7 marzo
San Giusto Ranfer di Bretenières
Sacerdote e martire
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il contesto e la riflessione sulla gioia cristiana
La società tecnica ha moltiplicato le occasioni di piacere ma ha difficoltà a generare la gioia spirituale. Nonostante la presenza di denaro, comodità, igiene e sicurezza materiale, la noia, la tetraggine e la tristezza sono la sorte di molti. La tristezza dei non credenti deriva dal fatto che lo spirito umano, creato a immagine di Dio e orientato a Lui, rimane senza conoscerLo né amarLo. La conoscenza e la certezza del legame con Dio portano gioia e non possono essere spezzate neanche dalla morte. Queste considerazioni sulla gioia cristiana sono state espresse da papa Paolo VI nell'esortazione Gaudete in Domino il 9 maggio 1975. In questo testo pontificio, il Papa illustra come il cristiano debba sperimentare le gioie umane come dono di Dio al pari di Gesù. Papa Paolo VI evidenzia che Cristo ha condiviso la condizione umana e i suoi sentimenti, eccezion fatta per il peccato. Secondo Paolo VI, la gioia di Gesù deriva dalla consapevolezza dell'amore ineffabile del Padre. Il Pontefice ricorda che i credenti sono chiamati a partecipare alla gioia dello Spirito Santo mediante la fede e la carità. Il testo papale precisa che la gioia spirituale sulla terra coesisce con la sofferenza, la prova e un senso di abbandono temporaneo. Secondo la dottrina citata dal Papa, l'afflizione dei discepoli è destinata a trasformarsi in una gioia spirituale permanente. La conoscenza e l'amore di Dio allargano il cuore dell'uomo e possono condurlo a dare con gioia la vita per la salvezza dei fratelli. L'esempio di san Giusto di Bretenières dimostra questa capacità di donare la vita per gli altri.
L'infanzia, la famiglia e la vocazione precoce
Giusto Ranfer di Bretenières nasce il 28 febbraio 1838 a Chalon-sur-Saône, in Borgogna, presso la casa dei nonni materni. Alcuni mesi dopo la sua nascita, i genitori di Giusto tornano nel castello di Bretenières, proprietà di famiglia situata vicino a Digione. La famiglia Bretenières trascorre le estati al castello e gli inverni a Digione. Preoccupata per il futuro del figlio, la madre di Giusto lo affida e lo consacra per sempre alla Santa Vergine, invocandola come Regina degli Angeli. All'età di sei anni, Giusto gioca con il fratello Cristiano, più giovane di lui di due anni, nel parco del castello di Bretenières scavando la terra con delle palette. Mentre scava, Giusto si china sulla buca e grida al fratello di vedere e sentire i Cinesi che lo chiamano per essere salvati. L'episodio dello scavo lascia un'impronta profonda e indelebile nel pensiero di Giusto. Qualche anno dopo l'episodio della buca, Giusto dichiara al fratello che non erediterá il castello di famiglia perché diventerà sacerdote, lasciando la proprietà a Cristiano. La felicità maggiore di Giusto consiste nel servire la Messa o nell'incensare il Santissimo Sacramento. Giusto gareggia in zelo con il fratello per abbellire il più possibile le celebrazioni del mese di maggio, dedicato a Maria. Nella famiglia di Bretenières i figli dispongono del necessario ma senza concessioni al lusso o alla mollezza.
Gli anni della formazione e la maturazione degli studi
Nell'ottobre del 1851 i due fratelli vengono affidati a un precettore ventottenne di nome don Gautrelet. Don Gautrelet nota in Giusto una tendenza al giudizio basato su una logica eccessiva, che gli impedisce di accettare opinioni moderate. Nella pratica delle virtù Giusto ritiene che non debbano esistere imperfezioni né sfumature. Giusto possiede un carattere piacevole e un umore abitualmente stabile. Giusto partecipa ai giochi volentieri, ma lo fa più per compiacere gli altri che per un reale gradimento personale. Una sera Giusto esprime rammarico per la cancellazione di una partita a carte a lui molto gradita. A causa della sua impazienza per la partita a carte, a Giusto viene proibito di giocare nei giorni successivi. Fin dalla più tenera età Giusto manifesta un carattere nervoso, sensibile e un timore eccessivo per il dolore. Il desiderio della vita missionaria spinge Giusto a sopportare con allegria fatiche, caldo e sete durante le gite in montagna nelle vacanze. Durante le escursioni montane Giusto si abitua a portare fardelli e ad accontentarsi di poco. Nel 1856 Giusto consegue la maturità a Lione. Dopo la maturità Giusto intraprende gli studi per la laurea in lettere, poiché i genitori lo ritengono troppo giovane per realizzare la vocazione. Nel suo progetto di consacrazione a Dio, Giusto prende in considerazione i Domenicani per via delle loro missioni in Estremo Oriente. Oltre alla vita missionaria, Giusto si sente attratto anche dalla vita monastica. Su consiglio del suo confessore e dei genitori, Giusto decide infine di entrare nel Seminario di Issy a Parigi.
Il cammino nel Seminario di Issy e l'ingresso alle Missioni Estere
Durante la permanenza al Seminario di Issy trova conferma la vocazione missionaria di Giusto. Un suo condiscepolo riferirà in seguito una conversazione in cui Giusto affermava l'impossibilità di tirarsi indietro di fronte alla chiamata dell'ostia consacrata per la conquista delle anime lontane. Giusto trascorre due anni nel seminario di Issy. Nel seminario di Issy a Giusto vengono assegnati i compiti di organista e di infermiere. Il dinamismo di Giusto gli fa guadagnare la simpatia dei suoi confratelli. Durante il periodo in seminario Giusto fa visita di tanto in tanto ai genitori nell'appartamento che essi possiedono a Parigi. Nel maggio del 1861 Giusto decide di entrare nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi. I genitori di Giusto accettano la sua decisione di entrare nel Seminario delle Missioni Estere pur provando dolore. Il 28 giugno Giusto dichiara per iscritto di essere consapevole delle difficoltà, degli ostacoli, delle sofferenze e dei pericoli del suo cammino, affidandosi completamente a Dio. Giusto viene accolto nel Seminario delle Missioni nell'autunno del 1861. Al suo arrivo al seminario, viene accolto con grande calore e fraternità dai confratelli. Giusto scrive di aver ricevuto un abbraccio da tutti all'uscita dal refettorio la sera del suo arrivo. Egli nota e descrive la straordinaria carità e l'unità di spirito presenti nel seminario. L'anno accademico al seminario inizia con un corso di ritiri spirituali basati sugli Esercizi di sant'Ignazio di Loyola. Giusto conclude il ritiro spirituale provando un profondo fervore religioso. Giusto invia una lettera al fratello citando le parole rivolte da sant'Ignazio a san Francesco Saverio a Parigi. Nelle sue lettere, Giusto esorta il fratello a porre la salvezza dell'anima al di sopra di qualsiasi conquista materiale. Giusto ammonisce il fratello ricordandogli che solo l'amore per il Signore, e non le cose terrene, può soddisfare l'uomo.
La disciplina spirituale e le prove interiori
Alla fine dell'anno, Giusto si attende di accedere agli ordini minori. Giusto non viene incluso tra i candidati destinati a ricevere gli ordini minori. Giusto non conosce la norma del seminario che prescrive la permanenza per un intero anno prima di poter ricevere gli ordini. Pensando che la sua esclusione sia dovuta a un giudizio negativo dei superiori sulla sua idoneità missionaria, Giusto prova una profonda sofferenza. In una lettera al fratello, Giusto esprime il suo sconforto per la decisione, pur ribadendo di non dubitare della propria vocazione. Prima di confrontarsi con il direttore spirituale, Giusto sceglie di accettare la situazione offrendo a Dio la rinuncia alle proprie aspirazioni. A causa del turbamento, Giusto soffre di insonnia e trova conforto nel cantare piano inni alla Vergine Maria durante la notte. Il superiore del seminario, Padre Albrand, rassicura Giusto confermandogli la sua effettiva vocazione alla vita missionaria. Con il passare degli anni, Giusto si dedica con costanza alla preghiera, allo studio e al perfezionamento spirituale. Giusto ritiene che la ricerca della perfezione personale sia prioritaria anche rispetto alla preparazione alla vita missionaria. Giusto si applica all'apprendimento e alla lettura approfondita degli scritti di san Giovanni della Croce. Ogni mattina Giusto riserva un lungo periodo alla pratica della preghiera. Giusto dedica ampi momenti della giornata all'adorazione eucaristica davanti al Tabernacolo. La devozione verso l'Eucaristia costituisce un elemento centrale per tutto il percorso di vita di Giusto. Nel tentativo di imitare la povertà di Gesù Cristo, Giusto adotta uno stile di vita essenziale nel modo di vestire e nella cura della sua stanza. Giusto svolge con impegno e ardore il servizio di assistenza ai poveri dei dintorni del seminario. Nelle sue mansioni, Giusto ricerca sempre le incombenze più umili per cogliere occasioni di mortificazione e umiltà. In spirito di obbedienza religiosa, Giusto sottopone ogni sua iniziativa all'approvazione diretta del Superiore. Nonostante lo stile di vita austero, Giusto mostra un carattere eccezionalmente allegro e vivace. In aula, durante le lezioni, Giusto fa ridere i propri compagni di studio con le sue battute. Giusto ama scherzare ed è abile nell'imitare accuratamente il canto del gallo. Simulando il verso del gallo nel cuore della notte, Giusto causa più volte scompiglio nei pollai. La manifesta vivacità ed esteriorità gioiosa di Giusto scaturiscono da una profonda esperienza di fede e spiritualità.
L'ordinazione sacerdotale e la destinazione alla Corea
Nonostante la sua forte spiritualità, Giusto vive talvolta periodi di sconforto e abbattimento. Giusto si sente occasionalmente sopraffatto al pensiero delle virtù necessarie per un missionario e delle patite sofferenze dei predecessori. In un momento di forte crisi emotiva, Giusto decide di rivolgersi direttamente al Padre Superiore. Giusto manifesta tristemente il desiderio e il dovere morale di ritornare tra i suoi cari, affermando di non poter più restare dove si trova. Padre Albrand ascolta le parole di Giusto sorridendo. Padre Albrand minimizza il problema, ordinando a Giusto di tornare nella sua stanza e di non pensarci più. L'ordine di Padre Albrand fa dissipare immediatamente la tentazione di Giusto. Il 21 maggio 1864 Giusto riceve l'ordinazione sacerdotale. Giusto scrive a un amico chiedendogli di pregare affinché gli sia concessa la grazia del martirio. Dopo l'ordinazione, Giusto attende l'ordine di partenza per la missione. Gli aspiranti missionari non conoscono la propria destinazione finale fino all'ultimo momento. I candidati alla missione devono accettare con disponibilità qualsiasi destinazione assegnata da Dio. Giusto compie il sacrificio totale di sé stesso e mostra una perfetta indifferenza riguardo alla sua futura sede. Lunedì 13 giugno il Superiore convoca Giusto per discutere la sua destinazione. Alla domanda del Superiore su quale missione preferisca, Giusto risponde di non avere alcuna preferenza. Il Superiore propone inizialmente a Giusto di inviarlo nel Tibet per testare la sua reazione. Giusto dichiara che la destinazione in Tibet gli conviene perfettamente. Il Superiore cambia proposta e gli dice che andrà invece nel Tonchino. Giusto accetta con sottomissione la proposta del Tonchino. Il Superiore rileva con una domanda la totale indifferenza di Giusto verso la meta. Giusto conferma al Superiore la propria indifferenza circa la destinazione. Il Superiore rivela infine a Giusto la reale e seria destinazione: la Corea. Subito dopo il colloquio, Giusto scrive al suo ex precettore esprimendo gioia per la destinazione assegnatagli da Nostro Signore. Nella lettera al precettore, Giusto esalta la Corea definendola una terra di martiri. Nel corso del secolo precedente, la terra coreana era stata teatro di abbondanti spargimenti di sangue cristiano. Martedì 19 luglio 1864 Giusto si imbarca a Marsiglia per l'Estremo Oriente insieme a nove confratelli.
L'arrivo clandestino in Corea e l'opera pastorale a Seul
Il 29 maggio 1865 Giusto e i suoi compagni riescono ad entrare in Corea clandestinamente. Giusto stabilisce la sua residenza a Seul, la capitale, vicino al vescovo Monsignor Berneux. Giusto descrive ironicamente Seul in una lettera, invitando a non lasciarsi ingannare dalla definizione di «luogo di delizie». Giusto descrive Seul come un grande agglomerato di casupole di terra addossate l'una all'altra. Le stradine di Seul sono stretti passaggi dove due persone faticano a incrociarsi e servono contemporaneamente da fognature a cielo aperto. Giusto alloggia presso famiglie cristiane in una stanza estremamente povera. Nella stanza di Giusto la terra nuda funge da sedia e da tavolo, mentre un semplice pezzo di legno serve da cuscino per il letto. A causa delle persecuzioni in corso, Giusto esce di casa esclusivamente di notte. Durante le uscite notturne, Giusto indossa abiti da lutto e un ampio cappello a forma di tetto di colombaia. Il cappello tradizionale copre il missionario fino ai gomiti, impedendogli di vedere ed essere visto, facilitando così la preghiera personale. Le giornate di Giusto sono dedicate interamente alla preghiera e allo studio della lingua coreana. Grazie all'aiuto di un giovane cristiano, in sei mesi Giusto impara la lingua coreana quanto basta per predicare e confessare. I catecumeni compiono tragitti di 150 km e oltre per farsi battezzare o ricevere la Comunione da Giusto. Giusto testimonia di aver visto donne di settant'anni percorrere 240 km a piedi pur di comunicarsi. Il missionario nota come i fedeli coreani vedano il sacerdote solo un giorno all'anno e abbiano una grande sete della Parola di Dio. Giusto confronta la devozione dei coreani con la situazione in Europa, dove i fedeli non sempre sfruttano la profusione di sacramenti a disposizione. Giusto assume il nome coreano di Padre Paik ed è felice di iniziare la sua opera pastorale a supporto dei confratelli. Negli ultimi mesi del 1865 Padre Paik ascolta confessioni, battezza e prepara almeno 40 adulti, benedice matrimoni, amministra cresime e l'Estrema Unzione. Nel tardo 1865 si prospettano numerose conversioni al cristianesimo.
L'arresto, le torture e il martirio a Sai-Nam-Hte
Dopo un periodo di relativa calma, le persecuzioni contro gli europei e i cristiani riprendono con forza. Il tradimento di un domestico del vescovo causa l'arresto di diversi sacerdoti. Il vescovo Monsignor Berneux viene catturato dalle autorità il 23 febbraio 1866. La mattina del 26 febbraio 1866 i soldati irrompono nella stanza di Giusto mentre si prepara a celebrare la Messa. Giusto viene arrestato e legato con una corda rossa, simbolo riservato ai grandi criminali. Giungendo in tribunale, Giusto prova gioia nel ritrovare il suo vescovo Monsignor Berneux. Prima di sedersi sulla sedia riservatagli in tribunale, Giusto si prosterna davanti al vescovo con profonda umiltà e rispetto. Durante gli interrogatori, Giusto risponde ripetutamente di essere venuto in Corea per salvare le anime e di essere felice di morire per Dio. Giusto viene sottoposto alla tortura del «shien-noum», venendo legato a una sedia e percosso sulle tibie e sui piedi con un bastone a sezione triangolare. Per quattro giorni consecutivi il missionario viene condotto al cospetto di varie istanze giudiziarie. Al termine di ogni interrogatorio, il corpo di Giusto viene lacerato con un piolo appuntito della grandezza di un braccio. Durante le torture e le sofferenze, il martire mantiene il silenzio e prega. Tutte le sere Giusto viene riportato in prigione stremato, dove le sue ferite vengono curate con carta oleata. Insieme a Giusto vengono torturati e condannati a morte Monsignor Berneux e i Padri Beaulieu e Dorie. I martiri hanno donato completamente se stessi spinti dal loro amore per la salvezza delle anime. Nel 1862 Giusto scrisse una lettera al suo ex precettore. L'ex precettore di Giusto era pieno di zelo per la salvezza delle anime, ma temeva le rinunce legate alla vocazione missionaria. Nella lettera del 1862, Giusto affermava che chi comprende il valore di un'anima non dà peso ai sacrifici necessari per salvarla. Giusto sosteneva che l'amore per il bene delle anime spinge a superare i pericoli dei viaggi marittimi e ad affrontare con gioia le minacce alla propria vita. Giusto descriveva il missionario come colui che canta di gioia anche di fronte a persecuzioni, spade, fame, stanchezza, miseria e angoscia, ritenendo di non soffrire mai abbastanza. L'8 marzo 1866 i condannati, non riuscendo a reggersi in piedi, vennero trasportati sul luogo dell'esecuzione legati ciascuno a una sedia. I condannati, considerati criminali di Stato, dovevano essere giustiziati su una grande spiaggia sabbiosa situata a circa 5 chilometri da Seul. Quattrocento soldati armati sorvegliavano la folla presente all'esecuzione. Di fronte agli insulti di alcuni presenti, il santo Vescovo rispose fermamente rammaricandosi di non poter più indicare loro la via del Cielo e definendoli degni di compassione. Durante il tragitto verso il luogo dell'esecuzione, i portatori fecero diverse soste. Monsignor Berneux approfittò delle soste per conversare con i suoi compagni di martirio. I volti dei martiri esprimevano una gioia divina che suscitò lo stupore dei pagani. Giusto affermò ai compagni che morire è dolce, mostrando un volto sereno e pacifico. Papa Paolo VI ha commentato l'atteggiamento dei martiri evidenziando come il mondo veda solo la loro afflizione, mentre essi mantengono la gioia interiore grazie alla comunione con il Padre e Gesù Cristo. Giusto fu chiamato per l'esecuzione subito dopo il Vescovo. Una volta deposto a terra, Giusto venne spogliato dei suoi abiti. Entrambe le orecchie di Giusto vennero ripiegate e trafitte con una freccia ciascuna. Un grosso e lungo bastone fu infilato sotto le braccia di Giusto, che erano state legate dietro la schiena. Due soldati sollevarono Giusto tramite il bastone e lo portarono in una lunga marcia a spirale per esibirlo alla folla. Successivamente Giusto fu collocato a terra, inginocchiato e con la testa chinata in avanti. Al segnale del mandarino, sei carnefici eseguirono una danza circolare attorno a Giusto brandendo sciabole e gridando 'A morte!'. I carnefici colpirono Giusto e la sua testa cadde al quarto colpo di sciabola. Al momento della decapitazione, l'anima di Giusto entrò nella letizia del Cielo. Giusto morì all'età di 28 anni. Alla notizia della morte di Giusto, il padre pianse abbondantemente per il profondo dolore. La madre di Giusto non pianse, ma il suo volto manifestò un'intensa sofferenza. Entrambi i genitori di Giusto si inginocchiarono e ringraziarono Dio sapendo che il figlio era in Cielo. Dal punto di vista puramente umano, la prematura scomparsa di Giusto rappresentò un insuccesso per il suo apostolato.
La canonizzazione e i frutti spirituali del martirio in Corea
Il 6 maggio 1984 Papa Giovanni Paolo II canonizzò 103 martiri della Corea, tra i quali figuravano Giusto di Bretenières e i suoi compagni. Durante l'omelia di canonizzazione, Giovanni Paolo II paragonò la morte dei martiri a quella di Cristo sulla Croce, definendola inizio di una vita nuova e fermento per la Chiesa. Il pontefice richiamò la massima dei primi secoli del cristianesimo secondo cui il sangue dei martiri è semente di cristiani. La Chiesa cattolica in Corea ha registrato una crescita eccezionale, con oltre 100.000 battesimi di catecumeni ogni anno. Tra il 1990 e il 1996 il numero dei cattolici coreani è aumentato da 2,7 a 3,5 milioni, arrivando a rappresentare il 7,7% della popolazione totale. I sacerdoti cattolici in Corea superano l'unità di migliaio. La Chiesa cattolica in Corea è guidata da diciotto vescovi. Il nuovo Presidente della Corea del Sud è stato eletto il 18 dicembre 1997 ed è un cattolico praticante. Il Presidente della Corea del Sud ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace il 18 ottobre 2000. Il dinamismo evangelico della Corea si evidenzia con l'invio oltreconfine di oltre duecento missionari tra sacerdoti, monaci e suore. Sessanta sacerdoti si sono offerti volontari per svolgere un'opera evangelizzatrice nella Corea del Nord comunista, non appena le condizioni lo consentiranno. Il sangue versato dai martiri non è stato vano. Papa Giovanni Paolo II ha affermato che i martiri sono entrati nella gioia di Maria, la quale ha condiviso la Passione e la morte di Gesù ai piedi della Croce. Giovanni Paolo II ha dichiarato che la Regina dei martiri gioisce insieme ai fedeli. Papa Paolo VI ha scritto che, dopo Maria, la gioia più pura e ardente si trova nei martiri che abbracciano la Croce di Gesù con amore fidato. Secondo Paolo VI, lo Spirito Santo infonde nei martiri, nel corso delle prove, un'attesa fervente del ritorno dello Sposo. I santi martiri Simeone Berneux, Giusto Ranfer di Bretenières, Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie erano sacerdoti della Società per le Missioni Estere di Parigi e furono martirizzati nella località coreana di Sai-Nam-Hte, ribadendo con fiducia ai persecutori di essere giunti in Corea allo scopo di salvare le anime nel nome di Cristo.
Il cammino verso il dono
La vita di San Giusto Ranfer di Bretenières si è snodata lungo i sentieri di una vocazione missionaria maturata con sollecitudine e preghiera. Nel 1861, egli varcò la soglia del Seminario delle Missioni Estere di Parigi, luogo dove il suo desiderio di annunciare il Vangelo ai popoli lontani trovò forma e disciplina. Dopo anni di preparazione spirituale e dottrinale, ricevette l'ordinazione sacerdotale il 21 maggio 1864, consacrando definitivamente la propria vita al ministero pastorale. Animato dal desiderio di servire le comunità cristiane in terra coreana, egli intraprese un viaggio difficile e rischioso, riuscendo a entrare nel paese clandestinamente il 29 maggio 1865.
La sua permanenza in Corea fu breve, segnata da un clima di crescente ostilità verso i missionari e i convertiti. Nonostante le avversità, egli continuò a esercitare il suo ministero con fedeltà, consapevole dei rischi che la sua presenza comportava in un periodo di accanite persecuzioni. Il 26 febbraio 1866, le autorità locali lo arrestarono, ponendo fine alla sua opera pastorale. Pochi giorni dopo, l'otto marzo dello stesso anno, presso la località di Sai-Nam-Tho, San Giusto Ranfer di Bretenières affrontò il martirio per decapitazione. La sua morte non rappresentò una sconfitta, ma il compimento del suo desiderio di conformarsi pienamente al sacrificio di Cristo. La sua testimonianza rimane un segno indelebile di come la fede possa superare ogni barriera geografica e ogni forma di violenza, testimoniando la vittoria della luce sulle tenebre attraverso il dono sincero e totale del proprio spirito.
Il culto e la memoria
La Chiesa riconosce in San Giusto Ranfer di Bretenières un testimone eroico della fede, capace di donare la vita per amore del Vangelo in terra coreana. Il suo legame con questa nazione è profondo, tanto da essere invocato come patrono della Corea, terra dove il suo sangue è stato versato. La solenne canonizzazione, avvenuta per mano di Papa Giovanni Paolo II nell'anno 1984, ha confermato ufficialmente il valore del suo sacrificio, offrendolo alla venerazione dei fedeli come modello di dedizione missionaria e coraggio evangelico.
Il culto di questo martire trova il suo centro nella liturgia, che lo commemora ogni anno il 7 marzo, insieme ai compagni che con lui hanno condiviso la sorte del martirio in Corea. Questa celebrazione è un invito a riflettere sulla gratuità del dono di Dio e sulla forza che scaturisce dall'unione con Cristo, anche nei momenti di prova più acuta. In ogni celebrazione eucaristica, il ricordo di San Giusto Ranfer di Bretenières ci esorta a mantenere viva la speranza, ricordandoci che la testimonianza dei santi è una luce che continua a guidare il cammino della Chiesa pellegrina nel tempo.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Giusto Ranfer di Bretenières?
La memoria liturgica di San Giusto Ranfer di Bretenières si celebra il 7 marzo.
Chi erano i compagni di martirio di San Giusto Ranfer di Bretenières?
San Giusto fu martirizzato in Corea insieme al vescovo Simeone Berneux e ai sacerdoti Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie.
In località Sai-Nam-Hte sempre in Corea, santi martiri Simeone Berneux, vescovo, Giusto Ranfer di Bretenières, Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie, sacerdoti della Società per le Missioni Estere di Parigi, che, per avere risposto fiduciosi ai loro persecutori di essere venuti in Corea per salvare le anime nel nome di Cristo, morirono decapitati. — Martirologio Romano