4 febbraio
San Giuseppe (Desideri) da Leonessa
Aggiornato il 15 settembre 2026
Le origini e la chiamata alla vita religiosa
Al sacro fonte del battesimo, il fanciullo ricevette il nome insolito di Eufranio, sebbene il nome Eufronio fosse assai più noto, poiché era già appartenuto a due santi vissuti nel corso del quinto e del sesto secolo. Venne alla luce l'otto gennaio del mille cinquecentocinquantasei nella cittadina di Leonessa, situata nel territorio di Rieti. La sua famiglia vantava una condizione agiata, importante e appartenente alla nobiltà del paese, ma la sorte tervisa volle che fosse al contempo sfortunata. I genitori, identificati in Giovanni Desideri e in Francesca Paolini, morirono in un breve volgere di tempo l'uno dall'altra, lasciandolo orfano quando era ancora molto piccolo. A quel punto fu accolto dal saggio zio paterno Battista, che svolgeva l'ufficio di maestro di umanità a Viterbo. Sotto la sua guida attenta, il giovane compì gli studi formandosi una notevole cultura e una solida educazione religiosa. Quando i parenti sollecitarono prospettive di un ambito matrimonio per il suo avvenire, egli oppose un netto rifiuto, preferendo custodire la propria via. Sopraggiunse allora una grave malattia, a causa della quale gli fu consigliato di fare ritorno al paese natale di Leonessa. Qui egli ebbe la grazia di entrare in contatto con i frati cappuccini, frequentando con assiduità il loro convento e maturando il desiderio della sequela radicale di Cristo. In occasione di una visita pastorale del provinciale dell'Umbria, il giovane chiese con insistenza di essere accolto in religione. Entrò così, all'età di sedici anni, nel convento di Assisi. Visse l'anno di prova compiendo il noviziato nel convento delle Carcerelle, dove vestì l'abito religioso nel mese di gennaio del mille cinquecentocinquantaquattro, o meglio nel millesinquecentosettantadue secondo i registri dell'epoca. I famigliari tentarono invano di strapparlo al chiostro, adducendo la pressante necessità di assistenza per le quattro sorelle rimaste sole. Egli tuttavia scelse di ascoltare la voce di Dio piuttosto che i richiami del sangue. Raggiunti i diciassette anni, pronunciò i voti solenni e mutò il proprio nome in fra Giuseppe. Trascorso con grande fervore il periodo di prova, fu avviato allo studio approfondito della filosofia e della teologia, distinguendosi in modo particolare per il rigoroso spirito di penitenza che caratterizzava la sua giornata. Ricevette l'ordinazione sacerdotale nell'anno mille cinquecentottanta e mosse i primi passi come predicatore nelle campagne rurali dell'Italia centrale, rivelando subito una grande efficacia nel toccare i cuori.
La missione nella Costantinopoli ottomana
Nel cuore del sacerdote ardeva da tempo il sogno luminoso della missione tra gli infedeli, in un'epoca in cui si profilava una possibile evangelizzazione dei musulmani. Già due cappuccini erano riusciti a penetrare a Costantinopoli fin dal millesecentocinquantuno, seguiti nel mille cinquecentottantatré da alcuni padri gesuiti. Nel mille cinquecentottantasette, durante il capitolo generale dell'Ordine, la questione della cura delle terre d'Oriente fu affrontata con decisione. Il nuovo ministro generale, Girolamo da Polizzi, decise l'invio di una nuova spedizione, fortemente caldeggiata anche dalla Santa Sede, che intendeva affidare l'incarico ai figli di San Francesco. Fra Giuseppe aveva presentato da anni la propria domanda per partecipare alla spedizione, ma non figurava inizialmente tra i religiosi prescelti. Tuttavia, per un disegno della provvidenza, poté improvvisamente entrare a far parte del gruppo in sostituzione di fra Egidio di Santa Maria, il quale all'ultimo momento si era trovato impossibilitato a partire. All'età di trentuno anni, l'Ordine lo inviò dunque insieme ad altri confratelli verso l'antica Costantinopoli. Quella metropoli gloriosa, che era stata la capitale dell'Impero romano d'Oriente, era divenuta dal mille quattrocentocinquantatré la capitale dell'Impero turco, dopo essere stata conquistata dal sultano Maometto secondo che aveva sconfitto l'ultimo imperatore Costantino undicesimo, caduto valorosamente in combattimento insieme agli ultimi difensori greci, genovesi e veneziani. I turchi avevano lasciato al proprio posto il patriarca e i vescovi orientali, separati dalla Chiesa di Roma dallo scisma dell'undicesimo secolo, mentre i vescovi cattolici erano stati colpiti e allontanati con la forza. Molti fedeli cattolici vivevano ridotti in durissima schiavitù, mentre altri sopravvivevano isolati e dispersi attorno a chiese ormai ridotte in rovina. I missionari cappuccini seguivano un programma graduale ma coraggioso, che prevedeva l'assistenza spirituale e materiale ai cattolici in prigionia, ai malati, e il ristabilimento dei collegamenti con i gruppi di cattolici occidentali presenti sul posto per ragioni di lavoro e di commercio. Giunti sul luogo, i missionari trovarono un modesto alloggio nel quartiere di Pera, procedettero a riparare una cadente chiesa locale e cominciarono a svolgere il loro ministero tra gli occidentali colà residenti. A fra Giuseppe fu affidata in modo specifico la cura dei numerosi cristiani tenuti prigionieri dai turchi. Egli si dedicò a questo compito con tutte le proprie energie, portando conforto e speranza nelle tenebre delle celle. Spinto tuttavia dal proprio fervore e dal temperamento ardente, il religioso sentì che non poteva limitarsi all'assistenza dei connazionali, ma desiderava annunciare il Vangelo apertamente anche agli infedeli. Con vari stratagemmi cercò ripetutamente di penetrare nel palazzo del sultano Murad terzo per rivolgergli direttamente la parola di salvezza. In uno di questi tentativi di introdursi nella residenza imperiale, fu inevitabilmente scoperto, arrestato come sovversivo e condannato a una pena esemplare. Fu sottoposto al terribile supplizio del gancio, rimanendo per tre lunghi giorni sospeso con un uncino di ferro passato attraverso la mano destra e un piede ad un'alta trave, al di sotto della quale era stato acceso un fuoco vivo. Sopportò con eroica fermezza i dileggi e gli insulti della folla che si accalcava per assistere al martirio, offrendo tutto in unione con la passione di Cristo. Miracolosamente preservato dalla morte, fu infine liberato ed espulso dai domini ottomani, facendo così ritorno in Italia per riprendere il cammino della sua vocazione.
Il ministero itinerante e la carità operosa
Rientrato in patria, il religioso riprese con rinnovato fervore il proprio ministero di predicazione, accompagnandolo con costanti ed eroici esercizi di penitenza corporale. Egli era solito nutrirsi unicamente di pochi legumi o di un poco di pane macerato nell'acqua, mentre per giaciglio notturno sceglieva due duri sassi coperti da un semplice sacco di paglia. Viaggiava sempre e rigorosamente a piedi, secondo il genuino stile cappuccino, per poter osservare il mondo con gli occhi di chi sperimenta la fatica della strada. Si impose ritmi di lavoro estenuanti, tenendo regolarmente sei o sette prediche al giorno, e talvolta persino otto in luoghi diversi e molto distanti tra loro, arrivando a sfiancare i compagni di viaggio che lo accompagnavano. Dedicava pochissimo tempo al riposo notturno, sottraendo ore al sonno per poter dialogare personalmente con singole persone e singole famiglie che cercavano il suo consiglio. Diede alla sua predicazione un carattere profondamente popolare, volto alla pacificazione degli animi e al sollievo materiale e spirituale dei più deboli. Offrì una costante assistenza in carcere ai condannati a morte durante le loro ultime ore di vita, accompagnandoli con tenerezza paterna fino al patibolo. Si sforzò con ogni mezzo di far sorgere piccoli ospedali e ricoveri per i malati, lavorando a volte personalmente con le proprie braccia alla costruzione e alla pulizia degli ambienti. Combatté con fermezza l'usura che strozzava le famiglie povere, promuovendo la nascita dei Monti di Pietà e dei Monti Frumentari per garantire il piccolo credito a un tasso di interesse sopportabile. Divenne in tal modo una vera e propria voce autorevole, un punto di riferimento e una bandiera di giustizia nei paesi e nelle cittadine che via via attraversava nel suo cammino. Dagli atti del processo canonico di beatificazione risulta chiaramente che Dio lo favorì in vita del dono dei miracoli, della straordinaria scrutazione dei cuori e di particolari grazie di orazione profonda. All'interno della sua comunità religiosa ricoprì anche gli incarichi di superiore locale e di segretario provinciale, servendo i fratelli con umiltà e spirito di concordia.
Il transito al cielo e la glorificazione
Dopo aver scampato il martirio in terra straniera, Dio gli riscrisse una diversa via di purificazione attraverso la prova della malattia. Venne infatti colpito da una grave infermità che richiese un dolorosissimo quanto purtroppo inefficace intervento chirurgico. Per le cure del caso, fu trasferito nel convento di Amatrice, dove all'epoca era superiore un suo nipote che poté assisterlo con affetto filiale. Egli si preparò serenamente al grande incontro con il Signore, accettando le sofferenze corporali come dono supremo. La morte sopraggiunse il quattro febbraio del mille seicentododici, all'età di cinquantasette anni, e fu accompagnata da prodigiosi segni celesti. Per espressa volontà dei maggiorenti della città di Amatrice, il suo venerato corpo fu sottoposto a uno speciale intervento di conservazione e inumato inizialmente nella chiesa conventuale locale. Già subito dopo la sua pia transizione, sorsero spontaneamente confraternite intitolate al suo nome ad Amatrice, a testimonianza del vivo rimpianto e della devozione del popolo. Successivamente, nel millesecentotrentanove, le sue spoglie mortali furono solennemente trasportate a Leonessa, la sua città natale, dove tuttora si conservano e si venerano nell'apposito santuario a lui dedicato. La fama della sua santità spinse la Chiesa a promuoverne la causa, che giunse alla beatificazione per mano di Papa Clemente XII nel millesettecentotrentatré. Pochi anni dopo, il ventinove giugno del millesettecentoquarantasei, Papa Benedetto XIV lo proclamò solennemente santo. La sua festa liturgica viene celebrata dai suoi confratelli cappuccini e dalla Chiesa il quattro febbraio di ogni anno. Di lui ci restano preziose testimonianze scritte, tra cui lettere e prediche, alcune delle quali date alle stampe. Nelle rappresentazioni dell'iconografia sacra viene solitamente raffigurato mentre si trova sospeso sul patibolo del gancio, oppure nell'atto di predicare alla folla con il crocifisso in mano. Nel martirologio romano egli è giustamente ricordato ad Amatrice, nel Lazio, come sacerdote esemplare dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che a Costantinopoli soccorse i prigionieri cristiani e patì per aver annunciato il Vangelo nel palazzo del sultano, e che al ritorno in patria rifulse nella carità eroica per i poveri.
Il cammino e la missione
Nato a Leonessa nel 1556, il giovane Eufranio sentì presto la chiamata a una vita di totale consacrazione. Nel 1572 scelse di abbracciare la rigida povertà dei frati Cappuccini ad Assisi, assumendo da quel momento il nome di Giuseppe. Dopo gli anni della formazione e l'ordinazione sacerdotale, il suo ardore missionario lo condusse nel 1587 a Costantinopoli. In questa città, cuore dell'Oriente, il santo si dedicò con amore viscerale all'assistenza spirituale e materiale dei cristiani ridotti in schiavitù, offrendo loro consolazione nei momenti più bui della prigionia.
Spinto dal desiderio di portare la luce di Cristo anche ai vertici del potere ottomano, fra Giuseppe tentò di incontrare il sultano per perorare la causa della libertà religiosa. Questo gesto audace gli costò l'arresto immediato e la terribile tortura del gancio, a cui sopravvisse miracolosamente. Rientrato in Italia, non cercò il riposo, ma si dedicò con rinnovato vigore alla predicazione popolare tra la gente comune e alla fondazione di ospedali per i poveri, spegnendosi infine ad Amatrice nel 1612.
La memoria e il culto
La memoria di san Giuseppe da Leonessa è rimasta viva nel cuore del popolo cristiano, che ha subito riconosciuto la santità di questo frate cappuccino, capace di unire la contemplazione mistica a una carità operosa e concreta. Il suo esempio di fedeltà eroica a Cristo, dimostrato sia sotto i tormenti della tortura sia nel quotidiano servizio ai malati, è stato solennemente riconosciuto dalla Chiesa nel diciottesimo secolo.
Fu papa Benedetto XIV a proclamarlo santo nell'anno 1746, offrendo alla venerazione universale un uomo che aveva fatto della propria vita un dono d'amore senza riserve, consumato tra le fatiche della missione e l'abbraccio misericordioso verso i bisognosi.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Giuseppe da Leonessa?
La festa liturgica di San Giuseppe da Leonessa si celebra il quattro febbraio.
Ad Amatrice nel Lazio, san Giuseppe da Leonessa, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che a Costantinopoli aiutò i prigionieri cristiani e, dopo aver duramente patito per aver predicato il Vangelo fin nel palazzo del Sultano, tornato in patria rifulse nella cura dei poveri. — Martirologio Romano