23 giugno
San Giuseppe Cafasso
Sacerdote
Aggiornato il 15 settembre 2026
Le origini e la giovinezza in Piemonte
Giuseppe Cafasso nacque il quindici gennaio 1811 a Castelnuovo d'Asti, nel cuore di una regione e di un'epoca segnate da gravi problemi sociali ma anche dalla presenza di molti santi impegnati a risolverli. Era il terzo di quattro figli di una famiglia contadina, e tra i suoi affetti familiari si annovera la sorella minore Marianna, che fu la mamma del beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Cresciuto in questo contesto, compì i suoi studi secondari e il biennio di filosofia nel Collegio di Chieri, distinguendosi per l'amore totale a Cristo e la profonda carità verso i più poveri che avrebbero caratterizzato tutta la sua esistenza.
Nel corso della sua giovinezza, il cammino di fede e di studio proseguì con il passaggio, avvenuto nel 1830, al Seminario teologico di Torino. In quegli anni di preparazione al ministero, il giovane seminarista maturò la sua vocazione in un clima di preghiera intensa e di dedizione alla Chiesa. Nel 1833 il Cafasso fu ordinato sacerdote, compiendo il primo passo di una missione che avrebbe lasciato un segno indelebile nella storia religiosa del capoluogo piemontese. La sua ordinazione sacerdotale, celebrata a Torino nel 1834, aprì la via a una vita interamente consacrata al servizio di Dio e del prossimo, vissuta senza mai allontanarsi dalla città sabauda.
Il Convitto Ecclesiastico e la formazione dei preti
Quattro mesi dopo l'ordinazione, il Cafasso fece il suo ingresso nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi a Torino, che divenne la fondamentale ed unica tappa della sua vita sacerdotale. Era entrato in quella struttura per perfezionarsi nella pastorale, ma ben presto vi rimase come guida, diventandone infine il rettore. Il Convitto era una vera e propria scuola di vita sacerdotale e di teologia morale, dove i giovani preti, provenienti soprattutto dalla campagna, imparavano a confessare, a predicare e a esercitare il ministero. In quel luogo di crescita spirituale, i presbiteri si formavano nella spiritualità di sant'Ignazio di Loyola e nella teologia morale e pastorale del vescovo sant'Alfonso Maria de' Liguori, avendo come modelli di riferimento san Carlo Borromeo e san Francesco di Sales. Il Cafasso contribuì a rafforzare questo modello con la sua sapienza e la sua dolcezza, trasmettendo serenità alla gente che a lui accorreva.
Dalla sua cattedra di teologia morale, il religioso educava a essere buoni confessori e direttori spirituali, profondamente preoccupati del vero bene spirituale di ogni persona. Egli univa un grande equilibrio nel far sentire la misericordia di Dio a un acuto senso del peccato, e san Giovanni Bosco ricordava che le tre virtù principali del Cafasso docente erano la calma, l'accortezza e la prudenza. L'insegnamento del maestro non fu mai astratto o basato soltanto sui libri dell'epoca, ma nacque dall'esperienza viva della misericordia divina e dalla profonda conoscenza dell'animo umano. A lui accorrevano vescovi, sacerdoti, religiosi, laici eminenti e gente semplice, poiché egli sapeva offrire il tempo necessario a chiunque. La verifica del suo insegnamento era costituita dal ministero della confessione, a cui dedicava molte ore della giornata, trasformando quanti gli stavano vicino in buoni pastori e validi confessori.
Il padre spirituale di san Giovanni Bosco
Tra i frutti più luminosi della scuola del Convitto Ecclesiastico vi fu la figura di san Giovanni Bosco, vissuto tra il 1815 e il 1888, del quale il Cafasso fu compaesano e padre spirituale. San Giovanni Bosco ebbe il Cafasso come direttore spirituale per venticinque anni, dal 1835 al 1860, prima come chierico, poi come prete e infine come fondatore di opere straordinarie. Tutte le scelte fondamentali della vita di san Giovanni Bosco ebbero il Cafasso come consigliere saggio e guida illuminata. Il maestro spirituale non si impose mai sul discepolo e non cercò di formare in don Bosco un duplicato a sua immagine e somiglianza, ma lo rispettò nella sua personalità, aiutandolo a leggere la volontà di Dio e ad agire secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione. Don Bosco non copiò il Cafasso, ma lo imitò nelle virtù umane e sacerdotali, definendolo sempre un modello insuperabile di vita sacerdotale.
L'influenza del santo formatore si estese a molti altri sacerdoti che frequentarono il Convitto e furono poi seguiti spiritualmente. Il beato don Clemente Marchisio, fondatore delle Figlie di san Giuseppe, raccontava di essere entrato in Convitto come un giovane inesperto, senza sapere cosa significasse veramente essere prete, e di esserne uscito pienamente compreso della dignità del sacerdote. Il modello di pastore promosso dal Cafasso era una figura dalla ricca vita interiore e dal profondo zelo nella cura pastorale, fedele alla preghiera, impegnato nella predicazione e nella catechesi, e interamente dedito alla celebrazione dell'Eucaristia e al ministero della Confessione. Questo impegno costante nella formazione portò Papa Benedetto XVI a definire il religioso piemontese una vera e propria scuola di vita e di santità sacerdotale.
Il Santo della forca e l'amore per i carcerati
Un altro elemento profondamente caratterizzante del ministero di san Giuseppe Cafasso fu la sua straordinaria attenzione agli ultimi e, in particolare, ai carcerati della Torino ottocentesca, costretti a vivere in luoghi disumani e disumanizzanti. Per oltre vent'anni, il santo svolse il suo servizio tra i detenuti delle carceri, agendo sempre come un buon pastore compassionevole e comprensivo. Nei primi tempi del suo ministero in quell'ambiente di sofferenza, ricorreva spesso a grandi predicazioni che coinvolgevano quasi tutta la popolazione carceraria, mentre con il passare del tempo privilegiò la catechesi spicciola tramite colloqui e incontri personali. Affrontando con grande rispetto le vicende altrui, parlava nei suoi colloqui della confidenza in Dio, dell'adesione alla sua volontà e dell'utilità della preghiera e dei sacramenti, il cui punto di arrivo era sempre la Confessione, intesa come incontro con la misericordia infinita del Padre. I detenuti percepivano le sue rare qualità e venivano conquistati dal suo amore sincero originato da Dio, al punto che la sua semplice presenza faceva del bene, rasserenando gli animi, toccando i cuori induriti e scuotendo le coscienze indifferenti.
A Torino, nel corso dell'Ottocento, nacque l'appellativo di Santo della forca per indicare questo modello di luminosa vita sacerdotale, un titolo che testimoniava il suo impegno eroico e costante accanto ai condannati a morte nelle carceri Le Nuove di Torino, oggi in disuso e trasformate in un museo che mostra le dure condizioni dei detenuti di un tempo. I condannati a morte furono oggetto di specialissime cure umane e spirituali da parte del sacerdote, che accompagnò al patibolo ben cinquantasette di loro. Prima di condurli all'ultimo istante della loro esistenza terrena, il Cafasso aveva premura di confessarli e di amministrare loro l'Eucaristia, accompagnandoli con profondo amore fino al momento estremo. A riconoscimento di questa dedizione unica, il venerabile servo di Dio Papa Pio XII lo proclamò patrono delle carceri italiane il nove aprile 1948.
L'eredità spirituale e la canonizzazione
La vita di san Giuseppe Cafasso fu spesa senza riserve per la gloria di Dio e il bene delle anime, animata da una fede ben radicata e da una profonda e prolungata preghiera. A dimostrazione della sua totale dedizione ai doveri del proprio stato ecclesiastico, a Cafasso fu offerto di presentarsi alla Camera del Regno come deputato, ma egli rifiutò fermamente quella proposta. Motivò il suo rifiuto affermando che nel giorno del giudizio il Signore gli avrebbe chiesto se fosse stato un buon prete e non un buon deputato. Il segreto della sua azione quotidiana risiedeva nel fare in ogni piccola azione ciò che poteva tornare a maggior vantaggio spirituale del prossimo, amando la Beata Vergine Maria con immensa devozione e invocandola con gli appellativi di nostra cara Madre, la nostra consolazione e la nostra speranza.
San Giuseppe Cafasso si spense a Torino il ventitré giugno 1860 all'età di quarantanove anni, dopo aver offerto la sua esistenza al Signore. Le sue sacre spoglie riposano oggi nel Santuario della Consolata a Torino. Il riconoscimento ufficiale della sua santità da parte della Chiesa cattolica ebbe inizio quando Papa Pio XI, il primo novembre 1924, approvò i miracoli per la canonizzazione di san Giovanni Maria Vianney e pubblicò il decreto di autorizzazione per la beatificazione del Cafasso. In quell'occasione, il pontefice accostò il santo curato d'Ars e Giuseppe Cafasso definendoli nuovi astri sorti sulla Chiesa cattolica, descrivendo il primo come una figura piccola, umile e povera ma gloriosa, e il secondo come una grande, complessa e ricca figura di sacerdote, maestro e formatore di sacerdoti. Successivamente, Papa Pio XII propose il Cafasso come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale attraverso l'esortazione apostolica Menti nostrae del ventitré settembre 1950. Il percorso di esaltazione della sua figura trovò un ulteriore momento celebrativo quando Papa Benedetto XVI tenne una catechesi durante l'udienza generale del trenta giugno 2010, dedicata all'Anno Sacerdotale e alla figura del santo piemontese, il cui centocinquantesimo anniversario della morte ricorreva esattamente una settimana prima, il ventitré giugno dello stesso anno. La figura di san Giuseppe Cafasso rimane così consegnata alla storia come uno dei insigni Santi sociali di Torino, ricordato per aver formato intere generazioni di pastori secondo il cuore di Dio.
Il ministero sacerdotale
Il cammino di San Giuseppe Cafasso verso il presbiterato trova il suo compimento a Torino nel 1834, anno della sua ordinazione. Da quel momento, il suo zelo sacerdotale si è espresso in una dedizione instancabile, volta non solo alla cura dei fedeli, ma soprattutto alla formazione dei futuri ministri di Dio. Come direttore del Convitto Ecclesiastico di San Francesco d'Assisi a Torino, egli divenne un punto di riferimento fondamentale per il clero piemontese, insegnando l'arte di accogliere le anime con prudenza e carità. La sua pedagogia spirituale non si fermava alle aule di studio, ma si traduceva in una vita di preghiera e di penitenza, vissuta con sobria fermezza.
La sua missione non conosceva confini e si spingeva laddove la sofferenza umana gridava con maggiore intensità. San Giuseppe Cafasso è celebre per il suo coraggioso e tormentato servizio di assistenza spirituale ai condannati a morte. Egli accompagnò ben cinquantasette uomini fino al patibolo, offrendo loro l'ultimo conforto dei sacramenti e la certezza della misericordia divina. In quel momento estremo, in cui ogni umana speranza sembrava spegnersi, egli si faceva testimone dell'amore di Dio, capace di raggiungere anche i cuori più induriti dal dolore o dal peccato. Questa missione, vissuta nel silenzio e nella preghiera, rivela la grandezza di un uomo che non ha mai temuto di chinarsi sulle ferite dell'umanità, convinto che nessuno fosse mai escluso dalla possibilità della salvezza. Il suo legame con San Giovanni Bosco, durato un quarto di secolo, è la prova tangibile di come la sua sapienza spirituale abbia contribuito a formare santi che avrebbero poi cambiato il volto della Chiesa e della società torinese.
Il culto e la memoria
La venerazione per San Giuseppe Cafasso si è diffusa rapidamente, trovando il suo riconoscimento ufficiale nella canonizzazione presieduta da Papa Pio dodicesimo nel 1947. La Chiesa lo propone come modello di carità pastorale, specialmente per coloro che operano nel delicato ambito della giustizia e del recupero umano. Egli rimane una figura di riferimento per i sacerdoti, chiamati a esercitare il ministero della riconciliazione con la stessa delicatezza e fermezza che egli dimostrò durante il suo lungo apostolato.
La memoria liturgica di questo santo, celebrata il ventitré giugno, richiama alla mente la sua instancabile opera di carità verso chi è privato della libertà. Per questa ragione, egli è riconosciuto come patrono dei carcerati e delle carceri italiane, titolo che sottolinea la sua predilezione per i figli più fragili e dimenticati dalla società del suo tempo. Il suo esempio continua a interpellare il cuore dei credenti, invitando a riscoprire la dignità insopprimibile di ogni persona, anche di chi ha sbagliato. Nel silenzio delle carceri e nella solitudine dei condannati, San Giuseppe Cafasso ha saputo accendere una luce di speranza, ricordando a tutti che la misericordia di Dio non conosce ostacoli e che ogni anima, fino all'ultimo respiro, è preziosa agli occhi del Padre.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Giuseppe Cafasso?
La memoria liturgica di san Giuseppe Cafasso si celebra il ventitré giugno, giorno della sua nascita al cielo avvenuta nel 1860.
Di cosa è patrono San Giuseppe Cafasso?
San Giuseppe Cafasso è il patrono dei carcerati e delle carceri italiane.
A Torino, san Giuseppe Cafasso, sacerdote, che si dedicò alla formazione spirituale e culturale dei futuri sacerdoti e a riconciliare a Dio i poveri carcerati e i condannati a morte. — Martirologio Romano