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20 ottobre

Beato Stefano Kurti

Sacerdote e martire

Aggiornato il 15 settembre 2026

La giovinezza e la formazione

Shtjefën Kurti nacque a Uroševac in Serbia, odierna Ferizaj in Kosovo, il 24 dicembre 1898. Venne alla luce come sesto figlio di Jak e Katrine, appartenenti a una famiglia di nazionalità albanese. Trascorsero gli anni dell'infanzia nel paese natio, dove frequentò la scuola elementare. Sentendo la chiamata al sacerdozio, varcò i confini della propria terra per entrare nel Pontificio Seminario di Scutari. Il cammino di preparazione proseguì oltre le montagne, al Canisianum, un collegio situato a Innsbruck in Austria e gestito con dedizione dai padri Gesuiti. Il percorso di studi subì un ulteriore sviluppo quando, il 10 gennaio 1919, il giovane seminarista si trasferì al Collegio di Propaganda Fide a Roma. Nella Città Eterna, circondato dalla tomba degli apostoli e dal cuore della cristianità, ricevette l'ordinazione sacerdotale il 13 maggio 1921, suggellando così la totale dedizione della sua esistenza al servizio di Dio e della Chiesa.

Il ministero tra i Balcani e l'Albania

Una volta rientrato in patria dopo l'ordinazione, il neo sacerdote fu inviato a svolgere il proprio ministero come parroco a Uroševac, a Novoselle e Eperme, all'interno della diocesi di Skopje. Animato da un profondo zelo apostolico e dal desiderio di servire le comunità cattoliche nei luoghi più bisognosi della regione, nel 1929 chiese e ottenne il trasferimento in Albania, iniziando a operare generosamente nella diocesi di Durazzo. In quegli anni di intenso lavoro pastorale, don Shtjefën si fece prossimo ai fedeli, condividendone le fatiche quotidiane e le speranze, inserendosi profondamente nella vita ecclesiale locale e tessendo rapporti ministeriali con persone di diverse nazionalità, legami che in seguito il regime avrebbe strumentalizzato per colpirlo.

La lettera di denuncia a papa Pio XII

Il 16 settembre 1946, poche settimane prima di subire la prima cattura, il sacerdote scrisse una coraggiosa e dettagliata lettera a papa Pio XII per denunciare la violenta persecuzione religiosa scatenata in Albania. In quel testo drammatico descrisse il clero secolare e regolare immerso in un'epoca di inaudita oppressione, segnalando che ogni attività della Chiesa era stata soppressa, distrutta o sottoposta a una minuziosa sorveglianza da parte dello Stato. Denunciò la chiusura dei seminari, attuata sia al Pontificio Seminario di Scutari sia in quelli dei Francescani e dei Gesuiti, per precise istruzioni dei russi bolscevichi e per il radicato odio dei governanti locali. Affermò che le file dei martiri si moltiplicavano e che venivano applicate torture terribili all'interno delle carceri del regime. Segnalò che migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini venivano deportati in campi di concentramento e luoghi malsani, spogliati di ogni bene e costretti a duri lavori per un solo pezzo di pane. Denunciò un provvedimento spietato che vietava alle famiglie di portare viveri ai detenuti, allo scopo di indebolirne la costituzione fisica e farli morire lentamente di esaurimento e tubercolosi. Riportò con dolore la morte violenta, preceduta da atroci sofferenze, di ben nove sacerdoti. Segnalò che altri diciannoove sacerdoti soffrivano nelle dure prigioni e che gli arresti si susseguivano quotidianamente. Riferì l'arresto recente di altri tre sacerdoti e di un gran numero di cattolici e musulmani, precisando che uno di quei sacerdoti aveva celebrato la sua Prima Messa appena l'otto del mese. Affermò con amarezza che il clero e il popolo cattolico erano privati dei diritti civili unicamente perché riconosciuti come dipendenti dal Vaticano. Denunciò che chiunque osasse difendere i cattolici veniva rapidamente imprigionato e considerato nemico del governo comunista e reazionario. Segnalò che la religione, la liturgia, il Vaticano e la persona stessa del Papa venivano dileggiati continuamente tramite settimanali, discorsi pubblici, riviste umoristiche e trasmissioni radiofoniche. Affermò l'assenza totale di libertà di parola, pensiero e stampa, monopolizzate da un governo ateo che impediva categoricamente la confutazione dei propri errori. Denunciò che chi osava contraddire il regime spariva misteriosamente senza lasciare tracce. Espresse infine nella lettera la profonda paura di essere scoperto mentre scriveva, a causa della grande fretta e del pericolo incombente. Il mittente si rivolse al Papa chiedendo la Benedizione Apostolica per sé, per il Clero di Tirana, dell'Archidiocesi, per il popolo e per la fedeltà alla fede e alla persona del Pontefice.

Il primo arresto e la lunga prigionia

La reazione del regime non si fece attendere e il sacerdote fu arrestato per la prima volta a Tirana il 28 ottobre 1946. Fu accusato pretestuosamente di essere una spia del Vaticano, collaborazionista di fascisti e nazisti, e agente dei servizi segreti angloamericani, un'accusa grottesca montata a causa dei suoi contatti ministeriali avuti in precedenza con italiani, tedeschi e inglesi. Fu inoltre accusato di presunto traffico di valuta e di percepire una paga da spia pari a quella dei ministri del governo comunista. Al termine di un processo iniquo, fu condannato a vent'anni di reclusione nel famigerato carcere di Burrel, dove ne scontò diciassette tra privazioni e sofferenze indicibili. Per anni non si ebbero notizie del sacerdote in patria, finché una sorella rimasta nel Kosovo seppe che era ancora in vita tramite un vescovo che lo aveva letto su un giornale. La donna ricevette infine una lettera da don Shtjefën imbucata proprio a Burrel, nella quale il religioso chiedeva l'invio di vitamine e medicine per resistere alle dure condizioni della detenzione. Il sacerdote fu infine rilasciato nel 1963, due anni prima della scadenza naturale della pena. Dopo la liberazione trascorse un periodo di convalescenza a Gurëz in casa di un altro fratello, per poi riprendere il proprio ministero a Durazzo e successivamente a Tirana, sebbene la polizia di regime continuasse a tenerlo sotto uno stretto e costante controllo.

La seconda condanna e il martirio a Gurëz

Nel 1967, a causa della cosiddetta rivoluzione culturale albanese, le chiese furono chiuse al culto e sconsacrate. Don Shtjefën dovette trovare un impiego come operaio nella cooperativa di Gurëz per sopravvivere. Nonostante la sorveglianza e il lavoro faticoso, nei giorni di vacanza e nel tempo libero viaggiava clandestinamente per amministrare i sacramenti e confortare il popolo ormai disorientato. Mentre si trovava a Lezhë per visitare dei fedeli, si trovò di fronte a militanti comunisti pronti a saccheggiare una chiesa del luogo. Con coraggio apostolico ordinò loro di fermarsi ma fu immediatamente arrestato dalle autorità. Fu accusato di attività spionistiche, sovversive, sabotaggio della produzione e incitamento al furto. Ricevette una nuova condanna a sedici anni nel campo di lavoro di Lushnjë, situato nell'Albania centrale. Anche all'interno del campo di lavoro continuò la sua preziosa assistenza religiosa ai compagni di sventura. Una donna gli chiese di battezzare il suo bambino. Don Shtjefën acconsentì senza esitare e le diede appuntamento nella cantina del campo, dove amministrì con commozione il sacramento. Venne tuttavia denunciato, messo sotto strettissima sorveglianza e condotto nel dicembre del 1971 a Gurot per affrontare un nuovo processo. Il procedimento giudiziario si svolse beffardamente nella chiesa del luogo, che era stata precedentemente riconvertita in tribunale. Al processo era presente tra gli altri il fratello Mehill. Al sacerdote fu ordinato di mettersi nel punto esatto in cui si trovava l'altare, come per celebrare la Messa. Il sacerdote rifiutò fermamente di prendere parte a quella parodia sacrilega e rimase in silenzio. Alla precisa domanda del giudice se avesse battezzato il bambino, rispose con fierezza di essere prete e che il suo dovere fondamentale è celebrare i sacramenti per chiunque li domandi. A seguito di tali parole di fede incrollabile, fu condannato definitivamente a morte. Venne fucilato a Gurëz il 20 ottobre 1971. La sua memoria fu infangata dalla stampa di regime, e persino nel 1981, a dieci anni dalla morte, fu ancora falsamente accusato di furto nella cooperativa dove aveva lavorato. Egli fu probabilmente l'unico sacerdote albanese la cui vicenda e il cui martirio rimasero noti per lungo tempo oltre i confini del silenzio imposto dal regime. È compreso nell'elenco dei trentotto martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, e don Shtjefën Kurti è stato solennemente beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Shtjefën Kurti?

La sua memoria liturgica si celebra il 20 ottobre, giorno del suo martirio.