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21 settembre

San Matteo

Apostolo ed evangelista

San Matteo

Aggiornato il 15 settembre 2026

La chiamata a Cafarnao

Nel primo secolo della nostra era, nella vivace cittadina di Cafarnao di Galilea, viveva un uomo di nome Levi, un esattore delle imposte che svolgeva la sua attività seduto a un banco all'aperto. I pubblicani, incaricati di riscuotere le tasse per conto degli occupanti romani, erano considerati dalla società del tempo come dei collaborazionisti ed erano visti con profondo disprezzo dal popolo. La figura di questo esattore compare nel Vangelo di Luca, mentre nel Vangelo di Marco viene menzionato esplicitamente come Levi figlio di Alfeo. Nel testo redatto da Matteo, invece, il medesimo episodio della chiamata vede il pubblicano designato direttamente con il nome di Matteo. Per questa ragione, la tradizione concorde della Chiesa riconosce in Levi e in Matteo la medesima persona, la quale avrebbe in seguito grecizzato il proprio nome originario ebraico, forse anche per indicare quel radicale cambiamento di vita che lo condusse a una nuova esistenza nello spirito.

Gesù passò vicino al banco delle imposte poco dopo aver guarito un paralitico, vide quell'uomo seduto e gli rivolse l'invito inequivocabile a seguirlo. Matteo si alzò prontamente, lasciò tutto ciò che possedeva e seguì il Maestro senza esitazioni. Subito dopo la chiamata, l'ormai ex esattore tenne un grande banchetto nella propria abitazione, invitando Gesù insieme a una moltitudine di pubblicani e ad altri individui considerati pubblici peccatori. Gli scribi appartenenti alla setta dei farisei non mancarono di criticare aspramente il Maestro per il fatto di sedersi a mensa in compagnia di quella gente marginale. A tali rimproveri Gesù rispose solennemente che non sono i sani ad avere bisogno del medico, bensì i malati, aggiungendo di non essere venuto per chiamare i giusti, bensì i peccatori.

Questo episodio fondamentale, narrato nel capitolo nono del primo Vangelo, viene giustamente considerato un profilo emblematico per ogni autentica conversione cristiana. L'invito a seguire il Signore non si riduceva a un mero movimento fisico dei piedi, ma esigeva l'imitazione interiore attraverso la pratica coerente della vita. Come ebbe a osservare San Beda il Venerabile, Matteo abbandonò i guadagni della terra e le ricchezze terrene già alla primissima parola pronunciata dal Signore. Fu lo stesso Gesù a istruirlo interiormente mediante un'invisibile spinta della grazia, infondendo nella sua mente la luce spirituale. La conversione di un solo pubblicano divenne così motivo di speranza e stimolo profondo per molti altri pubblicani e peccatori desiderosi di accogliere la misericordia divina.

Nel Collegio Apostolico

Scelto direttamente da Gesù per entrare a far parte del gruppo ristretto dei dodici apostoli, Matteo vide confermata la sua nuova vocazione all'interno della comunità nascente. La sua presenza è chiaramente attestata nelle liste apostoliche tramandate dai tre vangeli sinottici, precisamente nel capitolo dieci del Vangelo di Matteo, nel capitolo tre del Vangelo di Marco e nel capitolo sei del Vangelo di Luca. Tutti questi testi concordano nel descrivere la sua chiamata avvenuta mentre egli esercitava la professione di esattore delle tasse per conto del potere romano. In seguito alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore, il nome di Matteo compare nuovamente negli Atti degli Apostoli tra i membri della comunità cristiana riunita al piano superiore in preghiera. Egli fu testimone oculare di ogni evento e fu presente insieme agli altri apostoli durante i momenti cruciali della Chiesa nascente.

L'apostolo prese parte attiva all'elezione di Mattia, il discepolo designato a sostituire il traditore Giuda Iscariota nel collegio apostolico. Inoltre, Matteo era presente ed era in piedi insieme agli altri undici quando l'apostolo Pietro parlò alla folla radunata il giorno della Pentecoste, annunciando con forza che Gesù è il Signore e il Cristo atteso. Nelle Scritture e nella memoria della comunità primitiva, egli continuò a essere identificato con l'appellativo di pubblicano, un titolo che non costituiva più un motivo di vergogna, ma la testimonianza vivente della misericordia di Dio capace di redimere ogni miseria umana. La sua adesione totale al disegno divino lo rese testimone fedele della risurrezione e colonna salda della Chiesa degli inizi.

Secondo quanto attesta l'antica tradizione cristiana, dopo il grande evento della Pentecoste, Matteo svolse la sua opera di predicazione dapprima in Giudea, rivolgendosi ai connazionali, per poi spingersi in terre lontane fino a portare la luce del Vangelo in Etiopia. In quel contesto di missione, secondo le Passiones apocrife attestate nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, l'apostolo operò la conversione del re Egippo e dell'intera regione. Egli rese possibile anche un prodigio straordinario, facendo risorgere miracolosamente la principessa Ifigenia, figlia dello stesso sovrano. Questi racconti antichi testimoniano la straordinaria fecondità spirituale della sua predicazione apostolica in terre pagane.

Il martirio in terra d'Etiopia

Dopo la morte di re Egippo, salì al trono il fratello Irtaco, il quale manifestò l'intenzione di prendere in sposa la principessa Ifigenia. Quest'ultima, tuttavia, aveva precedentemente consacrato la propria verginità al Signore e rifiutò fermamente la proposta di matrimonio avanzata dal nuovo sovrano. Trovandosi di fronte al rifiuto della giovane, re Irtaco chiese direttamente a Matteo di intercedere e di persuadere Ifigenia a concedersi a lui per assecondare i suoi desideri terreni. L'apostolo, fedele unicamente alla legge di Dio, invitò il re a partecipare a una sua predica che si sarebbe tenuta nel tempio il sabato successivo, offrendogli l'occasione di ascoltare la voce della verità.

Nel giorno stabilito, davanti all'assemblea riunita nel tempio, l'apostolo proclamò con grande coraggio che il voto di consacrazione stretto da Ifigenia con il re celeste non poteva in alcun modo essere infranto per compiacere un sovrano terreno. Matteo arrivò a paragonare l'infrazione di un voto divino all'affronto di un servo che osasse usurpare la sposa del proprio re, un delitto gravissimo che sarebbe stato punito con la condanna ad essere arso vivo. Questa coraggiosa presa di posizione scatenò la furente reazione del re, il quale decise di sbarazzarsi del testimone scomodo ordinandone l'eliminazione fisica tramite sicari.

Mentre celebrava il santo sacrificio della messa sull'altare, Matteo fu raggiunto da una squadra di feroci pagani e fu trucidato barbaramente, trafitto a colpi di spada per ordine di Irtaco. Per questo motivo, nell'iconografia sacra e nella tradizione cristiana, l'apostolo viene comunemente raffigurato come un uomo anziano e barbuto, spesso accompagnato da una spada che simboleggia chiaramente il suo martirio cruento. Il suo emblema più caratteristico rimane tuttavia l'angelo, che viene tradizionalmente rappresentato mentre lo ispira o gli guida la mano durante la stesura del testo sacro, a testimonianza dell'ispirazione divina che ha presieduto alla composizione del suo Vangelo.

La composizione del primo Vangelo

San Matteo è universalmente considerato dalla tradizione della Chiesa l'autore del primo Vangelo canonico, un'opera il cui ruolo nella trasmissione della Buona Notizia riveste un'importanza capitale. L'apostolo era un conoscitore profondo della Scrittura e un uomo di una certa cultura e di formazione ellenistica, capace di trarre dal suo deposito spirituale cose nuove e cose antiche per edificare i credenti. Dopo la risurrezione del Signore, si rese necessario raccogliere e organizzare alcuni episodi della vita di Gesù in discorsi strutturati attorno a parole-chiave. Questi elementi di lieto annuncio servivano ai primi cristiani come completamento e compimento delle letture tratte dall'Antico Testamento che essi continuavano ad ascoltare regolarmente all'interno delle sinagoghe.

Basandosi sulle prime redazioni e attingendo anche a elementi provenienti dal Vangelo secondo Marco, Matteo scrisse originariamente in lingua aramaica un'ampia sintesi di parole e fatti di Gesù. La lingua ebraica anticamente menzionata da autori come Papia di Gerapoli faceva in realtà riferimento all'aramaico, essendo l'ebraico antico ormai in disuso tra la popolazione. Nella sua opera, forse strutturata originariamente in cinque libri, l'evangelista mise in particolare rilievo la messianità di Gesù e la posizione dei cristiani e della Chiesa di fronte alla legge e al culto dell'Antica Alleanza. Egli redasse questo scritto innanzitutto per i credenti provenienti dal giudaismo, servendosi della lingua dei suoi antenati per lasciare un punto di riferimento saldo prima di partire per altre terre di missione.

Il testo greco del primo Vangelo, che contiene numerosi elementi aramaici sia nello stile sia nel vocabolario, si colloca temporalmente prima della tragica distruzione di Gerusalemme da parte dei romani. Considerando che il Vangelo secondo Marco fu composto intorno all'anno sessantadue, la stesura greca del testo di Matteo viene ragionevolmente collocata tra il sessantadue e il settanta dopo Cristo. Sebbene il testo aramaico originario sia andato perduto a causa delle vicende belliche dell'epoca, la testimonianza degli antichi padri e scrittori ecclesiastici conferma l'autenticità e l'antichità dell'opera. Papia di Gerapoli attesta nei primi decenni del secondo secolo che Matteo raccolse i detti del Signore, mentre Ireneo di Lione riferisce intorno all'anno centottanta che la pubblicazione avvenne mentre Pietro e Paolo predicavano a Roma fondando la Chiesa.

La ricezione e il culto del testo sacro

Nella comunità cristiana primitiva, il Vangelo attribuito a Matteo godette fin dall'inizio di una considerazione immensa, pur non venendo sempre indicato esplicitamente con il nome dell'autore nei primissimi decenni. Esistono tracce evidenti di questo Vangelo già tra la fine del primo secolo e l'inizio del secondo, come dimostrano le citazioni e le allusioni presenti in autori antichi. Clemente Romano lo citò nell'anno novantacinque, Ignazio d'Antiochia nel centoquindici, mentre la Didaché e l'Epistola di Barnaba contengono chiari riferimenti a questo testo tra gli anni cento e centotrenta. Dalla metà del secondo secolo in poi, lo scritto cominciò a essere stabilmente indicato come il Vangelo secondo Matteo, attribuendone formalmente la paternità all'apostolo ed evangelista.

Autori autorevoli come Origene, scrivendo nell'anno duecentotrenta, confermano di aver appreso dalla venerabile tradizione della Chiesa che quello di Matteo è il primo dei quattro Vangeli accettati dall'autorità ecclesiastica. Anche Eusebio di Cesarea attesta che Matteo predicò inizialmente agli Ebrei e mise per iscritto il suo Vangelo nella lingua dei padri per non lasciare senza guida spirituale la comunità che abbandonava. La scrittura del Vangelo assunse di fatto il compito di sostituire la presenza fisica dell'apostolo. Già nel quarto secolo, l'attribuzione del testo a San Matteo era ormai un fatto storico e dottrinale del tutto acclarato, confermato definitivamente nel Canone delle Scritture.

Questo testo fondamentale si apre proclamando che Gesù Cristo, figlio di Davide e di Abramo, ha portato mirabilmente a compimento la promessa dell'Antico Testamento. La struttura teologica dell'opera riflette la sensibilità di un autore che conosceva a fondo le Scritture e sapeva guidare i lettori alla scoperta del Regno di Dio. La permanenza di questo messaggio scritto ha continuato ad alimentare la fede di generazioni di credenti, confermando l'intuizione profonda secondo cui l'opera dell'evangelista rappresenta un dono inestimabile concesso da Dio alla sua Chiesa.

Le reliquie e il patrocinio

Le vicende terrene delle spoglie mortali di San Matteo non si conclusero con il martirio in terra d'Etiopia, ma andarono incontro a una lunga e straordinaria peregrinazione attraverso i secoli. Intorno al quinto secolo, le reliquie del santo apostolo giunsero miracolosamente a Velia, in Lucania, dove rimasero sepolte e custodite in segreto per circa quattro secoli. Il corpo del santo fu infine rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale situata nell'antica città di Parmenide. Dagli scavi di quel luogo, le sacre spoglie furono traslate dal monaco presso l'attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino, un modesto edificio caratterizzato dalla semplice facciata a capanna.

All'interno di questa piccola chiesa, sulla destra dell'altare, si trova ancora oggi l'arcosolio dove secondo la venerabile tradizione furono originariamente depositate le reliquie del martire. Sul lato corto di tale arcosolio è incastonata un'iscrizione latina di epoca piuttosto tarda, risalente al diciottesimo secolo, che commemora l'evento storico della prima traslazione. Successivamente, in epoca longobarda, le sacre ossa furono trasferite presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum, per poi giungere definitivamente il sei maggio dell'anno nove54 nella città di Salerno. Da allora, il corpo del santo riposa gelosamente custodito all'interno della cripta della cattedrale di Salerno, città che lo venera da secoli come proprio patrono celeste.

Il legame profondo tra la figura storica di San Matteo e la sua antica professione di esattore delle imposte ha motivato la Chiesa a eleggerlo a protettore di diverse categorie professionali. Per questo motivo, San Matteo è considerato il patrono ufficiale dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, della Guardia di Finanza, dei cambiavalute, dei ragionieri, dei commercialisti, dei contabili e degli esattori. Il documento pontificio che sancisce solennemente tale patrocinio porta la data del dieci aprile del millenovecentotrentaquattro e reca la firma del cardinale Eugenio Pacelli, il futuro papa Pio XII. L'istanza era stata formalmente avanzata dal Comandante Generale del Corpo e calorosamente sostenuta dall'Ordinario Militare del tempo, trovando accoglienza favorevole nel pontefice Pio XI. Il Breve Pontificio non solo dichiara San Matteo patrono della Guardia di Finanza, ma auspica altresì che tutti gli appartenenti a questo Corpo sappiano unire costantemente l'esercizio fedele del dovere civile verso lo Stato con la sequela autentica e fedele di Gesù Cristo.

Domande frequenti

Quando si festeggia San Matteo?

La festa di San Matteo, apostolo ed evangelista, si celebra il ventuno settembre di ogni anno.

Di cosa è patrono San Matteo?

San Matteo è il patrono della città di Salerno ed è inoltre il protettore di banchieri, bancari, doganieri, Guardia di Finanza, cambiavalute, ragionieri, commercialisti, contabili ed esattori.

Festa di san Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento. — Martirologio Romano