizio universale. Il giudizio particolare viene pronunciato per ogni singolo individuo subito dopo la sua morte. Il giudizio universale avverrà alla fine dei tempi e coinvolgerà l'intera umanità. Il giudizio di Dio non consiste in una procedura giudiziaria, ma nella realizzazione del suo disegno generale basato sulla relazione personale. La risposta libera dell'uomo all'invito di Dio determina conseguenze differenti. Coloro che muoiono in Cristo ottengono la piena ratifica del bene compiuto durante l'esistenza. Coloro che muoiono lontani da Cristo ricevono una giusta riprovazione che li condanna alla solitudine nelle tenebre dell'al di là. La Commemorazione di tutti i defunti possiede un profondo valore teologico che richiama l'intero mistero dell'esistenza umana dalla creazione al giudizio finale.

La Comunione dei Santi e la Chiesa

Il pensiero ufficiale della Chiesa in merito a questi aspetti di fede è espresso nei documenti del Concilio Vaticano II in conformità con la Rivelazione. Il capitolo settimo della costituzione dogmatica Lumen Gentium descrive tre diversi stadi ecclesiali del Corpo Mistico. Il testo della Lumen Gentium al numero 49 specifica che alcuni discepoli sono pellegrini sulla terra fino alla venuta del Signore nella sua gloria. Un secondo gruppo di discepoli ha terminato la vita terrena e sta attraversando una fase di purificazione. Un terzo gruppo di discepoli gode della gloria eterna contemplando direttamente Dio uno e trino. Tutti i componenti dei tre stadi ecclesiali, pur in modi e gradi differenti, condividono l'amore per Dio e per il prossimo ed elevano al medesimo Dio un inno di gloria. La Lumen Gentium al numero 49 attesta l'esistenza della Comunione dei Santi e l'opera di intercessione dei santi a favore dei fedeli ancora pellegrini sulla terra. Tutti coloro che appartengono a Cristo e possiedono lo Spirito Santo costituiscono un'unica Chiesa e sono reciprocamente uniti in Lui, in conformità con la Lettera agli Efesini. L'unione tra i viventi sulla terra e i defunti che riposano nella pace di Cristo non si interrompe con la morte. Secondo la fede costante della Chiesa, il legame tra viventi e defunti si rafforza attraverso la condivisione dei beni spirituali e l'offerta dei meriti conseguiti sulla terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. La Lumen Gentium al numero 51 descrive il rapporto intercorrente tra la Chiesa terrestre e la Chiesa celeste. Fin dalle origini del cristianesimo, la Chiesa dei pellegrini ha riconosciuto la comunione con il Corpo Mistico di Gesù Cristo e ha custodito con devozione la memoria dei defunti. In accordo con il Secondo libro dei Maccabei, la Chiesa sostiene l'utilità e la santità della preghiera per i defunti affinché vengano liberati dai peccati, offrendo per loro suffragi. La comprensione e la pratica della Commemorazione dei defunti si fondano sul mistero della Comunione di tutti i membri della Chiesa in Cristo. La morte non spezza la Comunione dei membri della Chiesa, che viene invece rinsaldata dalla condivisione dei beni spirituali. L'Apocalisse di Giovanni conferma questa realtà descrivendo la liturgia celeste a cui partecipano le anime dei beati. La liturgia terrena, in particolare attraverso il sacrificio eucaristico, si unisce al culto della Chiesa celeste, venerando la Vergine Maria, i santi apostoli, i martiri e tutti i santi. L'unione tra la liturgia celeste e quella terrena si concentra attorno all'Agnello immolato e ritratto in piedi, citato nell'Apocalisse. L'Agnello identifica Gesù Cristo, che è morto, risorto, siede alla destra di Dio e intercede per l'umanità, come riportato nella Lettera ai Romani e nella Lettera agli Ebrei. La convergenza liturgica attorno a Cristo rappresenta la condizione fondamentale per ogni forma di comunione nella carità tra i diversi gradi della Chiesa. In base alla fede ecclesiale, i beati intercedono presso Dio per i fedeli sulla terra e per la loro debolezza. Qualsiasi invocazione rivolta ai beati costituisce un riconoscimento di Dio per mezzo di Gesù Cristo, considerato unico Mediatore e Redentore. La Chiesa ha da sempre offerto suffragi per le anime dei defunti che necessitano di purificazione dopo la morte, come indicato nella Gaudium et Spes. Secondo la dottrina della Chiesa, richiamata nella Lumen Gentium, le anime in purificazione ottengono sollievo grazie ai suffragi dei fedeli viventi. I suffragi offerti dai viventi comprendono il sacrificio della Messa, le preghiere, le elemosine e altre pratiche di pietà stabilite dalle disposizioni ecclesiastiche. I Princìpi e norme per l'uso del Messale romano illustrano la natura del consorzio vitale tra i membri della Chiesa. Questo consorzio vitale raggiunge la massima perfezione durante le intercessioni della celebrazione eucaristica. L'Eucaristia viene celebrata in comunione con l'intera Chiesa, sia celeste sia terrestre. L'offerta eucaristica è rivolta a tutti i membri della Chiesa, vivi e defunti, chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza ottenute tramite il corpo e il sangue di Cristo.

Il mistero della morte

La concezione antropologica cristiana presenta una visione specifica dell'evento della morte. La morte non è, di per sé, un fatto desiderabile o affrontabile con serenità senza superare un'istintiva ripugnanza. Secondo il pensiero di Duns Scoto, la morte è un evento di diritto naturale. In base ai passi del Libro della Sapienza, la morte è contraria alla volontà di Dio ed è conseguenza del peccato. La Lettera ai Romani definisce la morte come il salario del peccato. L'apostolo Paolo invita a considerare la morte sotto l'aspetto morale, mentre Duns Scoto, definito Cantore dell'Immacolata, la presenta come una necessità naturale. Il fedele cristiano ha la possibilità di vincere la paura della morte facendo leva sui motivi della fede e della speranza, che ne trasformano la prospettiva. La morte accettata con fede e nella fede di abitare presso il Signore realizza il desiderio di comunione con Cristo, come citato nella Seconda Lettera ai Corinzi. La fede porta a lodare il Signore per la morte poiché essa realizza la speranza di possedere il Signore. Francesco d'Assisi canta questa concezione della morte nel Cantico delle creature. Per il credente la morte diventa la porta d'accesso alla comunione con Cristo. Il sentimento positivo verso la morte è proporzionato alla morte nel Signore, la quale conduce alla beatitudine, come affermato nell'Apocalisse. La vita terrena è ordinata alla comunione con Cristo dopo la morte, la quale costituisce un valore superiore rispetto alla vita terrena. La superiorità della comunione con Cristo giustifica il desiderio mistico della morte che apre la via alla vita eterna. La concezione cristiana della morte rappresenta una partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Il battesimo fa partecipare alla risurrezione di Cristo attraverso la morte mistica al peccato, come riportato nella Lettera ai Romani. L'Eucaristia costituisce la garanzia, il fondamento e la perfezione di tale partecipazione al mistero pasquale. Il Cantore dell'Immacolata definisce l'Eucaristia con le parole fundamentum et forma. Esiste la possibilità di morire fuori del Signore, fatto che conduce alla morte seconda menzionata nell'Apocalisse e nel Cantico delle creature. La morte è entrata nel mondo attraverso il peccato, come sostenuto nella Lettera ai Romani. Nella morte seconda la forza del peccato manifesta al massimo grado la sua capacità di separare l'essere umano da Dio.

L'anima e la risurrezione

Il Concilio Vaticano II insegna che l'uomo è ordinato alla risurrezione. La costituzione conciliare Gaudium et Spes descrive l'uomo come unità di anima e corpo che sintetizza in sé gli elementi del mondo materiale. Attraverso la condizione corporale dell'uomo, gli elementi materiali raggiungono il loro vertice e lodano liberamente il Creatore. La Gaudium et Spes afferma che l'uomo trascende l'universo nella sua interiorità e si riconosce superiore alle cose corporali. Nel proprio cuore l'uomo incontra Dio, che Ispeziona i cuori, e decide del proprio destino sotto lo sguardo divino. L'uomo possiede un'anima spirituale e immortale che gli permette di andare oltre le finzioni fisiche e sociali per attingere la verità profonda delle cose. L'autoconsapevolezza umana di superiorità rispetto alle altre creature si fonda sulla capacità di possedere Dio mediante la conoscenza e l'amore. La tendenza innata alla felicità porta l'uomo a rifiutare l'idea del totale annientamento con la morte e ad anelare a una vita ultraterrena. L'anima umana, essendo immortale e spirituale, tende naturalmente verso il suo Creatore. Il riferimento antropologico alla natura dell'anima rende possibile la dottrina escatologica. L'antropologia cristiana concepisce l'uomo come composto da due elementi, corpo e anima, che la morte separa temporaneamente. Dopo la morte l'anima può sussistere separata, mantenendo la tendenza profonda a ricongiungersi al proprio corpo. Lo stato di sopravvivenza dell'anima disincarnata è una fase intermedia e transitoria ordinata alla risurrezione, non una condizione ontologicamente definitiva. Il passo evangelico di Matteo invita a non temere chi uccide il corpo ma non può uccidere l'anima, bensì chi può far perire entrambi nella Geenna. Il logion evangelico di Matteo insegna la sopravvivenza dell'anima dopo la morte terrena in attesa del ricongiungimento con il corpo nella risurrezione. Il capitolo settimo del secondo libro dei Maccabei presenta il martirio per la verità come momento in cui la fede illumina la creazione e la vita eterna. Il libro della Sapienza afferma che la morte dei giusti appare come una sciagura agli occhi degli stolti, mentre le loro anime sono custodite nelle mani di Dio. I riferimenti biblici citati attestano con certezza di fede che Dio ha il potere di realizzare la risurrezione degli uomini. L'apostolo Paolo ha scritto ai Corinzi di aver trasmesso l'insegnamento ricevuto sulla morte di Cristo per i peccati secondo le Scritture, sulla sua sepoltura e sulla sua risurrezione il terzo giorno. Il testo biblico indica che Gesù Cristo è risorto di fatto, è la risurrezione e la vita, ed è la speranza della risurrezione dei credenti. I cristiani di ogni epoca professano la fede in Gesù Cristo risorto il terzo giorno e dichiarano di attendere la risurrezione dei morti all'interno del Credo niceno-costantinopolitano. La professione di fede cristiana riflette le attestazioni del Nuovo Testamento sulla futura risurrezione dei morti in Cristo. La prima lettera ai Corinzi definisce Cristo come la primizia di coloro che sono morti. La risurrezione di Gesù non è un evento isolato, ma è destinata a estendersi a chi appartiene a Cristo. La risurrezione del Signore è considerata il modello della futura risurrezione umana. La risurrezione di Cristo è la causa della risurrezione dell'umanità, ponendosi in contrasto con la morte venuta a causa di un solo uomo.

Lo stato intermedio e il ritorno glorioso

La promessa fatta da Gesù al buon ladrone sulla croce attesta l'esistenza di uno stato intermedio tra la morte e la risurrezione. Gesù ha promesso al buon ladrone che sarebbe stato subito con lui in paradiso dopo la morte. Durante la sua lapidazione, lo Stefano biblico esprime il desiderio di essere accolto immediatamente da Gesù invocando il suo spirito. L'apostolo Paolo descrive uno stato intermedio nella lettera ai Filippesi, esprimendo la tensione tra il rimanere nel corpo per lavorare e il desiderare di lasciarlo per essere con Cristo. Lo stato successivo alla morte è considerato desiderabile in quanto comporta l'unione diretta con Cristo. Paolo scrive della speranza della parusia, affermando che il Signore trasfigurerà il corpo misero dell'uomo per renderlo conforme al suo corpo glorioso. Lo stato intermedio è concepito come una fase transitoria proiettata verso la risurrezione finale. La Scrittura sostiene la necessità che il corpo corruttibile e mortale si rivesta di incorruttibilità e immortalità. Gesù ammonisce ripetutamente i discepoli a vigilare, poiché non è dato sapere né il giorno né l'ora del giudizio. Gesù preannuncia la venuta del Figlio dell'uomo nella gloria del Padre insieme ai suoi angeli per giudicare le azioni di ciascuno. La venuta gloriosa di Gesù e il Giudizio universale costituiscono un unico evento coincidente con l'ultima fase della storia umana. Il Giudizio universale rappresenta l'atto conclusivo della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, compiendo la liberazione e la divinizzazione dell'uomo. L'apostolo Paolo illustra il principio della retribuzione divina nella lettera ai Romani, spiegando che Dio concederà la vita eterna a chi opera il bene e manifesterà sdegno verso chi segue l'ingiustizia. Secondo la seconda lettera ai Corinzi, tutti gli uomini dovranno presentarsi al tribunale di Cristo per ricevere la ricompensa per il bene o il male compiuto nel corpo. A Cesarea, l'apostolo Pietro proclama che Gesù è stato ucciso sulla croce, ma Dio lo ha fatto risorgere il terzo giorno. Pietro attesta di aver ricevuto l'ordine di annunziare al popolo che Gesù è stato costituito da Dio come giudice dei vivi e dei morti. L'espressione dei vivi e dei morti fa riferimento alla dottrina dei Sadducei, i quali negavano la risurrezione e dividevano l'umanità tra chi sta al di qua e chi sta al di là della morte. Gesù ribatte alla dottrina sadducea citando le parole di Dio che si definisce il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Il Vangelo di Matteo afferma che Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Abramo, Isacco, Giacobbe e tutti coloro che sono morti nel Signore sono considerati viventi in una forma di vita differente. Gesù nega la distinzione tra vivi e morti, sostenendo la presenza dei soli viventi. La morte è definita non come annientamento ma come un passaggio verso un'altra esistenza. L'etimologia latina del termine defunto indica chi ha terminato i suoi compiti terreni e vive ora in un modo diverso. Al momento della sua venuta gloriosa, Cristo non stabilirà alcuna preferenza o privilegio tra gli uomini.

L'attesa nella speranza

Nella Prima Lettera ai Corinzi, Paolo dichiara che non tutti moriremo ma tutti saremo trasformati al suono dell'ultima tromba. La Scrittura insegna che i morti risorgeranno incorrotti e che la morte sarà sconfitta per mezzo di Gesù Cristo. Paolo precisa che la risurrezione riguarda la totalità delle persone, sia morte che vive. Il Risorto farà partecipare al grande giorno della sua festa sia i defunti che i viventi. Nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, Paolo invita i fedeli a non affliggersi per i morti come chi non ha speranza. La fede cristiana stabilisce che Gesù è morto e risorto e che Dio radunerà con lui i defunti. I viventi al momento del ritorno del Signore non avranno alcun vantaggio rispetto ai defunti. Al segnale del Signore, egli descenderà dal cielo e prima risorgeranno i morti in Cristo, poi i vivi saranno rapiti insieme a loro tra le nubi per andare incontro a Lui. Paolo esorta i credenti a confortarsi a vicenda con la dottrina dell'unione eterna con il Signore. Nella Seconda Lettera di Pietro si afferma che davanti al Signore un giorno equivale a mille anni e mille anni a un solo giorno. La apparente lentezza del Signore nell'adempiere la sua promessa è in realtà pazienza, per permettere a tutti di giungere al pentimento. La dottrina petrina invita alla santità di condotta e alla pietà nell'attesa del giorno di Dio, in cui i cieli si dissolveranno e gli elementi si fonderanno. I cristiani attendono, secondo la promessa divina, nuovi cieli e una terra nuova dove abiterà la giustizia. Pietro esorta i fedeli a farsi trovare immacolati, irreprensibili e in pace nell'attesa di tali eventi. La cristianità delle origini, guidata dagli Apostoli, considerava la seconda venuta di Cristo come un evento pieno di gioia e speranza. I cristiani contemporanei sono chiamati ad attendere il giudizio dei vivi e dei morti con la medesima fede e speranza gioiosa. Il Martirologio stabilisce che la Chiesa, dopo aver celebrato i santi in cielo, intercede presso Dio per le anime di tutti i defunti passati nella fede e nella speranza della risurrezione. La preghiera della Chiesa si estende a tutti gli uomini, dall'inizio del mondo, la cui fede è nota solo a Dio. L'intercessione della Chiesa mira a purificare le anime dei defunti da ogni peccato affinché accedano alla vita celeste e alla visione della beatitudine eterna.

Domande frequenti

Quando si festeggia la Commemorazione di tutti i fedeli defunti?

La commemorazione liturgica è fissata al 2 novembre.

Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna. — Martirologio Romano