22 ottobre
Santi Filippo, Ermete (Ermes) e compagni
Martiri ad Adrianopoli
Aggiornato il 15 settembre 2026
Le origini e l'inizio della persecuzione
San Filippo nacque nella città di Eraclea e spese gran parte della sua esistenza al servizio della comunità ecclesiale, operando per lungo tempo come diacono prima di essere chiamato, in età avanzata, a reggere la diocesi come vescovo. Con l'avvento della persecuzione promossa dall'imperatore Diocleziano agli inizi del quarto secolo, il clima politico e religioso cambiò radicalmente per le comunità cristiane. I magistrati romani si preoccupavano di eseguire con rigore gli editti imperiali man mano che venivano emanati, cercando di agire secondo giustizia come emerge chiaramente dai provvedimenti amministrativi dell'epoca. Nonostante le prime pressioni e i pericoli evidenti, San Filippo non volle assolutamente abbandonare la sua sede episcopale, scegliendo di rimanere accanto al proprio gregge.
I primi provvedimenti repressivi furono attuati dal preside Basso, il quale fece dapprima chiudere la chiesa ed ordinò successivamente un meticoloso inventario di tutti i libri e dei vasi sacri in essa contenuti. Lo stesso governatore Giustino, successore di Basso, si recò personalmente ad Eraclea per ordinare al vescovo di chiudere definitivamente il luogo di culto e di mostrare tutti i beni sacri custoditi all'interno. Di fronte a queste disposizioni, San Filippo rispose con fermezza al governatore Giustino che non era lecito né per lui consegnare quei beni sacri, né per l'autorità civile appropriarsene indebitamente. La chiesa di Eraclea e i libri santi furono inevitabilmente distrutti per ordine del prefetto, mentre il vescovo veniva deferito al tribunale insieme al diacono Ermete e probabilmente al prete Severo.
La confisca dei beni e gli interrogatori
La confisca dei beni ecclesiastici offrì l'occasione per registrare episodi di notevole tensione morale. San Filippo, sottoposto ad atti di violenza, acconsentì infine a consegnare i vasi sacri e le Scritture per evitare ulteriori spargimenti di sangue nella comunità. A differenza di quanto avveniva in regioni come l'Africa proconsolare, nessuno in Asia accusò Filippo di essere un traditore per questa consegna. Il diacono Ermete assistette direttamente alla confisca e, accorgendosi che il funzionario Publio si stava appropriando di alcuni vasi sacri, non esitò a denunciare il fatto. Il funzionario corrotto sferrò un violentissimo schiaffo a Ermete, ma il preside Basso, venuto a conoscenza dell'accaduto, rimproverò aspramente il dipendente disonesto, confermando la volontà dei magistrati di mantenere una parvenza di legalità.
Successivamente, i prefetti Basso prima e Giustino poi cercarono ripetutamente di convincere il vescovo e il diacono ad abiurare la fede cristiana attraverso successivi e separati interrogatori. Invitati a obbedire agli ordini imperiali e a bruciare incenso davanti agli idoli, Filippo ed Ermete rifiutarono con fermezza. La condotta del diacono Ermete appariva del tutto inspiegabile al magistrato e alla popolazione non cristiana, anche perché egli era un uomo molto stimato ad Eraclea. Ermete faceva infatti parte del senato della cittadinanza in qualità di decurione ed era cristiano fin dalla nascita, avendo potuto partecipare alle cariche civili durante il pacifico periodo antecedente la persecuzione dioclezianea. Dopo essere stati nuovamente respinti nella loro richiesta di apostasia, i due ecclesiastici furono rimandati in prigione e sottoposti a custodia vigilata.
La testimonianza del martirio e i compagni
Dopo ben sette mesi di prigionia e custodia, il prefetto convocò gli accusati ad Adrianopoli per sottoporli a un giudizio definitivo. Né le minacce verbali né le violenze fisiche riuscirono a piegare la tempra del vescovo e del diacono. San Filippo subì la prigionia, la flagellazione e, secondo alcune tradizioni della passio, fu bruciato sul rogo insieme al diacono Ermete, mentre altre fonti agiografiche attestano l'ordine di decapitazione eseguito da Giustino. I due martiri affrontarono la morte con mirabile serenità. Prima di spirare, Ermete inviò un ultimo messaggio al proprio figlio affinché provvedesse a pagare tutti i debiti contratti, dimostrando grande rettitudine morale fino all'ultimo istante.
I corpi dei martiri furono crudelmente gettati nel fiume Ebro, ma vennero prontamente ripescati dai cristiani locali e ricevettero una pia sepoltura a dodici miglia dalla città di Eraclea, in una località denominata Ogetistiron. L'anno del martirio fu con ogni probabilità il 303, sebbene alcuni critici spostino la datazione al biennio compreso tra il 304 e il 305, e la morte del santo viene complessivamente collocata tra il 303 e il 305. La stessa passio menziona anche il prete Severo di Eraclea, il cui martirio tuttavia non fu contemporaneo a quello del vescovo e del diacono, trovando infatti collocazione liturgica in un giorno differente.
Le fonti storiche e la tradizione di Fermo
La ricostruzione storica della vita di questi santi poggia su una passio latina derivata da un originale greco considerato dagli studiosi un rimaneggiamento e forse un compendio, ma giudicato da studiosi come Pio Franchi de' Cavalieri sostanzialmente degno di fede. Nel Martirologio Siriaco e nel Geronimiano, San Filippo ed Ermete sono ricordati alla data del ventidue ottobre, mentre Severo è festeggiato il ventitré ottobre. Nei martirologi orientali, Filippo viene menzionato come martire di Adrianopoli anziché di Eraclea, indicando la città del martirio e commemorandolo insieme ad Erma e Severo. Alcuni martirologi occidentali caddero nell'equivoco di confonderlo con l'apostolo omonimo o con altri santi di regioni diverse, come Eusebio, del quale si ignora ogni legame con i tre martiri.
Una complessa questione riguarda la tradizione sviluppatasi a Fermo, nel Piceno. La tradizione fermana sostiene che un Filippo nativo del luogo fosse stato il secondo vescovo della città al tempo dell'imperatore Gallo tra il 251 e il 253, subendo il martirio sotto Valeriano o Aureliano in un luogo detto dei Pini. Tuttavia, nessun testo antico della Chiesa di Fermo menziona un Filippo martire e vescovo prima del 1580, e la tradizione non è confermata da alcuna antica fonte. L'assoluta mancanza di riscontri per più di un millennio consiglia di non accettare tale versione. Più verosimilmente, il culto del santo orientale si diffuse nel Piceno nel corso dei secoli quindicesimo e sedicesimo, quando molte Chiese italiane trasformarono in santi locali personaggi provenienti da altre regioni. Un manoscritto quindicesimo del calendario della Chiesa di Fermo riporta alla data del ventidue ottobre la voce di San Filippo vescovo e martire, e una glossa posteriore aggiunge che il corpo giace nella confessione della cattedrale, supponendo che le reliquie venerate appartenessero proprio al martire di Eraclea.
Il cammino del martirio
La vicenda di San Filippo e del diacono Ermete affonda le radici nel quarto secolo, in un contesto di profonda prova per la comunità cristiana di Eraclea. Il vescovo Filippo, pastore sollecito del suo gregge, fu chiamato a rendere ragione della propria speranza davanti ai prefetti Basso e Giustino. Durante gli interrogatori, egli sostenne con dignità il suo rifiuto di bruciare incenso dinanzi alle immagini pagane, preferendo la fedeltà al comandamento divino rispetto alla salvezza terrena. Questa testimonianza non fu un atto solitario, ma si intrecciò con quella del diacono Ermete, uomo di alto profilo civile che ricopriva il ruolo di decurione nel senato cittadino. La sua fede si manifestò anche nel coraggio di denunciare il funzionario Publio, responsabile del furto di vasi sacri destinati al culto divino. Entrambi, fermi nel proposito di non abiurare il nome di Cristo, furono condannati alla decapitazione ad Adrianopoli nell'anno trecentotre. Il corpo del vescovo Filippo fu in seguito pietosamente recuperato dai fedeli e deposto nel luogo chiamato Ogetistiron, affinché la sua memoria rimanesse benedetta tra i cristiani. La figura del sacerdote, anch'egli citato nella narrazione del martirio ma la cui testimonianza avvenne in tempi non contemporanei a quella dei suoi confratelli, completa il quadro di una comunità di Eraclea che ha saputo offrire al Signore il dono supremo della propria esistenza, lasciando un'eredità di coraggio che il tempo non ha potuto cancellare.
La memoria liturgica
Il culto tributato a San Filippo, al diacono Ermete e ai loro compagni martiri possiede radici antiche, che affondano nel terreno fecondo della tradizione cristiana delle origini. La loro commemorazione è attestata con solennità nei martirologi siriaco e geronimiano, documenti preziosi che hanno custodito nei secoli il nome di coloro che hanno versato il sangue per la fede. La data del ventidue ottobre è stata designata per celebrare il sacrificio del vescovo Filippo e del diacono Ermete, unificando nella preghiera il ricordo di quanti hanno camminato insieme verso la gloria del martirio. La memoria del sacerdote, che pure appartiene alla schiera dei martiri di Eraclea, viene invece onorata nel giorno successivo, il ventitré ottobre, sottolineando come ogni testimonianza, pur nella diversità delle circostanze e dei tempi, converga nell'unica offerta a Dio. Celebrare questi santi significa rinnovare il legame con la Chiesa antica, riconoscendo nella loro dedizione il seme che ha reso possibile la testimonianza dei credenti di ogni tempo. La loro intercessione è invocata dai fedeli con gratitudine, affinché la forza dello Spirito Santo possa sostenere anche il cammino odierno della comunità, rendendola capace di testimoniare la carità e la verità del Vangelo, nonostante le difficoltà e le prove che ogni epoca porta con sé.
Domande frequenti
Quando si festeggiano San Filippo, Ermete e i compagni?
San Filippo ed Ermete sono festeggiati il ventidue ottobre, mentre il compagno Severo è ricordato il ventitré ottobre.
Quali furono i luoghi principali della vita e del martirio del santo?
San Filippo nacque a Eraclea, fu vescovo in quella regione e di Marmara Ereğlisi, subendo infine il martirio ad Adrianopoli, l'odierna Edirne in Tracia, in Turchia.
A Edirne in Tracia, sempre in Turchia, santi martiri Filippo, vescovo di Marmara Ereğlisi, ed Ermete, diacono: il primo, agli inizi della persecuzione dell’imperatore Diocleziano, aveva ricevuto l’ordine di chiudere la chiesa e mostrare tutti i vasi sacri e i libri in essa contenuti; e avendo egli risposto al governatore Giustino che non era lecito né da parte sua consegnare quanto gli si chiedeva né a lui appropriarsene, dopo aver subito il carcere e la flagellazione, fu bruciato insieme al diacono sul rogo. — Martirologio Romano