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17 giugno

Beato Paolo Burali

Cardinale

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini e la formazione

Il Beato Paolo Burali dimostra la potenza della Grazia di Dio e la sua irresistibile chiamata fin dai primi passi della sua esistenza. Egli nacque ad Itri presso Gaeta nel 1511, inserendosi in una storia familiare radicata nel tempo. Apparteneva al ramo dei nobili Burali di Arezzo, e la sua famiglia si era trasferita ad Itri al seguito di re Ladislao. Sua madre si chiama Vittoria Olivares ed è di famiglia catalana, mentre suo padre si chiama Paolo Burali e lavorava per il governo vicereale. Al battesimo ricevette il nome di Scipione, sebbene poi cambiò il nome di Scipione quando fece la sua professione religiosa. Discende da un casato nobiliare di Arezzo.

Frequentò le prime scuole a Napoli, città che all'epoca era capitale di un regno con sovrano il re di Spagna, rappresentato da un viceré. A soli quattordici anni fu iscritto all'Università di Salerno. Successivamente frequentò l'Università di Bologna, poiché il padre lo avviò agli studi prima all'Università di Salerno e poi a quella di Bologna. A Bologna ebbe come maestro Ugo Boncompagni, futuro papa Gregorio XIII. A venticinque anni si laureò brillantemente in diritto civile e canonico all'Università di Bologna. Sostenne la tesi di laurea con argomentazioni acute e sottili, con la sicurezza di un professore piuttosto che di un alunno.

L'attività forense e diplomatica

Svolse l'attività di avvocato e giudice per dodici anni nel Tribunale di Napoli. Operò con rettitudine e integrità meritandosi l'appellativo di amico della verità e padre dei poveri. Tornato a Napoli, lavorò come avvocato riscuotendo apprezzamento e venne chiamato spesso a fare il giudice. Durante questo periodo di servizio, dopo aver condannato una povera vedova a una pena in denaro, provvedette di tasca sua a rimborsarla. Desiderando una vita ritirata, lasciò il Foro nella sua città nativa, ma fu costretto a riprendere la professione forense perché Carlo V lo promosse regio consigliere.

Ferdinando di Toledo lo nominò uditore generale dell'esercito, e fu chiamato a compiti governativi, diventando consigliere regio e magistrato militare. Il re di Napoli, conoscendo la sua saggezza e competenza giuridica, lo inviò come ambasciatore presso il papa Paolo IV per dirimere questioni civili ed ecclesiastiche. Svolse un analogo incarico diplomatico anche presso la Corte di Spagna. Nel 1564, per volere di papa Pio IV e su richiesta delle autorità napoletane, fu impegnato come ambasciatore presso la Corte di Spagna. Andò a Madrid per combattere il progetto del re di introdurre nel Napoletano i sistemi dell'Inquisizione spagnola, un compito volto ad impedire o moderare l'attività del Tribunale dell'Inquisizione a Napoli.

L'Inquisizione spagnola era detestatissima da tutti, e la classe aristocratica e i plebei erano pronti a fare insieme la rivoluzione contro l'Inquisizione. A seguito dell'opposizione, Madrid rinunciò al progetto, e anche grazie al suo merito, l'Inquisizione a Napoli non ebbe un seguito devastante come in altre zone. Nel 1564 tornò momentaneamente agli affari di Stato andando a Madrid come ambasciatore presso il re Filippo II. I successi professionali non offuscarono mai il suo spirito teso verso la perfezione e la santità.

La conversione e la vita nei Teatini

La sua scalata ai buoni posti s'interruppe nel gennaio 1557. Si affidò alla guida spirituale del teatino veneziano Giovanni Marinoni, erede e collaboratore di san Gaetano, residente nel convento di San Paolo Maggiore a Napoli. Aveva frequentato il convento napoletano dei Teatini di San Paolo Maggiore. Il venticinque gennaio 1557, all'età di quarantasei anni, a quarantasei anni Scipione Burali abbandonò tutte le cariche, lasciando definitivamente l'attività giudiziaria.

Entrò nell'Ordine dei Chierici Regolari Teatini assumendo il nome di Paolo. L'ordine dei Teatini era stato fondato a Roma nel 1524 da san Gaetano da Thiene. Fu accolto nel convento nell'inverno 1557, vestendo il saio e prendendo il nome di suo padre, Paolo. Aveva chiesto di essere fratello laico ritenendosi degno solo di tale condizione, ma il superiore Marinoni lo indirizzò invece al sacerdozio per volere della Grazia di Dio. Ricevette l'ordinazione sacerdotale il ventisei marzo 1558, e nel marzo 1558 fu ordinato sacerdote.

Due anni dopo fu eletto preposto del convento. Fu preposto al governo della Comunità teatina di San Paolo Maggiore a Napoli, e fu posto alla guida della Comunità teatina di San Silvestro al Quirinale a Roma. Di fronte alle numerose dignità ricevute, si lamentava spesso del fatto che il padre Giovanni Marinoni non avesse voluto accettarlo come fratello laico.

Il ministero episcopale a Piacenza

Nel dicembre 1563 si era concluso dopo diciotto anni il Concilio di Trento, e si presentò il compito di applicare i decreti conciliari incominciando dalla riforma del clero. Molti sacerdoti erano impreparati, ignoranti e poltroni, e facevano resistenza passiva ai mutamenti. Paolo Burali fu uno degli uomini nuovi scelti per il cambiamento. Il ventitré luglio 1568 papa Pio V lo nominò vescovo di Piacenza. Nel 1568 fu nominato vescovo di Piacenza da Pio V.

A Piacenza si distinse come grande organizzatore ecclesiastico e maestro di spiritualità. La sua attività apostolica a Piacenza interessò ogni aspetto della vita religiosa. Visse otto anni senza respiro a Piacenza caratterizzati da creazione del seminario, due visite pastorali, due sinodi, scuola ai preti e predicazione continua. Indisse due Sinodi diocesani, pubblicandone gli atti nel 1570 e nel 1575. Chiamò il teatino sant'Andrea Avellino ad aiutarlo nella guida del seminario, e applicò alla diocesi e al seminario i recenti decreti del Concilio di Trento.

Chiamò a collaborare nella diocesi i teatini, i somaschi e i cappuccini. Nelle sue attività fu aiutato da Teatini, Somaschi e Cappuccini. Si colloca nella pattuglia dei grandi vescovi riformatori insieme a Carlo Borromeo, Gianfrancesco Bonomi, Girolamo Ragazzoni e Gabriele Paleotti. Il ventitré luglio 1568, in pubblico Concistoro, papa Pio V lo nominò cardinale, sebbene Pio V lo nominò cardinale nel 1570 e il re Filippo II tentò invano da Madrid di opporsi alla sua nomina cardinalizia. Rifiutò i vescovadi di Castellammare, di Crotone e di Brindisi. Accettò tutte le nomine per ubbidienza, nonostante i suoi tentativi di resistenza, sebbene il governo della diocesi di Piacenza lo avesse reso logoro nelle forze, ma il suo spirito rimase sempre vivo.

L'arcidiocesi di Napoli e il ritorno

Nel 1576 papa Gregorio XIII, suo antico maestro a Bologna, lo trasferì come arcivescovo alla grande e importante sede di Napoli. Nel 1576 Gregorio XIII lo nominò arcivescovo di Napoli, e ritorna a Napoli sebbene il fisico fosse indebolito. A Napoli si trovò a fronteggiare una realtà più vasta e difficile da riformare, e a Napoli la situazione era peggiore di quelle conosciute in precedenza. Gli abitanti di Napoli che ricordavano la sua amabilità passata scoprirono la sua energia nel ripulire la diocesi.

Trovò il seminario nel disordine e nell'ignoranza e decise di chiuderlo mandando tutti a casa. Chiusse il seminario di Napoli e mandò tutti gli alunni a casa perché studi, disciplina e comportamento non rispondevano alle disposizioni conciliari. Nominò nuovi professori e un nuovo rettore per il seminario napoletano, e chiamò alla direzione del seminario di Napoli il padre teatino Giuseppe Barbuglia, che aveva già collaborato con lui a Piacenza.

Trovò monasteri femminili trasformati in residence con agi per le figlie dell'aristocrazia. Ebbe il coraggio di chiudere i monasteri femminili di Sant'Arcangelo a Baiano e di Santa Maria degli Angeli a Napoli, poiché tali monasteri femminili erano diventati simili ad alberghi per le figlie della nobiltà, privi di clausura e disciplina. Operò chiusure, soppressioni e il ritorno alla severità delle regole negli istituti sopravvissuti, garantendo tuttavia il mantenimento di tutti i privilegi e le comodità alle religiose dei monasteri soppressi.

Abolì la prerogativa del viceré di collocare il proprio baldacchino vicino all'altare mentre il vescovo sedeva più lontano. Pubblicò un Catechismo per i sacerdoti nel 1577, e iniziò ad applicare le direttive del Concilio di Trento.

Il transito e il culto

La sua opera non poté estendersi e non ne poté vedere i frutti a causa di malattie e dell'età avanzata. Il fisico non lo sorreggeva, perciò andò a Torre del Greco per un periodo di riposo. Si era ritirato a Torre del Greco per un breve periodo di riposo, e morì ad appena due anni dalla sua investitura a Napoli. Morì a Torre del Greco alle falde del Vesuvio il diciassette giugno 1578, e a Torre del Greco fu colto dalla morte. Le date di nascita e morte note sono 1511 a Itri, Gaeta, e 17 giugno 1578 a Torre del Greco.

San Filippo Neri deplorò la sua morte considerandola una perdita per tutto il mondo cristiano. Nel 1772 Clemente XIV lo proclamò beato. Il martirologio lo definisce beato Paolo Buralo, dell’Ordine dei Chierici regolari Teatini, vescovo prima di Piacenza e poi di Napoli. Il martirologio attesta che si adoperò nel rinnovamento della disciplina della Chiesa e a fortificare nella fede il gregge affidatogli. L'autore del testo di riferimento è Antonio Borrelli.

Il suo corpo riposa in un'urna nella cripta della Basilica di San Paolo Maggiore a Napoli. Il suo corpo è custodito a Napoli nella chiesa di San Paolo Maggiore. La cripta della Basilica di San Paolo Maggiore è trasformata in chiesa con accesso diretto dalla piazza. Il corpo riposa insieme ai corpi e alle reliquie di san Gaetano, del beato Marinoni e di altri venerabili teatini.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Paolo Burali?

La sua ricorrenza liturgica si celebra il 17 giugno, giorno della sua pia morte avvenuta a Torre del Greco.

A Napoli, beato Paolo Buralo, dell’Ordine dei Chierici regolari Teatini, vescovo prima di Piacenza e poi di Napoli, che si adoperò nel rinnovamento della disciplina della Chiesa e a fortificare nella fede il gregge a lui affidato. — Martirologio Romano