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19 maggio

San Crispino (Pietro Fioretti) da Viterbo

Religioso Cappuccino

Aggiornato il 15 settembre 2026

Le origini e la giovinezza a Viterbo

Crispino nacque a Viterbo, nella contrada detta del Bottarone, il 13 novembre 1668. Fu battezzato il 15 novembre 1668 nella chiesa di San Giovanni Battista con il nome di Pietro. Il padre Ubaldo Fioretti era un artigiano e aveva sposato Marzia, madre di Pietro, la quale era già vedova e aveva una figlia. Pietro rimase orfano di padre in tenera età. La madre, vedova per la seconda volta, si sposò con il fratello di Ubaldo, Francesco. Francesco era un calzolaio molto affezionato al nipotino. Francesco fece frequentare al nipotino le scuole dei gesuiti. Pietro fu accolto come apprendista nella bottega di calzolaio dello zio Francesco.

La vocazione e i primi anni nell'Ordine

Pietro indossò l'abito cappuccino nel convento della Palanzana di Viterbo il 22 luglio 1693, giorno della festa di Santa Maria Maddalena. Assunse il nome di Crispino da Viterbo. Dopo l'anno di noviziato, il 22 luglio 1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase tre anni. Rimase per qualche mese a Roma. Fino al 1703 dimorò ad Albano. Da Albano fu trasferito a Monterotondo, dove rimase per oltre sei anni, fino al 1709.

Il lungo soggiorno a Orvieto

Dal 1709 e per quaranta anni rimase ad Orvieto. Ad Orvieto fu ortolano fino al gennaio del 1710. Dopo il gennaio del 1710 fu questuante ad Orvieto. Viaggiava tra i villaggi montani per mendicare l'elemosina. Durante i suoi viaggi insegnava ai contadini i rudimenti della fede. Il peregrinare di fra Crispino per le campagne orvietane durò quasi quarant'anni. Il suo pellegrinaggio ebbe due brevi interruzioni che lo portarono per alcuni mesi a Bassano e per altri a Roma.

Il carattere, lo spirito e le profezie

Fra Crispino era esigente con i religiosi. Non era pessimista nei confronti dell'Ordine Cappuccino. Reputava una grande grazia poter servire Dio nell'Ordine Cappuccino. Incontrando un fanciullo orvietano di nome Girolamo, figlio di Maddalena Rosati, gli predisse che sarebbe diventato cappuccino. Cantarellava al fanciullo Girolamo la frase: Senza pane e senza vino, fraticello di fra Crispino. Il ragazzo Girolamo si fece frate con il nome di Giacinto da Orvieto. Giacinto da Orvieto morì ancor chierico a Palestrina, appena ventunenne, nel 1749. Fra Crispino utilizzava aforismi adatti alla sua indole per scherzare su fatti e situazioni spesso penosi con senso d'humour.

Gli incontri e gli insegnamenti attraverso l'umorismo

Il droghiere orvietano Francesco Barbareschi era tormentato dalla podagra. Fra Crispino invitava lepidamente il droghiere Barbareschi a prendere l'asta d'Achille, identificata con la vanga. Invitava Barbareschi a faticare nella villa Crispigniana, nome dato al suo orticello. Nell'orticello Crispino seminava l'insalata e piantava gli erbaggi per i benefattori. Fra Crispino diede una risposta bruciante a un altro malato di podagra che gli chiedeva di essere guarito. Motivò il rifiuto dicendo che il male era più di chiragra che di podagra perché non pagava gli operai e i servitori che piangevano. La principessa Barberini voleva vedere guarito subito il figlio Carlo. Fra Crispino rispose alla principessa Barberini chiedendole se non le bastasse che guarisse nell'Anno Santo o se volesse pigliare il Signore per la barba. Affermava che bisogna ricevere da Dio le grazie quando Lui le vuole fare. A Cosimo Puerini, dispiaciuto di dare in elemosina una fiasca di vino buono, Crispino chiese se volesse fare il sacrificio di Caino. Dopo che un cappuccino era scampato miracolosamente alla morte attraversando un fiume in piena, fra Crispino cantarellò una rima sulla torbidità dell'acqua e la pazzia di attraversarla.

L'umiltà e il rifiuto degli onori

Fra Crispino parlava spesso di sé agli altri per aiutarli a farsi un'idea reale di lui. Diceva spesso di essere peggiore dei melangoli, da cui si ricava un poco di sugo, domandandosi cosa volessero ricavare da lui. Per sottrarsi a lodi e ammirazione, ricorreva spesso ad immagini e similitudini. A chi gli diceva di non rovinare la minestra con l'assenzio, rispondeva di tenere caro ogni amaro. Sosteneva che quell'assenzio fosse secondo lo spirito se non secondo il gusto. A chi lo commiserava vedendolo camminare sotto la pioggia, diceva di camminare tra una goccia e l'altra. Citava la sua sibilla che gli teneva l'ombrello sopra il capo o gli portava le pesanti bisacce. Andò a visitare il cardinale Filippo Antonio Gualtieri. Il cardinale gli chiese perché non avesse indossato un abito e un mantello migliori per l'occasione. Crispino rispose allargando il mantello e mostrando che riluceva da tutte le parti, intendendo che era logoro e bucato. A chi si esaltava per i suoi miracoli, rispondeva che non era una novità che Dio facesse miracoli. Ricordava che anche san Francesco sapeva fare i miracoli. A Montefiascone, alla folla che gli tagliuzzava il mantello per farne reliquie, gridava di smetterla. Diceva che sarebbe stato meglio tagliare la coda a un cane e che facevano tanto fracasso per un asino che passa. Esortava la gente ad andare in chiesa a pregare Iddio invece di comportarsi così.

L'allegoria dell'asino e la conclusione terrena

L'umile bestia da soma tornava spesso nei discorsi di fra Crispino. Disse un giorno al padre guardiano Giovanni Antonio che fra Crispino era un asino, ma che la capezza stava nelle mani del guardiano. Invitava il guardiano a tirare o allentare la capezza quando voleva che lui andasse o si fermasse. Fra Crispino si faceva aiutare a porsi sulle spalle le bisacce con allegria e giovialità. Quando caricava le bisacce, diceva Carica l'asino e va alla fiera. A chi gli chiedeva perché non si coprisse il capo contro la pioggia o il sole, rispondeva Non sai che l'asino non porta il cappello? E che io sono l'asino dei cappuccini?. Talvolta rispondeva con serietà che non portava la testa coperta perché rifletteva di trovarsi sempre alla presenza di Dio. Lasciò definitivamente Orvieto il 13 maggio 1750. Si diresse verso l'infermeria di Roma, dove morì il 19 maggio 1750. Nacque a Viterbo il 13 novembre 1668. Morì a Roma il 19 maggio 1750.

Il culto, la beatificazione e la canonizzazione

Il Martirologio lo ricorda a Roma come san Crispino da Viterbo. Era religioso dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Fra Crispino fu beatificato il 7 settembre 1806 da papa Pio VII. Fu canonizzato il 20 giugno 1982 da papa Giovanni Paolo II. È stato il primo santo canonizzato da papa Giovanni Paolo II.

Domande frequenti

Quando si festeggia San Crispino da Viterbo?

La memoria liturgica di San Crispino da Viterbo si celebra il 19 maggio, giorno della sua nascita al cielo avvenuta a Roma.

Quali furono le tappe principali della vita religiosa di San Crispino?

Dopo la giovinezza a Viterbo e l'ingresso tra i cappuccini, visse a Tolfa, Albano e Monterotondo, trascorrendo poi quaranta anni di intensa attività come ortolano e questuante a Orvieto, prima di trasferirsi a Roma dove concluse la sua vita terrena.

A Roma, san Crispino da Viterbo, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che, mentre viaggiava tra i villaggi montani per mendicare l’elemosina, insegnava ai contadini i rudimenti della fede. — Martirologio Romano