22 maggio
Santa Rita da Cascia
Vedova e religiosa
Aggiornato il 15 settembre 2026
Origini e infanzia a Roccaporena
Margherita Lotti, teneramente chiamata Rita, nacque molto probabilmente nel 1371, sebbene alcune fonti indichino la sua nascita intorno al 1381, nel suggestivo borgo montano di Roccaporena, situato a settecentodieci metri sul livello del mare nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia. I suoi genitori, Antonio Lottius e Amata Ferri, erano modesti contadini, persone di posizione benestante e di un certo prestigio legale, già in età matura quando si sposarono. Poiché nacque dopo dodici anni di vane attese, la sua venuta al mondo fu accolta da tutti come un grande dono della Provvidenza. I genitori svolgevano nel borgo l'importante ruolo di pacieri e provvedevano a farle avere una buona educazione scolastica e religiosa a Cascia, dove l'istruzione era curata dai frati agostiniani. La vita della fanciulla fu fin da subito arricchita da fatti prodigiosi tramandati gelosamente dalla tradizione orale e scritta. La madre, donna molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza e le intimava di chiamare la bambina Rita, stabilendo così una singolare similitudine con la nascita di San Giovanni Battista, anch'egli figlio di genitori anziani e preceduto da un annuncio celeste. Poiché nel villaggio di Roccaporena mancava una chiesa dotata di fonte battesimale, la piccola fu condotta a essere battezzata nella chiesa di Santa Maria della Plebe a Cascia. Alla sua prima infanzia è legato un celebre prodigio avvenuto pochi mesi dopo la nascita, mentre i genitori lavoravano nei campi riponendola in un cestello di vimini all'ombra di un albero. Uno sciame di api operose circondò la testa della neonata senza recarle alcun danno, mentre alcune di esse entrarono nella sua boccuccia aperta per deporvi del miele dolce. Un contadino della zona, che si era ferito gravemente a una mano con la falce e si dirigeva a Cascia per farsi medicare, passando davanti al cestello tentò di scacciare gli insetti con le braccia. Con grande stupore di tutti, man mano che l'uomo muoveva le braccia, la ferita alla sua mano si rimarginò completamente in modo inspiegabile. L'uomo gridò al miracolo insieme a tutti gli abitanti di Roccaporena che seppero del prodigio, consacrando la fama della bambina. Rita crebbe nell'ubbidienza filiale, assimilando dai genitori vivi sentimenti religiosi e trascorrendo la sua giovinezza nel tranquillo borgo montano. Fin dai primi anni dell'adolescenza, la giovane manifestò apertamente la sua profonda vocazione alla vita consacrata, ritirandosi costantemente in un piccolo oratorio fatto costruire all'interno della casa paterna con il pieno consenso dei genitori. Già allora frequentava con assiduità il monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era monaca una sua parente, e la chiesa di Sant'Agostino, eleggendo a suoi protettori celesti Sant'Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, il quale fu solennemente canonizzato nel 1446.
Il matrimonio e le dure prove familiari
All'età di circa tredici anni, intorno al 1385, i genitori promisero Rita in sposa a Fernando Mancini, chiamato anche Paolo di Ferdinando di Mancino, un giovane del borgo noto per il suo carattere forte, impetuoso e violento, che comandava la guarnigione di Collegiacone. Rita non fu entusiasta di questa unione, poiché il matrimonio fu stabilito esclusivamente per rispondere agli interessi delle famiglie e non da una scelta d'amore dei fidanzati. Cedere alle insistenze dei genitori richiese un grande sacrificio alla fanciulla, la quale fu in seguito definita da molti come una vittima e una sposa sottomessa alle asperità del coniuge. La società dell'epoca era profondamente lacerata da contese, rivalità politiche e faide spietate, in cui era attivamente coinvolto anche lo stesso sposo. Nel corso degli anni, Rita sopportò con straordinaria pazienza, dolcezza e senza lusinghe ogni maltrattamento e angheria da parte del marito, chiedendogli sempre con ubbidienza il permesso prima di potersi recare in chiesa a pregare. Grazie alla sua costante preghiera, alla mitezza d'animo e alla straordinaria capacità di pacificare i cuori, Rita aiutò il marito a vivere una condotta di vita assai più cristianamente autentica. Con la perseveranza e l'amorevole comprensione, la sua unione divenne feconda e riuscì a trasformare il carattere del coniuge, rendendolo docile e mite, con grande gioia di tutta la popolazione di Roccaporena che aveva dovuto subire le sue prepotenze per anni. Dal matrimonio nacquero due figli maschi, Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, che Rita educò con cura secondo i sani principi cristiani ricevuti dai propri genitori. Tuttavia, i giovani assimilarono inevitabilmente anche gli ideali e le regole della comunità casciana dell'epoca, la quale considerava del tutto legittima la pratica della vendetta privata. Il secolo in cui visse Santa Rita fu particolarmente tragico, segnato da lotte fratricide, pestilenze, carestie e dalla costante minaccia degli eserciti di ventura che invadevano l'Italia. In un periodo non precisato morirono prima gli anziani genitori di Rita, lasciandola sola a fronteggiare le difficoltà. Poco dopo, il marito Fernando fu tragicamente assassinato in un'imboscata una sera mentre rincasava da Cascia, vittima di qualcuno che non aveva mai perdonato le sue precedenti violenze. La violenza delle faide locali colpì duramente l'esistenza della santa, distruggendo la serenità faticosamente costruita. La famiglia de Mancino fece pesanti pressioni, generando rancori e ostilità irriducibili perché non intendeva rassegnarsi alla perdita. Rita, con ammirevole coraggio e profonda carità cristiana, cercò di nascondere ai figli ormai quindicenni la camicia insanguinata e la morte violenta del padre, per evitare che covassero desideri di vendetta e cadessero nella spirale dell'odio. Nel suo intimo, Rita perdonò sinceramente gli assassini del marito ed elevò preghiere continue affinché non venisse sparso ulteriore sangue umano, facendo della preghiera la sua arma invincibile e la sua unica vera consolazione. La donna visse nel costante timore che anche i suoi figli venissero eliminati dai nemici della casata o coinvolti nella sanguinosa faida di vendette conseguente all'omicidio del padre. Temendo soprattutto per la salvezza eterna delle loro anime e vedendo l'inesorabile avanzare dell'odio, secondo la tradizione la madre pregò intensamente Cristo di intervenire, dicendo di donargli i figli e chiedendo al Signore di agire secondo la sua volontà pur di toglierli da questo mondo prima che si macchiassero di omicidio. Un anno dopo, i due fratelli Giangiacomo e Paolo Maria si ammalarono gravemente e morirono tra le braccia della madre addolorata. L'unico autentico conforto per la morte precoce dei figli fu per Rita il pensiero consolante che le loro anime fossero salve e ormai lontane dal mortale pericolo della dannazione eterna.
La vocazione religiosa e l'ingresso nel monastero
Rimasta completamente sola dopo la scomparsa di tutti i suoi cari, Rita intensificò ulteriormente la preghiera per le anime dei defunti e per la stessa famiglia de Mancino, affinché la pace potesse finalmente trionfare. Liberata da ogni vincolo familiare e forte di un coraggio ammirevole, la donna rifiutò di abbattersi e decise di non passare il resto dei suoi giorni nel pianto, lottando attivamente per fermare la vendetta e scegliere la via della pace. La gente di Roccaporena prese ben presto a cercarla come stimata e popolare giudice di pace nei Comuni medievali, facendola emergere come fulgido esempio di ruolo determinante e attivo della donna nel campo sociale, della giustizia e della concordia. All'età di circa trentasei anni, Rita avanzò la richiesta di poter entrare tra le monache agostiniane del Monastero di Santa Maria Maddalena a Cascia. Tuttavia, la sua richiesta fu inizialmente respinta per ben tre volte dalle religiose, le quali nutrivano un forte timore di mettere a repentaglio la sicurezza della comunità monastica a causa della sua delicata condizione di vedova di un uomo assassinato in circostanze violente. Le preghiere continue di Rita, unite all'intercessione dei suoi santi protettori, portarono miracolosamente a una piena pacificazione pubblica tra i fratelli del marito e gli autori materiali dell'omicidio. Secondo quanto tramandato dalla pia tradizione, l'ingresso definitivo nel monastero avvenne l'anno 1407 per mezzo di un fatto prodigioso. Una notte, mentre Rita si era recata a pregare fervidamente sullo Scoglio, un impervio sperone di montagna situato sopra Roccaporena, ebbe la visione dei suoi tre santi protettori, i quali la trasportarono miracolosamente fino a Cascia, introducendola direttamente all'interno del monastero. Le suore, con grande meraviglia, videro Rita in profondo stato di orazione nel loro coro nonostante tutte le porte del convento fossero ben chiuse. Vinte dal grande prodigio e colpite dal suo dolce sorriso, le monache accolsero finalmente la nuova sorella nella comunità. Nonostante fosse illetterata, Rita fu ammessa fra le monache coriste e per lei fu fatta una speciale eccezione, sostituendo la recita dell'Ufficio divino con altre devote orazioni. Durante i primi tempi del noviziato, la badessa volle mettere alla prova la sua reale umiltà ordinandole di innaffiare ogni giorno un legno del tutto arido piantato nell'orto. L'obbedienza ferma e fiduciosa di Rita fu ricompensata da Dio con il fiorire di una magnifica vite che tutt'oggi cresce rigogliosa nel cortile del convento. Negli anni trascorsi in monastero, Rita si inserì perfettamente nella vita comunitaria, distinguendosi come religiosa umile, zelante nella preghiera e instancabile nei lavori quotidiani. Praticò frequenti e rigorosi digiuni, oltre a severe penitenze corporali, suscitando l'ammirazione profonda delle consorelle. Le virtù cristiane di Rita divennero ben presto note anche al di fuori delle mura claustrali, grazie alle opere di carità e di misericordia compiute insieme alle altre suore, le quali affiancavano alla contemplazione le visite agli anziani, la cura amorevole dei malati e l'assistenza concreta ai poveri del territorio.
Le stimmate mistiche e gli ultimi anni di sofferenza
Immersa costantemente nella contemplazione della Passione di Cristo, che costituiva il tema principale delle sue preghiere e meditazioni quotidiane, Rita coltivò il vivo desiderio di poter condividere i dolori del Salvatore. Nel corso dell'anno 1432, mentre si trovava assorta in profonda preghiera davanti a un crocifisso, Rita ricevette sulla fronte la misteriosa ferita di una spina estratta dalla corona del Crocifisso stesso. Quella profonda piaga produsse ben presto un'infezione purulenta e putrescente che emanava un forte odore, costringendo la religiosa a una severa segregazione dalla vita comune. La ferita dolorosa persistette ininterrottamente sulla sua fronte per ben quindici anni, accompagnandola come segno visibile della sua partecipazione alle sofferenze di Cristo. Tale piaga scomparve miracolosamente e solo temporaneamente durante un pellegrinaggio che Rita compì a Roma per perorare la causa di canonizzazione di San Nicola da Tolentino, la cui procedura risultava sospesa sin dal secolo precedente. Questa temporanea guarigione le permise di viaggiare e circolare liberamente tra la folla di pellegrini senza destare raccapriccio, per poi riapparire al suo ritorno in monastero. Gli ultimi quindici anni della sua esistenza terrena furono segnati da una sofferenza fisica immensa, che logorò progressivamente il suo corpo attraverso fatiche gravose, digiuni prolungati e l'uso di vari tipi di flagelli penitenziali, immedesimandosi pienamente nel mistero della Croce. Negli ultimi quattro anni di vita, Rita fu costretta a restare immobile e interamente coricata sul giaciglio a causa della malattia, cibandosi pochissimo e nutrendosi quasi esclusivamente con la sola Comunione eucaristica quotidiana. Durante questa fase finale della sua esistenza terrena, ricevette la visita affettuosa di una cugina giunta appositamente da Roccaporena. In quell'occasione, con semplicità disarmante, la malata chiese alla parente di portarle due fichi e una rosa colti direttamente nell'orto della sua casa paterna, sebbene fosse pieno inverno e le condizioni climatiche rendessero impossibile tale fioritura. La cugina dapprima obiettò che l'impresa fosse irrealizzabile, pensando addirittura che Rita fosse in delirio a causa della forte febbre e della malattia. Tuttavia, mossa da curiosità e rispetto, tornata a Roccaporena trovò con estremo stupore una splendida rosa sbocciata rigogliosa in mezzo a un cespuglio di rose e due fichi maturi. La donna colse i frutti e il fiore, portandoli prontamente a Cascia per consegnarli alla religiosa. Per Rita, quei fichi e quella rosa rappresentarono il segno tangibile della infinita bontà di Dio e la conferma spirituale che i suoi figli e il suo amato marito erano stati accolti nella beatitudine celeste. La santa, che nel corso della sua complessa esistenza terrena era stata sposa, madre e infine monaca agostiniana, divenne da quel momento universalmente nota e amata come la santa della Spina e la santa della Rosa.
Il transito, il culto e la glorificazione
Rita si spense santamente nella notte tra il 21 e il 22 maggio dell'anno 1447, sebbene un'altra autorevole opinione tradizionale collochi la sua morte nel 1457. Al momento esatto della sua pia dipartita, le campane del monastero suonarono da sole a festa, annunciando al popolo la sua gloriosa nascita al cielo. Nel giorno dei suoi solenni funerali si sparse rapidamente la voce dei numerosi prodigi avvenuti attorno al suo feretro, mentre comparvero delle particolari api nere che andarono a insediarsi stabilmente nelle fessure delle mura del convento. Tali api del convento presentano la straordinaria caratteristica di non avere un alveare, di non produrre miele e di continuare a riprodursi in quel medesimo luogo ormai da cinque secoli. A causa del grande culto di devozione fiorito immediatamente dopo la sua morte, il corpo di Rita non fu mai sepolto secondo i metodi tradizionali dell'epoca. La salma fu inizialmente deposta in una cassa di cipresso che purtroppo andò distrutta in un successivo incendio, dal quale tuttavia il corpo uscì completamente indenne e miracolosamente preservato. Il corpo fu quindi riposto in un artistico sarcofago ligneo realizzato da Cesco Barbari, un abile falegname di Cascia che era stato miracolosamente risanato per intercessione della santa. Sul sarcofago furono eseguiti vari dipinti ad opera di Antonio da Norcia nel 1457, e sul coperchio di esso è raffigurata la santa in abito agostiniano, dolcemente stesa nel sonno della morte su un drappo stellato, mentre accanto al cuscino spicca una lunga iscrizione metrica scritta in antico umbro che commemora la Gemma dell'Umbria, il suo amore profondo per la Croce e gli episodi salienti della sua vita claustrale. Oggi quel prezioso sarcofago è custodito con cura nella nuova basilica costruita tra il 1937 e il 1947. Il corpo incorrotto di Rita riposa splendidamente dentro un'urna di vetro trasparente ed è esposto alla fervorosa venerazione dei fedeli nella cappella dedicata alla santa all'interno del grande Santuario di Santa Rita a Cascia. A differenza di altri corpi santi, le spoglie incorrotte non si sono incartapecorite e appaiono ancora oggi come quelle di una persona morta da pochissimo tempo, pur non presentando sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente subito dopo il suo trapasso. Tali straordinarie condizioni corporee sono ampiamente documentate dalle rigorose relazioni mediche redatte durante i processi canonici. La beatificazione della pia religiosa avvenne nel 1627 per opera di Papa Urbano VIII, mentre il culto della Rosa di Roccaporena proseguì ininterrotto nei secoli. Papa Leone XIII proclamò solennemente la santità di Rita il 24 maggio 1900, giungendo alla canonizzazione esattamente quattrocentocinquantatré anni dopo la sua morte. Al nome glorioso di Santa Rita vennero intitolate nel corso del tempo numerose iniziative assistenziali, monasteri, chiese e pie unioni in ogni angolo del mondo, tra cui la pia unione denominata Opera di Santa Rita, nata per promuovere il culto, la conoscenza della sua vita e lo sviluppo dei pellegrinaggi. L'Opera di Santa Rita ha realizzato nel tempo importanti luoghi di fede come la cappella della sua casa natale, la cappella del Sacro Scoglio, il santuario di Roccaporena, l'orfanotrofio e la moderna Casa del Pellegrino. Il fulcro ineguagliabile di tale devozione rimane tuttavia il Santuario e il monastero di Cascia, che insieme ai luoghi di Assisi, Norcia e Cortona costituisce una delle culle più insigni della grande santità umbra, richiamando ogni anno moltitudini di pellegrini in cerca di speranza e di pace.
Il cammino terreno
Nata a Roccaporena, Rita visse la prima parte della sua esistenza nel calore della vita familiare, unita in matrimonio a Paolo di Ferdinando di Mancino, dal quale ebbe due figli maschi. La tragedia la colpì profondamente quando il marito venne ucciso. In quel momento di immenso dolore, Rita scelse la via del Vangelo, perdonando sinceramente gli assassini del coniuge e offrendo fervide preghiere affinché i suoi figli non cadessero nella tentazione della vendetta, preservando così le loro anime dal peccato dell'odio.
Rimasta sola, la sua vocazione la condusse nel 1407 a varcare la soglia del monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena a Cascia. Qui, nella quiete della clausura, la sua unione con il Signore si fece ancora più intima. Nel 1432, mentre era assorta in preghiera, Rita ricevette sulla fronte la ferita di una spina della corona del Crocifisso, un segno doloroso e fecondo che portò per tutta la vita. Nonostante la salute fragile, intraprese anche un pellegrinaggio a Roma in occasione della causa di canonizzazione di san Nicola da Tolentino, prima di spegnersi nel monastero di Cascia nell'anno 1447.
Il culto e la memoria
Il profumo di santità che circondò Rita in vita si estese rapidamente dopo la sua morte, superando i confini dell'Umbria. La Chiesa ha riconosciuto ufficialmente la sua santità nel 1900, anno in cui papa Leone XIII la proclamò solennemente santa. Da allora, il suo santuario a Cascia è meta di innumerevoli pellegrini che cercano conforto nelle sue virtù eroiche.
La devozione a Santa Rita si esprime in modo particolare nella liturgia del 22 maggio, giorno della sua nascita al cielo. In questa solenne ricorrenza si compie il tradizionale rito della benedizione delle rose, fiori che simboleggiano la bellezza della sua anima e le spine che hanno costellato il suo cammino terreno, offrendo ai fedeli un segno tangibile di speranza e di consolazione.
Domande frequenti
Quando si festeggia Santa Rita da Cascia?
La sua ricorrenza liturgica si celebra il 22 maggio, giorno in cui tradizionalmente vengono benedetti e distribuiti ai fedeli le rose e i fiori.
Di cosa è patrona Santa Rita da Cascia?
Santa Rita è invocata come patrona dei casi disperati, dei casi impossibili, delle persone impedite e protettrice associata alla Spina e alla Rosa.
Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione. — Martirologio Romano