14 agosto
Santi Domenico Ibanez de Erquicia e Francesco Shoyemon
Martiri domenicani
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il contesto storico del cristianesimo in Giappone
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti, ovvero millenovecentoquarantanove, millesicento e milleseicentoquaranta. Nel millenovecentoquarantanove San Francesco Saverio arrivò in Giappone, dando inizio all'annuncio del Vangelo. A San Francesco Saverio subentrarono i confratelli Gesuiti e successivamente Francescani, Domenicani e Agostiniani, i quali costruirono una comunità cristiana fiorente. Dal millenovecentoquarantanove al milleseicentoquattordici ci fu un clima relativamente favorevole per il cristianesimo in Giappone. Nel millesicento vi erano già più di trecentomila cristiani in Giappone, e tra di essi vi erano diversi membri delle classi influenti. La religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente della Dea solare Amaterasu. Nel sesto secolo entrarono dalla Cina il Buddismo e il Confucianesimo, mettendo profonde radici. A seguito dell'arrivo del Buddismo e del Confucianesimo, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero considerevolmente, portando al feudalismo e lasciando all'imperatore solo un ruolo morale e religioso. Il potere effettivo passò a un dittatore della classe guerriera chiamato Shogun, la cui autorità si diluiva tra diversi signori feudali chiamati daimyò. I daimyò erano padroni assoluti dei loro vasti territori, al cui servizio stavano i samurai, mentre a un livello sociale inferiore vi erano i poveri privi di diritti umani come contadini, artigiani, commercianti ed operai. I daimyò si dedicarono spesso a guerre tra di loro, e la frammentazione politica offrì vantaggi all'evangelizzazione all'arrivo dei missionari, poiché, espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un altro.
Nell'ultimo quarto del secolo sedicesimo due Shogun aprirono la strada a un movimento di unificazione. Oda Nobunaga fu Shogun dal millesicinquecentosessantotto al millesicinquecentoottantadue, nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo. Toyotomi Hideyoshi fu Shogun dal millesicinquecentoottantadue al millesicinquecentonovantotto, ma divenne inspiegabilmente persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei ventisei Protomartiri di Nagasaki. Alla morte dello Shogun Hideyoshi il cristianesimo poté respirare di nuovo tra speranze e timori. La vittoria di Sekigahara nel millesicento diede il potere e lo shogunado a Tokugawa Yeyasu, che inaugurò la dinastia legata al suo nome e governò dal millesicento al millesicentoquindici. A Tokugawa Yeyasu succedettero il figlio Hidetada, regnante dal millesicentoquindici al millesicentonovantadue, e il nipote Yemitsu, regnante dal millesicentonovantadue al millesicinquecentocinquantuno, dopo il quale ci fu una lunga serie di discendenti fino al millesicentoottantasette. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale e amministrativa, governando attraverso un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò. La politica dei Tokugawa mostrò diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò sottomessi ma mai del tutto domati, e il sospetto aumentava a causa della presenza di commercianti spagnoli e religiosi cattolici. Gli olandesi accusavano i religiosi cattolici di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Nel millesicentoquattordici Yeyasu emise l'editto di persecuzione generale, giudicando la fede dei sudditi sulla base del buddismo e circondandosi di ministri confuciani. Hidetada e Yemitsu intensificarono l'avversione al cristianesimo, e il cristianesimo giapponese della prima metà del secolo diciassettesimo sparì quasi completamente a causa di una violenta persecuzione, a differenza di quanto avvenne nelle Filippine. La persecuzione coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di fattori religiosi, politici e sociali. Nel milleseicentoquaranta il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale isolandosi per due secoli.
La vita e la vocazione di Domenico Ibáñez de Erquicia
Domenico Ibáñez de Erquicia nacque a Régil, in Guipúzcoa, diocesi di San Sebastián, Spagna, ai primi di febbraio del millesicinquecentonottantanove. Rispondendo alla chiamata del Signore, Domenico Ibáñez entrò nell'Ordine Domenicano nel millesicentoquattro e nel millesicentoquindici fece la professione religiosa. Nel millesicentonovantuno si trasferì nelle Filippine, dove fu incorporato alla Provincia domenicana del Rosario. Svolse il suo ministero lavorando nel Pangasinan, nel nord dell'isola Luzon, e tra i cinesi di Binondo a Manila, oltre a servire come professore nel Collegio San Tommaso di Manila, che ora è un'università. Nel millesicentonovantatré partì per il Giappone insieme a padre Luca dello Spirito Santo e ad altri missionari. Svolse un lavoro clandestino per dieci anni in mezzo alle persecuzioni, catechizzando e amministrando i sacramenti in Giappone, consolando i deboli e riportando gli apostati alla fede. Andò fino a Yedo, ovvero Tokyo, dove rimase per due anni. Nel millesicentonovantnove, ricoprendo la carica di Vicario Provinciale, ritornò a Nagasaki dove la persecuzione aveva raggiunto il culmine, continuando il suo apostolato con coraggio instancabile. Nel millesicentonovantadue fu costretto a nascondersi nelle grotte e nelle montagne insieme ad altri religiosi mentre i giapponesi si mettevano alla sua ricerca. Un cristiano apostata rivelò il suo nascondiglio, ed egli fu incarcerato in seguito alla delazione. Rinunciando a qualsiasi compromesso, rifiutò fermamente di compiere l'apostasia.
La figura di Francesco Shoyemon e il martirio
Francesco Shoyemon nacque in Giappone in data e luogo sconosciuti. Per molti anni fu compagno e catechista di padre Domenico de Erquicia. Padre Domenico de Erquicia, in qualità di Vicario Provinciale, ammise Francesco Shoyemon nell'Ordine domenicano durante la loro prigionia comune. Francesco Shoyemon fu arrestato nel millesicentonovantadue, probabilmente insieme allo stesso padre Domenico. I santi Domenico Ibáñez, Giacomo Kyushei Tomonaga, Lorenzo Ruiz e altri quattordici compagni formano un gruppo di martiri in Giappone tra il millesicentonovantadue e il millesicentonovantasei. Questo gruppo segue quello dei duecentocinque martiri di Omura-Nagasaki avvenuto tra il millesicentesimo e il millesicentesimo e beatificato da Pio IX nel millesicentosessantasette. Il gruppo dei martiri fu beatificato da Papa Giovanni Paolo II il diciotto febbraio millesicento ottantuno a Manila. Il gruppo beatificato a Manila è composto da tredici domenicani e tre laici, e tra di essi si annovera Lorenzo Ruiz, primo santo delle Filippine. I santi martiri sono Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell'Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nello stesso ordine e catechista. Furono uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
Il martirio di questo gruppo avvenne a Nagasaki. La data della loro morte è il quattordici agosto millesicentonovantadue a Nagasaki, in Giappone. Il tredici agosto millesicentonovantadue, padre Domenico Ibáñez e Francesco Shoyemon furono sottoposti alla tortura della forca e fossa. La tortura della forca e fossa consisteva nel sospendere il condannato a una trave di legno con la testa in giù dentro una fossa piena di immondizie. La fossa veniva chiusa all'altezza della cintura con due tavole circolari di legno. Padre Domenico morì per soffocamento dopo trenta ore, il quattordici agosto millesicentonovantadue. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri furono disperse nel mare. Il tredici agosto Francesco Shoyemon fu sottoposto alla tortura della forca e fossa, morendo il giorno seguente, e il suo corpo fu tagliato a pezzi e bruciato. La stessa sorte toccò a tutti gli altri martiri del gruppo.
I processi, la beatificazione e la canonizzazione
Le inchieste processuali sui nove sacerdoti domenicani si tennero a Manila e Macao tra il millesicentonovantasei e il millesicentonovantasetto. I documenti dei processi andarono smarriti trenta anni dopo e furono ritrovati all'inizio del ventesimo secolo in copia autentica negli archivi domenicani di Manila. La Posizione storica sul martirio fu preparata tra il millesicentonovantasette e il millesicentonovantotto e pubblicata nel millesicentonovantasei. La causa fu esaminata dalla Congregazione dei Santi tra il trenta ottobre millesicentonovantasette e il primo luglio millesicentonovantasei. Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila il diciotto febbraio millesicento ottantuno. Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato i martiri il diciotto ottobre millesicento ottantasette. Il martirologio colloca il loro martirio a Nagasaki, in Giappone, confermando la memoria perenne di questi testimoni della fede.
Il cammino verso la testimonianza
La vicenda di San Domenico Ibáñez de Erquicia ebbe inizio nel 1589 a Régil, in Spagna, dove la sua vocazione maturò fino a condurlo, nel 1604, a fare il suo ingresso nell'Ordine Domenicano. La sua missione lo portò lontano dalla patria: dal 1611 operò nelle Filippine, preparandosi allo spirito di sacrificio che avrebbe caratterizzato la fase successiva del suo apostolato. Nel 1623, egli giunse in Giappone, terra in cui l'annuncio cristiano era costretto alla clandestinità a causa delle persecuzioni. In questo contesto di grande pericolo, Domenico svolse il suo ministero sacerdotale con coraggio, cercando di sostenere la fede delle comunità cristiane locali.
In questa missione fu affiancato da Francesco Shoyemon, figura di grande rilievo come catechista, il quale operò instancabilmente al fianco di Domenico. La loro collaborazione fu un segno tangibile dell'universalità del messaggio cristiano, capace di unire uomini di origini diverse nel medesimo servizio alla Parola. Durante la prigionia, che precedette il loro atto supremo, Francesco Shoyemon fu ammesso nell'Ordine Domenicano, sigillando così la sua appartenenza spirituale alla famiglia religiosa con cui aveva condiviso le fatiche della missione. L'arresto, avvenuto a seguito di una delazione, segnò l'inizio della loro ultima prova. Entrambi furono condotti a Nagasaki, dove nel 1633 affrontarono la morte attraverso la tortura della forca e della fossa. Il loro sacrificio non fu vano, ma divenne un punto fermo nella storia della fede in Giappone, testimoniando come l'amore per Cristo possa superare ogni forma di violenza e di costrizione, rimanendo integro fino alla fine.
Il culto e la canonizzazione
Il riconoscimento solenne della santità di Domenico Ibáñez de Erquicia e di Francesco Shoyemon giunse nel 1987, quando Papa Giovanni Paolo II li elevò agli onori dell'altare, inserendoli nel catalogo dei Santi della Chiesa universale. Questo atto di canonizzazione ha confermato la validità della loro testimonianza, proponendoli come modelli di dedizione missionaria e di perseveranza nella prova per i fedeli di ogni tempo.
La loro memoria liturgica, fissata il quattordici agosto, invita la comunità dei credenti a riflettere sul dono della fede e sul prezzo che, talvolta, essa richiede per essere professata apertamente. Il culto verso questi martiri non è soltanto un ricordo del passato, ma un richiamo vivo alla responsabilità di ogni battezzato nel portare l'annuncio del Vangelo anche nei luoghi più difficili. La loro vita, segnata dal passaggio dalla Spagna al Giappone e dal ministero clandestino fino al martirio a Nagasaki, rimane un esempio di come la Grazia agisca attraverso strumenti fragili, trasformandoli in colonne incrollabili della Chiesa. Attraverso la loro intercessione, i fedeli sono chiamati a rinnovare il proprio impegno di testimonianza quotidiana, cercando sempre di conformare la propria esistenza alla volontà di Dio, con la stessa fermezza dimostrata dai martiri domenicani nelle ore della prova suprema.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Domenico Ibáñez de Erquicia e San Francesco Shoyemon?
La loro memoria liturgica si celebra il quattordici agosto.
A Nagasaki in Giappone, santi martiri Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nel medesimo Ordine e catechista, uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu. — Martirologio Romano