Accendi una candela per chi ami — arde qui per 7 giorniAccendi la tua →

4 luglio

Beato Giuseppe Kowalski

Sacerdote salesiano, martire

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini e la giovinezza

Giuseppe Kowalski nacque a Siedliska, un piccolo paese contadino vicino a Rzeszów, in Polonia, il 13 marzo 1911. Suo padre si chiamava Wojciech e sua madre Sofia Borowiec. Egli nacque in una famiglia caratterizzata da una profonda fede e pratica religiosa. Fu battezzato il 19 marzo 1911, giorno della festa di San Giuseppe, nella chiesa parrocchiale di Lubenia. La chiesa di Lubenia distava circa quattro chilometri da Siedliska, poiché il suo paese natale era allora privo di una propria chiesa. Dopo aver completato le scuole elementari, all'età di undici anni si trasferì, per volontà dei genitori, nel collegio San Giovanni Bosco di Oświęcim, rimanendovi per cinque anni. Durante gli anni del collegio si distinse per una pietà eccezionale, diligenza, allegria e spirito di servizio, guadagnandosi l'affetto di tutti e venendo considerato tra i migliori studenti. Faceva parte della Compagnia dell'Immacolata, ricopriva la carica di presidente del gruppo missionario e organizzava attività religiose e culturali per i suoi coetanei. In questo periodo maturò l'intenzione di intraprendere la strada dei suoi educatori, i quali videro nei suoi atteggiamenti i segni di una vocazione autentica. Il contesto educativo e formativo della sua adolescenza rispecchiava le caratteristiche del Sistema preventivo salesiano, basato sull'ambiente giovanile, la fiducia negli educatori, i gruppi di impegno, la responsabilità dei ragazzi più maturi, la devozione a Maria Ausiliatrice e l'uso frequente dei sacramenti.

La formazione e i taccuini spirituali

I taccuini riservati del giovane mostrano che egli visse la propria ricerca di santità prendendo a modello Domenico Savio. Sui taccuini scrisse frasi di impegno spirituale quali: piuttosto morire che offenderti col più piccolo peccato, e ancora, o mio buon Gesù, dammi volontà perseverante, ferma, forte, perché io possa perseverare nelle mie sante risoluzioni e possa raggiungere il mio sommo ideale, la santità che mi sono prefisso, poiché io posso e devo essere santo. Gli scritti personali attestano un profondo legame con Gesù Cristo, andato consolidandosi nel tempo e in particolare dopo la professione religiosa. Nei suoi appunti espresse il desiderio di totale dedizione e fedeltà a Gesù, riaffermando il proposito di diventare un salesiano santo sull'esempio di don Bosco. Nel 1930, mentre studiava filosofia da giovane, disegnò una piccola croce sul diario e scrisse con il proprio sangue la volontà di soffrire, essere disprezzato e portare la croce della chiamata di Cristo fino alla morte. Espresse il desiderio di entrare nella Congregazione Salesiana e nel 1927 ebbe inizio il suo noviziato a Czerwińsk. Tra il 1928 e il 1931 svolse gli studi ginnasiali e filosofici a Cracovia. Compì il tirocinio culminato con la professione perpetua nel 1934, per poi seguire il corso di teologia fino all'ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1938.

Il ministero sacerdotale

Subito dopo l'ordinazione fu scelto come segretario dall'ispettore don Adam Cieślar, ruolo che mantenne per i successivi tre anni. I confratelli lo ricordano per un'eccezionale autocontrollo, una grande stima per gli altri, e per essere servizievole, gentile, sereno e molto lavoratore. Nel tempo libero dai suoi doveri ufficiali, si dedicava allo studio dell'italiano, del francese e del tedesco, approfondiva la biografia del fondatore e curava la preparazione delle omelie. Insieme all'incarico di segretario ispettoriale affiancò sempre l'attività pastorale. Si mostrava costantemente disponibile per tenere prediche, conferenze, soprattutto per i giovani, e per amministrare il sacramento della confessione. Era dotato di talento musicale e di una bella voce, grazie a cui fondò e diresse un coro giovanile parrocchiale per solennizzare le liturgie. La sua intensa attività sacerdotale rivolta ai giovani attirò l'attenzione dei nazisti, portando al suo arresto il 23 maggio 1941 assieme ad altri undici salesiani. Inizialmente fu recluso a Cracovia nel carcere di Montelupi e, dopo un mese, fu trasferito con altri prigionieri nel campo di concentramento di Oświęcim, noto come Auschwitz, in Polonia. Nel campo di concentramento assistette all'uccisione di quattro confratelli, tra cui il suo direttore don Giuseppe Swierc e il suo confessore don Ignazio Dobiasz. Identificato con il numero di matricola 17350, fu sottoposto per un anno a maltrattamenti e lavori pesanti nella compagnia di rigore, un settore ad altissimo tasso di mortalità.

La missione nella sofferenza

Era stato stabilito il suo trasferimento al campo di Dachau, ma all'ultimo momento la partenza fu bloccata in circostanze testimoniate nei processi canonici. Le deposizioni riguardanti il mancato trasferimento a Dachau figurano sia nel suo processo di beatificazione sia in quello di padre Massimiliano Kolbe. A causa del mancato trasferimento rimase all'interno della compagnia di rigore nel campo di Oświęcim. Egli trasformò il campo di prigionia nel proprio ambito di missione pastorale. Unì le proprie sofferenze all'assistenza verso gli altri prigionieri, con l'obiettivo di confortarli e sostenerne la fede e la speranza. Testimoni riferirono che i capi della compagnia di rigore, a conoscenza del fatto che fosse un sacerdote, lo tormentavano continuamente, lo picchiavano in ogni occasione e gli assegnavano i lavori più faticosi. Il sacerdote continuava a prestare servizio ministeriale ai suoi compagni di prigionia a dispetto di un divieto formale. Il sacerdote impartiva l'assoluzione ai moribondi e offriva conforto agli scoraggiati. Il sacerdote sosteneva spiritualmente i prigionieri in attesa dell'esecuzione della pena di morte. Il sacerdote distribuiva la Comunione in modo clandestino. Il sacerdote riusciva a celebrare la Messa all'interno delle baracche del campo. Il sacerdote guidava la preghiera e prestava soccorso ai bisognosi. Nonostante i capi del campo affermassero l'assenza di Dio in quel luogo di morte, il sacerdote vi portava la presenza divina ai compagni di prigionia. Il sacerdote scrisse una lettera ai genitori in cui esprimeva il proprio stato d'animo durante il calvario della prigionia. Nella lettera ai genitori, il sacerdote li rassicurava chiedendo di non preoccuparsi e affermando di essere nelle mani di Dio. Il sacerdote dichiarava di percepire l'aiuto divino a ogni passo. Il sacerdote si definiva felice e sereno nonostante la condizione di detenzione. Il sacerdote si diceva convinto che ogni evento derivasse dalla Provvidenza di Dio, la quale dirige con giustizia le sorti di uomini e nazioni.

Lo zelo pastorale e il rifiuto

Lo zelo pastorale del sacerdote è testimoniato in modo particolare da due episodi specifici. Il primo fatto riguarda la promozione della preghiera quotidiana all'interno del campo di concentramento. Ogni mattina alle ore quattro e trenta, al buio e appena usciti dagli isolati, un piccolo gruppo di cinque o otto persone si radunava presso un blocco in un luogo poco visibile per pregare. La scoperta di tali raduni di preghiera avrebbe comportato la pena di morte per i partecipanti. I prigionieri ripetevano le preghiere guidati dal sacerdote. Il gruppo di preghiera aumentò gradualmente il numero dei partecipanti, nonostante l'elevato rischio. Il secondo evento si verificò il 2 giugno 1942. Il comando supremo dei campi di concentramento ordinò il trasferimento di sessanta sacerdoti dal campo di Auschwitz a quello di Dachau. Il campo di sterminio di Dachau ospitava tremila sacerdoti ammassati. Don Giuseppe Kowalski fu inserito tra i sessanta sacerdoti destinati al trasferimento a Dachau. I sessanta sacerdoti selezionati furono stipati in un locale adibito a bagno per la disinfezione prima della partenza. Don Corrado Szweda descrisse sotto giuramento i fatti avvenuti nel bagno della disinfezione. Durante l'attesa del turno di disinfezione entrò nel bagno Palitsch, considerato il carnefice più spietato di Auschwitz. Palitsch notò che don Giuseppe Kowalski stringeva qualcosa nella mano e gli chiese bruscamente cosa avesse. Senza attendere la risposta, Palitsch colpì con la frusta la mano di don Kowalski, facendo cadere a terra una corona del Rosario. Palitsch ordinò a don Kowalski di calpestare il Rosario caduto. Don Giuseppe Kowalski si rifiutò di calpestare la corona del Rosario rimanendo del tutto immobile. A causa del suo rifiuto, don Kowalski fu immediatamente separato dal gruppo e assegnato alla compagnia di disciplina.

Le ultime ventiquattro ore

L'ultimo giorno di vita di don Giuseppe Kowalski fu il 3 luglio 1942. Gli eventi, i gesti e le parole delle ultime ventiquattro ore di vita di don Kowalski sono considerati di eccezionale rilevanza. Al termine del lavoro del 3 luglio 1942, i compagni condussero al blocco don Kowalski, che era stato maltrattato dai capi del campo. Un testimone riferisce di aver trascorso gli ultimi momenti di vita insieme a don Kowalski dopo il suo rientro al blocco. I prigionieri del blocco erano consapevoli che sarebbe toccato a loro essere uccisi, dato che tre dei cinque compagni della loro branda erano già stati assassinati. In tale situazione di imminente pericolo di morte, don Kowalski si raccolse in preghiera. Don Kowalski invitò il compagno a inginocchiarsi e a pregare insieme a lui per i loro aguzzini. I due prigionieri pregarono insieme sulla branda a tarda sera, dopo la conclusione dell'appello. Poco dopo la preghiera, un uomo di nome Mitas si avvicinò e chiamò don Kowalski. Don Kowalski scese dalla branda con animo tranquillo, essendo già preparato alla chiamata e alla conseguente morte. Prima di andare via, don Kowalski consegnò al compagno la propria porzione di pane della cena, dicendogli di mangiarla poiché lui non ne avrebbe più avuto bisogno. Dopo aver ceduto il pane, don Kowalski andò consapevolmente incontro alla morte.

Il martirio e la benedizione finale

Nella giornata del 3 luglio 1942, prima dell'epilogo avvenuto al mattino presto del 4 luglio, i capi del campo misero in atto la messinscena di un'azione sacra. L'evento evidenziò la dignità di testimone della fede di don Kowalski di fronte alla furia omicida e sadica dei capi del campo. Gli aguzzini trasformavano le loro crudeltà in spettacoli e continuarono le torture anche durante la pausa del pranzo. Le torture del 3 luglio includevano l'annegamento dei prigionieri in uno scolo di letame o il loro precipitamento dall'alto terrapieno in un canale foso e pieno di fango argilloso. I prigionieri massacrati che ancora gemevano venivano spinti all'interno di una grande botte senza fondo adibita a cuccia per i cani. I moribondi spinti nella botte venivano costretti dagli aguzzini ad abbaiare come cani e a leccare dal suolo la minestra versata per terra. Un aguzzino gridò ridendo e chiedendo dove fosse il prete cattolico affinché desse ai moribondi la benedizione per il viaggio verso l'eternità. Nel frattempo altri carnefici divertivano sé stessi spingendo don Kowalski dall'alto nel fango. Don Kowalski, ormai sfigurato, fu condotto nudo verso la botte dei cani dopo essere stato estratto dallo stagno fangoso. Don Kowalski indossava solo i resti cenciosi dei pantaloni ed era completamente coperto di fango e letame. Incalzato a bastonate dai carnefici, don Kowalski giunse presso la botte dove si trovavano prigionieri morti e moribondi. I carnefici percossero don Kowalski e lo derisero per la sua condizione di sacerdote. I carnefici ordinarono a don Kowalski di salire su una botte e di impartire l'ultima benedizione ai morenti secondo il rito cattolico. Don Kowalski si inginocchiò sopra la botte e si fece il segno della croce. Don Kowalski iniziò a recitare a voce alta e con tono quasi ispirato il Padre Nostro, l'Ave Maria, il Sub Tuum Praesidium e la Salve Regina. Le preghiere recitate da don Kowalski colpirono profondamente i prigionieri, che vivevano nell'attesa costante di una morte atroce. I prigionieri morivano in un canile, ridotti in condizioni fisiche tali da perdere ogni parvenza umana. I deportati stavano rannicchiati nell'erba evitando di alzare la testa per non farsi notare dai carnefici. I prigionieri trovarono un profondo conforto spirituale e una sensazione di pace nelle parole pronunciate da don Kowalski. Le lacrime dei prigionieri, che assistevano al gesto di don Kowalski nel contesto del campo, bagnarono il terreno insanguinato. Un giovane studente originario di Jasło, chiamato Taddeo Kokosz, era annidato nell'erba accanto a un altro prigioniero. Taddeo Kokosz sussurrò al compagno che una preghiera di tale intensità non si era mai udita al mondo, nemmeno ai tempi delle catacombe. Una ricostruzione storica dettagliata stabilisce che don Kowalski fu eliminato nella notte compresa tra il 3 e il 4 luglio 1942. Don Kowalski venne ucciso tramite annegamento nella cloaca del campo di concentramento. Il compagno di prigionia Stefano Boratynski attestò sotto giuramento di aver visto il corpo deposto e imbrattato di don Kowalski davanti al blocco della compagnia punitiva.

Il riconoscimento e la memoria

Il decreto che riconosce il martirio di don Kowalski fu promulgato il 26 marzo 1999. Don Kowalski è stato proclamato beato da papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 ad Auschwitz, in Polonia. Esiste una preghiera ufficiale che chiede la canonizzazione del beato Giuseppe Kowalski, ricordando la sua aspirazione alla santità e il sacrificio della vita per Cristo. Il Martirologio attesta che il beato Giuseppe Kowalski era un sacerdote martirizzato durante la guerra nel campo di Auschwitz, vicinissimo alla città di Cracovia in Polonia. Don Kowalski fu imprigionato a causa della sua fede in Cristo e morì al culmine delle torture subite.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Giuseppe Kowalski?

La sua memoria liturgica si celebra il 4 luglio.

Nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, beato Giuseppe Kowalski, martire, che, in tempo di guerra, fu messo per Cristo in carcere, dove sotto tortura consumò il suo martirio. — Martirologio Romano