San Cipriano, santa Perpetua e santa Felicita figurano tra i martiri africani più celebri e venerati nella storia del cristianesimo antico. Le vicende terrene di Perpetua e Felicita si svolsero nell'anno 203 a Cartagine, nell'ambito della vasta e fertile regione dell'Africa proconsolare, durante il regno dell'imperatore Settimio Severo. Tra il terzo e il quarto secolo, la devozione per queste due sante donne e per i loro compagni di fede si diffuse rapidamente oltre i confini africani, radicandosi profondamente in Italia e in Spagna.
Le testimonianze del loro luminoso sacrificio sono custodite nel Martirologio geronimiano e nella celebre Passio, un testo antico di eccezionale freschezza letteraria. La memoria liturgica di santa Perpetua e santa Felicita si celebra solennemente il sette marzo, giorno anniversario del loro glorioso martirio nell'arena. La loro testimonianza di fedeltà a Cristo continua a parlare ai credenti di ogni epoca attraverso il racconto della loro eroica fortezza.
San Paolo visse ed operò durante il periodo delle lotte iconoclaste nel corso del nono secolo. La sua esistenza e la sua testimonianza di fede non ci sono giunte attraverso una biografia originaria dedicata unicamente a lui, poiché la Vita di Paolo non è giunta fino a noi. I soli dettagli noti sul santo derivano infatti dalla menzione a lui dedicata nei sinassari bizantini alla data del sette marzo, fonti preziose che tramandano la memoria della sua fedeltà al Vangelo. Dalla notizia dei sinassari bizantini non è tuttavia possibile ricavare indicazioni cronologiche certe sulla sua nascita o sui suoi primi anni, ma la fonte indica chiaramente che Paolo ricopriva la carica di vescovo di Plousias. Questa importante sede era una suffraganea di Claudiopoli, situata nella regione dell'Onoriade, e gli studiosi ricordano che la sede di Plousias non deve essere confusa con quella di Prusia in Bitinia. La tradizione liturgica e i documenti storici lo ricordano per il coraggio con cui affrontò la persecuzione, l'esilio e le sofferenze corporali pur di non tradire la fede cattolica e la venerazione delle immagini sacre.
Il vescovo Paolo è ricordato soprattutto per la strenua difesa della retta dottrina in un tempo di grandi turbamenti per la Chiesa d'Oriente. Egli condusse un'aperta opposizione contro chi sostituiva le sacre icone con raffigurazioni di animali, uccelli e serpenti, agendo contrariamente alla tradizione precedente. A causa della sua ferma opposizione all'iconoclastia, Paolo fu sottoposto a persecuzioni, inviato in esilio e vittima di maltrattamenti che lo segnarono profondamente nel fisico. La notizia del sinassario afferma che Paolo dovette combattere fino alla fine dei suoi giorni, e la morte lo colse in esilio prima che venisse ristabilita la pace religiosa nella Chiesa. La sua memoria liturgica si celebra il sette marzo nei sinassari bizantini e nel Martirologio Romano, mentre viene commemorato l'otto marzo nel Calendario georgiano del Sinaiticus trentaquattro. La Chiesa continua a volgere lo sguardo a questo pastore buono, che non esitò a perdere la patria terrena e a soffrire l'emarginazione pur di custodire intatto il deposito della fede e l'onore dovuto alle rappresentazioni di Cristo e dei suoi santi.
Nel corso del sedicesimo secolo, durante le persecuzioni anticattoliche promosse dai monarchi inglesi per imporre la neonata Chiesa Anglicana e preservare la coesione religiosa del regno, si consumò la testimonianza suprema dei beati Giovanni Larke, Giovanni Ireland e Germano Gardiner. Questi tre uomini offrirono la vita per rimanere fedeli al Papa e per non cedere alle imposizioni che negavano l'autorità pontificia. Condotti al patibolo sotto il regno di Enrico VIII, affrontarono la morte con coraggio, sigillando nel sangue la propria adesione alla fede cattolica.
Essi sono ricordati per aver scelto la via del martirio piuttosto che tradire la comunione con la Chiesa universale, opponendosi all'Atto di Supremazia e alle sue drammatiche conseguenze istituzionali e spirituali. La Chiesa ne custodisce la memoria liturgica il sette marzo, giorno in cui conclusero il loro cammino terreno a Tyburn, a Londra, offrendo una limpida testimonianza di fedeltà evangelica che continua a interpellare la coscienza dei credenti.
San Giovanni Battista Nam Chong-sam visse nel diciannovesimo secolo, nascendo a Ch’ungju, nella Corea del Sud, intorno al 1812, con un'altra fonte indicante il 1817. Intraprese fin da giovane la carriera all'interno della pubblica amministrazione, raggiungendo la carica di governatore all'età di trentanove anni. La sua vita cambiò quando decise di dimettersi dall'incarico pubblico a causa delle difficoltà nel conciliare i propri doveri amministrativi con la fede cristiana. In seguito a questa scelta radicale, iniziò a lavorare come insegnante di lingua coreana per i missionari stranieri arrivati nel paese, trasferendosi successivamente a Seoul, dove insegnò letteratura cinese ai figli degli alti funzionari.
Il suo percorso ter E' culminato nel martirio consumato a Seoul nel 1866. San Giovanni Battista Nam Chong-sam è ricordato soprattutto per la sua testimonianza di fede cristiana e per gli eventi drammatici legati alle tensioni politiche e religiose del suo tempo, che lo videro coinvolto come mediatore e infine vittima della persecuzione. La Chiesa ne venera la memoria il sette marzo, giorno in cui affrontò il supplizio supremo invocando i nomi di Gesù e Maria, dopo essere stato beatificato il sei ottobre 1968 e canonizzato il sei maggio 1984 da Papa Giovanni Paolo II insieme a un gruppo di altri martiri coreani.
Santa Teresa Margherita del Cuore di Gesù, al secolo Anna Maria Redi, nacque ad Arezzo nel diciottesimo secolo, precisamente il giorno prima della festività della Madonna del Carmelo del 1747. Membro della nobile famiglia Redi e secondogenita di tredici figli, crebbe in un contesto familiare fortemente legato ai valori cristiani. Visse una vita breve e priva di eventi clamorosi, ma segnata da un intenso percorso di perfezione spirituale che la condusse alla santità. Entrò a far parte dell'Ordine delle Carmelitane Scalze a Firenze nel Monastero di Santa Maria degli Angeli, dove si dedicò alla contemplazione e al servizio umile delle consorelle.
La sua figura è ricordata per la straordinaria unione mistica con Dio, alimentata dalla devozione al Sacro Cuore e dall'amore per l'Eucaristia. Svolse un'intensa opera di carità infermieristica all'interno del monastero, offrendo la sua vita nel silenzio e nella totale umiltà. Papa Pio XI la proclamò santa il diciannovesimo giorno di marzo del 1934, definendola con l'espressiva immagine di neve ardente, e oggi la sua memoria liturgica viene celebrata il sette marzo.
Nel diciannovesimo secolo, la Chiesa ha dato i natali a testimoni straordinari capaci di offrire la propria vita per il Vangelo in terre lontane. Tra essi spiccano i santi Simeone Berneux, Giusto Ranfer di Bretenières, Ludovico Beaulieu e Pietro Enrico Dorie, sacerdoti e martiri appartenenti alla Società per le Missioni Estere di Parigi. Questi missionari hanno affrontato persecuzioni, prigionie e torture in Estremo Oriente, sigillando la loro opera di evangelizzazione con il martirio cruento in Corea.
Essi sono ricordati per aver seminato la fede in contesti di estrema ostilità, guidando le comunità locali con dedizione e affrontando la morte con una serenità interiore profonda. Il loro sacrificio supremo è stato riconosciuto solennemente il 6 maggio 1984 da Papa Giovanni Paolo II, il quale ha proclamato santi centotrè martiri che avevano versato il loro sangue in Corea, comprendendo sia fedeli nativi sia missionari stranieri.
Il Beato Leonida Fedorov, nato a San Pietroburgo nel 1879, rappresenta una figura luminosa di fedeltà e dedizione nel corso del ventesimo secolo. La sua esistenza è stata segnata da un profondo cammino di conversione al cattolicesimo, avvenuto a Roma nel 1902, che lo ha condotto a servire la Chiesa con coraggio e spirito di sacrificio. Ordinato sacerdote nel 1911 e successivamente nominato esarca apostolico per i cattolici russi nel 1917, egli ha dedicato ogni sua energia alla cura spirituale dei fedeli in un tempo di grandi tribolazioni storiche e persecuzioni religiose.
Il suo ricordo rimane vivo nella memoria dei credenti per la testimonianza offerta durante la lunga prigionia e la deportazione, che lo portò fino alle Isole Solovki e infine a Kirov, dove concluse la sua vita terrena nel 1935. Beatificato da Papa Giovanni Paolo II nel 2001, Leonida Fedorov è oggi venerato come martire sotto il regime sovietico. La sua figura è ricordata per la costante coerenza di vita e per il ruolo di guida spirituale esercitato in difesa dei cattolici russi di rito bizantino, offrendo un esempio di fede salda che ancora oggi interroga e conforta il cuore di chi cerca la verità nel Vangelo.
Il Beato Giuseppe Olallo Valdés, religioso dell'Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, nacque a L'Avana il dodici febbraio del 1820. Vissuto nel diciannovesimo secolo, trascorse la sua intera esistenza terrena nell'isola di Cuba, dedicandosi totalmente e senza riserve all'assistenza dei malati, dei poveri e dei sofferenti, incarnando in modo mirabile il carisma della carità cristiana. La sua vocazione si sviluppò fin dalla giovinezza, affrontando con straordinaria dedizione le epidemie, le guerre e le difficoltà politiche del suo tempo, rimanendo sempre fedele ai voti religiosi e servendo i più deboli senza alcuna distinzione di razza o di religione. La sua fama di santità, cresciuta costantemente tra la popolazione di Camagüey dove visse per cinquantaquattro anni, fu coronata dalla beatificazione proclamata il ventinove novembre del duemilaotto.
Egli è ricordato come un autentico apostolo della carità e padre dei poveri, capace di trasformare il quarto voto di ospitalità in un apostolato dinamico e instancabile. La sua vita fu caratterizzata da una profonda umiltà, che lo portò a rifiutare gli onori e il sacerdozio per rimanere un semplice fratello laico dedito agli ultimi, fino ad acquisire competenze infermieristiche e chirurgiche per soccorrere chiunque avesse bisogno. La memoria della sua testimonianza luminosa continua a vivere nel ricordo affettuoso della Chiesa e dei fedeli, che ne riconoscono la rettitudine morale e la costante dedizione al servizio di Dio nei sofferenti.
La Beata Maria Antonia di San Giuseppe, conosciuta affettuosamente come Mama Antula, visse nel corso del diciottesimo secolo in Argentina, dedicando interamente la propria esistenza alla gloria di Dio e alla cura spirituale del prossimo. Rimasta orfana di documenti ufficiali riguardo ai suoi natali, la tradizione colloca la sua nascita intorno al 1730 a Silípica oppure nella vicina Santiago del Estero, dove fin da giovane ricevette una solida istruzione e maturò una profonda vocazione sostenuta dalla presenza dei padri Gesuiti. Dopo aver emesso voti privati di verginità all'età di quindici anni e assunto il nome con cui è nota, intraprese un cammino di radicale consacrazione nel mondo che l'avrebbe portata a percorrere migliaia di chilometri a piedi per diffondere gli Esercizi spirituali di matrice ignaziana.
La santa è ricordata in particolar modo per aver colmato il vuoto spirituale lasciato dall'espulsione dei Gesuiti, fondando opere imponenti come la Santa Casa degli Esercizi a Buenos Aires e superando ogni avversità con incrollabile fiducia nella Divina Provvidenza. La sua infaticabile opera di conversione, l'attenzione amorevole verso i poveri e i carcerati, e la diffusione della devozione a san Gaetano da Thiene l'hanno resa una figura centrale nella Chiesa latinoamericana. Spesa interamente per il Vangelo fino al momento della sua pia morte avvenuta nel 1799, la sua eredità di fede è stata solennemente riconosciuta dalla Chiesa con la beatificazione avvenuta il ventisette agosto del duemilasedici.
Il Beato Luca Sy è una figura luminosa di laico che ha saputo incarnare la fede nel contesto complesso del Laos del ventesimo secolo. Nato nel 1938 a Ban Pa Hok, la sua esistenza è stata segnata da una profonda adesione al Vangelo, culminata in un impegno generoso come catechista. Attraverso il servizio militare e la formazione spirituale presso il Centro pastorale di Hong Kha, egli ha testimoniato come la vita quotidiana possa diventare un cammino di santità, culminato nel dono supremo della testimonianza suprema.
La memoria del Beato Luca Sy è oggi custodita con gratitudine dalla Chiesa, che ne riconosce la fedeltà radicale. Egli rimane un esempio di dedizione per i fedeli, ricordato per il suo legame con l'Istituto secolare Voluntas Dei e per il sacrificio compiuto a Den Din il 7 marzo 1970. Beatificato da Papa Francesco l'11 dicembre 2016, egli continua a intercedere per le comunità cristiane, invitandoci a perseverare con coraggio nelle prove del nostro tempo, rimanendo saldi nel legame con il Signore che egli ha servito fino all'ultimo respiro.
Il Beato Maisam Pho Inpèng, vissuto nel ventesimo secolo, è ricordato come un laico e padre di famiglia che ha sacrificato la propria vita per la fede in Laos. Nato nel 1934 nella provincia di Houa Phanh, a Sam Neua, e appartenente all'etnia Kmhmu', egli seppe vivere la sua testimonianza cristiana in un contesto di profonda prova e persecuzione. Convertitosi al Vangelo attorno al 1959 insieme ad altri membri della sua etnia, ricevette il Battesimo nel villaggio di Houey Phong, dove si era rifugiato con la moglie per sfuggire agli scontri della guerriglia. Uomo incline alla pace nonostante il periodo di servizio nell'esercito reale del Laos come capitano, seppe congedarsi non appena possibile per dedicarsi alla famiglia e alla comunità. La sua dedizione alla Chiesa si espresse nel servizio come responsabile della comunità cristiana locale di catecumeni, dove guidava la preghiera e l'istruzione dei bambini in assenza dei sacerdoti. La sua esistenza si compì nel supremo atto d'amore il 7 marzo 1970 a Den Din, dove morì facendo da scudo a un compagno e ricevendo il colpo mortale destinato ad altri.
La figura di questo martire laotiano brilla oggi nella Chiesa universale grazie al riconoscimento ufficiale della sua testimonianza di fede fino all'effusione del sangue. Inserito in un gruppo di quindici martiri uccisi tra il 1954 e il 1970 e guidati dal sacerdote Joseph Thao Tiên, il suo cammino verso gli altari ha visto tappe fondamentali a partire dal nulla osta concesso dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008. Dopo l'intenso lavoro delle fasi diocesane e romane per l'esame della Positio super martyrio, papa Francesco ha autorizzato il decreto sul martirio il 5 giugno 2015. La solenne beatificazione è stata celebrata l'undici dicembre 2016 a Vientiane, presieduta dal cardinale Orlando Quevedo in qualità di inviato papale. La memoria liturgica personale è fissata al sette marzo, mentre l'intero gruppo di martiri viene commemorato il sedici dicembre.
San Giusto Ranfer di Bretenières nacque il 28 febbraio 1838 a Chalon-sur-Saône, in Francia, e visse la sua fanciullezza tra la Borgogna e Digione, consacrato sin da piccolo dalla madre alla Santa Vergine. Cresciuto con un profondo fervore spirituale e un carattere vivace ma austero verso se stesso, coltivò fin dall'infanzia il desiderio ardente della vita missionaria, sentendosi chiamato a spendere ogni energia per la conquista delle anime e per la diffusione del Vangelo in terre lontane. Entrato nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi, ricevette l'ordinazione sacerdotale nel 1864 e partì per la Corea, una terra segnata da aspre persecuzioni contro la fede cristiana, dove visse da clandestino dedicandosi con instancabile amore alla predicazione e all'amministrazione dei sacramenti.
Il suo ministero fu breve ma intensamente fecondo, coronato infine dal supremo sacrificio della vita il 7 marzo 1866 nella località coreana di Sai-Nam-Hte, dove subì il martirio per decapitazione insieme al vescovo Simeone Berneux e ad altri confratelli. La tradizione e i resoconti storici tramandano la sua straordinaria serenità e la gioia profonda con cui affrontò la prigionia, le torture e la morte, offrendo tutto per amore di Cristo. Canonizzato il 6 maggio 1984 da papa Giovanni Paolo II insieme ad altri centotré martiri della Corea, san Giusto viene ricordato il 7 marzo come testimone luminoso della fede, il cui sangue è divenuto germoglio di una Chiesa giovane e ricca di frutti spirituali.
Sempre a Cartagine, nell’odierna Tunisia, passione dei santi Satiro, Saturnino, Revocato e Secondino, dei quali, durante la medesima persecuzione, l’ultimo morì in carcere, gli altri invece, dopo essere stati straziati da varie belve, morirono sgozzati con la spada mentre si scambiavano il bacio santo.
Sant' Eubulio
Martire
A Cesarea in Palestina, passione di sant’Eubulio, che, compagno di sant’Adriano, fu due giorni dopo di lui sbranato dai leoni e trafitto con la spada.
San Paolo il Semplice
Monaco
Nella Tebaide in Egitto, san Paolo, detto il Semplice, discepolo di sant’Antonio.
San Gaudioso di Brescia
Vescovo
A Brescia, san Gaudioso, vescovo.
Sant' Ardone di Aniano
Sacerdote
Nel monastero di Aniane nel territorio della Septimania, nell’odierna Francia, sant’Ardone Smaragdo, sacerdote, che fu compagno di san Benedetto di Aniane nella vita cenobitica.
Santi Basilio, Eugenio, Agatodoro, Elpidio, Etereo, Capitone ed Efrem
Vescovi e martiri
Nel Chersoneso, in Grecia, santi vescovi Basilio, Eugenio, Agatodoro, Elpidio, Eterio, Capitone ed Efrem, martiri.
Beato Enrico d’Austria
Mercedario
Dal Martirologio Romano
Memoria delle sante martiri Perpetua e Felicita, arrestate a Cartagine sotto l’imperatore Settimio Severo insieme ad altre giovani catecumene. Perpetua, matrona di circa ventidue anni, era madre di un bambino ancora lattante, mentre Felicita, sua schiava, risparmiata dalle leggi in quanto incinta affinché potesse partorire, si mostrava serena davanti alle fiere, nonostante i travagli dell’imminente parto. Entrambe avanzarono dal carcere nell’anfiteatro liete in volto, come se andassero in cielo. — Martirologio Romano