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21 settembre

Beato Rosario Angelo Livatino

Laico, martire

Aggiornato il 15 settembre 2026

L'infanzia e la formazione

Rosario Angelo Livatino nasce a Canicattì il 3 ottobre 1952, figlio unico di Vincenzo, avvocato e a sua volta figlio di avvocati, e di Rosalia. Canicattì è considerata da alcuni equivalente alla fine del mondo italiano o a un luogo geograficamente confuso, ma in questa terra il piccolo Rosario cresce in una famiglia borghese, appartata e schiva, che lo segue con attenzione e tenero affetto in un'infanzia serena vissuta nella semplicità e nel decoro. Il bambino è mite, silenzioso e dolcissimo, con grandi occhi scuri e vellutati, e trova i suoi giochi preferiti nelle macchinine e nei soldatini, coltivando nel contempo una precoce passione per la lettura. Si rivela da subito eccezionale per intelligenza e applicazione negli studi, affrontando il percorso scolastico con grande impegno e frequentando l'Azione Cattolica. Negli anni del liceo classico, dove ha come insegnante di latino e greco Ida Abate, rinuncia spesso alla ricreazione per restare in classe ad aiutare i compagni in difficoltà, dimostrandosi aperto ai bisogni degli altri ma rigorosamente riservato su di sé. Già da liceale, affascinato da Dio e nutrito da una fede profonda, matura la ferma decisione che da grande farà il giudice, avvertendo il problema della giustizia come una vera e propria missione e il dramma del giudicare un altro essere umano con profonda coscienza e senso di carità. A proposito della sua statura morale e della sua giovinezza, una delle sue professoresse parlò di piccolo giudice riferendosi esclusivamente alla sua statura fisica, mentre la statura morale di Rosario Angelo Livatino era considerata fuori discussione dalla sua stessa professoressa.

Gli studi e l'ingresso in magistratura

Il giovane Rosario prosegue con dedizione assoluta il suo cammino di studio, laureandosi con lode in giurisprudenza a neppure ventitré anni e, subito dopo, conseguendo anche la laurea in scienze politiche. Nel 1978, all'età di ventisei anni, corona finalmente il sogno della sua vita entrando in magistratura. Sulla sua agenda annota con penna rossa e in bella evidenza la data del giuramento, aggiungendo a matita una preghiera affinché Dio lo accompagni e lo aiuti a rispettare il giuramento secondo l'educazione cristiana impartita dai genitori. Il 29 settembre 1979 entra alla Procura della Repubblica di Agrigento come Pubblico Ministero, prestando servizio come sostituto Procuratore al tribunale di Agrigento e affrontando, dopo l'iniziale apprendistato, le prime inchieste importanti. Si distingue per abilità, intelligenza e professionalità, diventando un punto di riferimento fondamentale per i colleghi. Ogni mattina parte da Canicattì per raggiungere la sede del Tribunale di Agrigento con la sua utilitaria, e prima di entrare in ufficio visita la chiesa di San Giuseppe vicino al Palazzo di Giustizia per pregare in incognito. Sceglieva una chiesetta fuori mano per poter pregare, e analogamente sceglieva per la messa domenicale una chiesa dove poteva passare inosservato, poiché la sua fede non era mai esibita ma profondamente concreta. Lavora indefessamente al Tribunale fino a sera inoltrata, portando spesso il lavoro a casa per studiare le cause sulla sua scrivania, dove spiccavano immancabilmente un crocifisso e un Vangelo molto consultato con evidenziazioni e annotazioni a margine. Fa inoltre collocare un crocifisso nell'aula delle udienze come richiamo costante di carità e rettitudine, e vive il suo ufficio con un sincero senso del dovere che ne fa un vero e proprio missionario del diritto.

Il servizio e le inchieste antimafia

Nel corso della sua attività giudiziaria, Rosario Livatino si occupa di delicate indagini antimafia e di criminalità comune, mettendo le mani nella tangentopoli siciliana e nella mafia agrigentina. Gli vengono affidate inchieste molto delicate grazie alla sua profonda conoscenza del fenomeno mafioso e alla sua eccezionale capacità investigativa, chiedendo espressamente che gli venga affidata una difficile inchiesta di mafia perché unico tra i sostituti procuratori di Agrigento a non avere famiglia. Successivamente presta servizio presso il Tribunale di Agrigento quale giudice a latere della speciale sezione misure di prevenzione, un incarico che fu molto probabilmente quello che decretò la sua fine. Era un giudice inflessibile, coerente e assolutamente ininfluenzabile, che non aderiva a club od associazioni, non rilasciava dichiarazioni pubbliche e i cui interventi verbali erano rarissimi, rimanendo interamente concentrato sul suo lavoro. Si affida con fiducia totale nelle mani di Dio, annotando la formula Sub Tutela Dei sulla sua agenda, e non si considera mai un eroe, limitandosi a compiere semplicemente il proprio dovere. Nonostante gli inviti bonari a lasciar perdere, sceglie con coraggio di far parte del collegio chiamato a decidere sulla confisca dei beni a quattro presunti mafiosi agrigentini, potenti e intoccabili capifamiglia di Canicattì, firmando sentenze su sentenze ed entrando inevitabilmente nel mirino di Cosa Nostra. La sua giornata era interamente nutrita di Vangelo e intessuta di preghiera, e nei suoi scritti ha lasciato riflessioni altissime, affermando che la giustizia è necessaria ma non sufficiente e deve essere superata dalla legge della carità, e che il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore e viceversa. Sosteneva che il giudice deve offrire l'immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile, capace di condannare ma anche di capire, cercando di dare alla legge un'anima nello sforzo continuo di essere giusto nel condannare senza confondere la persona con il reato. Riflettendo sulla complessità del proprio ministero, scrisse che scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare, e che nel scegliere per decidere e decidere per ordinare il magistrato credente trova un rapporto diretto con Dio, considerando il rendere giustizia come realizzazione di sé, preghiera e dedizione di sé a Dio, oltre ad aver lasciato scritto che al termine della vita non sarà chiesto se si è stati credenti ma se si è stati credibili. La carità e l'amore di Rosario per gli ultimi e per i poveri si sono conosciuti soprattutto dopo la sua morte, come quando il custode dell'obitorio ha ricordato con le lacrime agli occhi di aver visto Rosario pregare accanto a cadaveri di pregiudicati, avendo egli conosciuto quei soggetti svolgendo il suo lavoro e avendo applicato loro la legge considerandoli sempre fratelli in Cristo nella sventura.

Il martirio sulla superstrada

Il 21 settembre 1990, giorno dell'omicidio e memoria liturgica di San Matteo apostolo, era una calda giornata ma non afosa, tipica del mite autunno siciliano. Alle otto del mattino del 21 settembre 1990 il giudice Rosario Livatino stava riordinando alacremente i fascicoli processuali, compiendo gesti preparatori identici ogni mattina, mentre al momento della morte mancano appena due settimane al suo trentottesimo compleanno. Alle 8.30 percorre la statale 640 per recarsi al lavoro presso il Tribunale di Agrigento, muovendosi sulla superstrada che percorreva senza scorta per andare in ufficio. Sullo scorrimento veloce Agrigento-Caltanissetta, precisamente sulla superstrada per Agrigento, viene raggiunto da un commando e barbaramente trucidato in un agguato. Fu rincorso lungo la scarpata in cui tentò la fuga e ucciso con sei colpi mortali e un colpo di lupara finale. Mandanti ed esecutori furono identificati, arrestati e condannati all'ergastolo in pochissimo tempo grazie a una testimonianza oculare. La sua morte fu un omicidio di mafia, logica conseguenza del suo impegno per la legalità, e un'ondata di commozione profonda percorse l'intero Paese nell'apprendere la sua storia dai giornali, facendo scoprire all'Italia nel sacrificio del giudice ragazzino l'eroismo di un giovane servitore dello Stato. Il presidente Cossiga lo definì in un primo momento 'giudice ragazzino' con intento non lusinghiero, dovendo poi smentire di averlo detto riferendosi a lui, mentre monsignor Carmelo Ferraro lo definì nell'omelia delle esequie come un uomo impegnato nell'Azione Cattolica, assiduo all'eucaristia e discepolo del crocifisso. A dieci anni dalla morte, la lezione morale di Rosario è quella di un testimone radicale della giustizia creduta come progetto di fede ed esercizio di carità.

Il culto e la causa di beatificazione

Il sacrificio del giudice Rosario Livatino ha aperto la strada a una profonda riflessione spirituale e civile nella Chiesa e nella società. Il 9 maggio 1993, durante la sua visita pastorale in Sicilia, papa Giovanni Paolo II definì lui e gli altri uccisi dalla mafia martiri della giustizia e indirettamente della fede, traendo inoltre ispirazione dall'incontro con i suoi genitori per pronunciare la sua condanna biblica della mafia nella Valle dei Templi di Agrigento. La professoressa Ida Abate, insegnante di latino e greco di Rosario al liceo classico, ha girato l'Italia in lungo e in largo recandosi nelle scuole e in televisione per parlare del giudice Rosario Livatino, fornendo notizie, ricordi e documenti per ricostruire la sua vita e scrivendo molte lettere e testimonianze sull'allievo scomparso. Il vescovo di Agrigento monsignor Carmelo Ferraro incaricò proprio Ida Abate di raccogliere le voci e i racconti di quanti conobbero Rosario in vita, e questa raccolta di testimonianze è servita per dare inizio all'iter canonico. La Chiesa ha indagato sulla sua credibilità di magistrato e cristiano tramite la diocesi di Agrigento, la quale ha seguito la prima fase della causa di beatificazione e canonizzazione sul presunto martirio in odio alla fede dal 21 settembre 2011 al 27 luglio 2017. La Santa Sede ha concesso il nulla osta l'11 maggio 2011 per dare inizio alla causa, e il processo diocesano è stato aperto a Canicattì il 21 settembre 2011 per poi concludersi ad Agrigento il 3 ottobre 2018. Infine, il 21 dicembre 2020 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosceva il martirio di Rosario Livatino, ricevendo in udienza il cardinale Marcello Semeraro e confermando la santità di una vita spesa interamente sotto la tutela di Dio.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Rosario Angelo Livatino?

La memoria liturgica del Beato Rosario Angelo Livatino si celebra il 21 settembre, giorno del suo martirio.