31 maggio
San Felice da Nicosia
Religioso Cappuccino
Aggiornato il 15 settembre 2026
La giovinezza e la vocazione
Giacomo Amoroso nacque a Nicosia nel 1715, con la sua nascita indicata anche alla specifica data del cinque novembre dello stesso anno. Il padre di Giacomo si chiamava Filippo ed era calzolaio, mentre la madre si chiamava Carmela Pirro e badava alla numerosa famiglia. Il padre decise di far lavorare il figlio nella calzoleria più importante del paese per farlo specializzare nel mestiere, e Giacomo imparò presto il mestiere. Nello stesso periodo Giacomo si era avvicinato alla congregazione dei Cappuccinelli presso il convento di Nicosia, ed era di esempio per tutti in quanto testimoniava la sua spiritualità nelle cose di ogni giorno. Nel 1733 decise di chiedere di entrare come fratello laico nell'ordine dei Cappuccini, ma non fu accolto nell'ordine anche a causa delle condizioni economiche precarie della sua famiglia per la quale il suo apporto era fondamentale. I genitori morirono nel 1743, e dopo la morte dei genitori riprovò a chiedere di essere ammesso tra i Cappuccini direttamente al provinciale in visita a Nicosia. Dieci anni dopo la prima richiesta venne ammesso al noviziato nel convento di Ristretta con il nome di fra Felice, e l'anno seguente fece la professione religiosa.
Il servizio e la questua
Fu inviato nel suo paese di origine dove per quarantatré anni esercitò il compito di questuante, muovendosi instancabilmente non solo a Nicosia ma anche nei paesi vicini di Capizzi, Cerami, Mistretta e Gagliano. Nel convento esercitò vari lavori tra cui portinaio, ortolano, calzolaio e infermiere, offrendo sempre un servizio operoso e silenzioso. Si definiva u sciccareddu, l'asinello che portava carico quanto raccolto al convento, accettando la fatica con animo lieto e riconoscente. Aveva una particolare predilezione per i bambini, e tirava fuori dalle tasche noci, nocciole o fave e le regalava ai fanciulli. Utilizzava i piccoli regali per fare una breve e semplice lezione di catechismo ricordando le piaghe di Gesù, la santissima Trinità e i dieci comandamenti in base al numero degli oggetti. Aiutava i poveri incontrati per strada che avevano carichi particolarmente pesanti, soccorreva gli ammalati e cercava di fare qualcosa per i più bisognosi, oltre ad essere solito andare a trovare i carcerati tutte le domeniche.
Le prove e i prodigi
Il superiore e padre spirituale spesso lo trattava duramente e lo umiliava, affibbiandogli nomignoli come poltrone, ipocrita, gabbatore della gente e santo della Mecca. Fra Felice rispondeva alle umiliazioni dicendo sia per l'amor di Dio, accettando ogni rimprovero con profonda mansuetudine. Il superiore lo obbligò spesso ad esibirsi nel refettorio del convento con abiti carnevaleschi, e in tali occasioni distribuiva una massa di cenere impastata come fosse ricotta fresca, che miracolosamente diventava veramente ricotta. Fra Felice distribuiva striscioline di carta con invocazioni alla Beata Vergine, le quali erano utilizzate come rimedio infallibile per tutti i mali appendendole alle porte delle abitazioni con sofferenti, ammalati o poveri. Utilizzava le striscioline di carta per contrastare il fuoco che aveva attaccato i covoni da trebbiare, e le appendeva anche nelle cisterne prive di acqua, mentre spesso avvenivano grazie ed eventi miracolosi che accrescevano la sua fama tra la popolazione devota.
Il transito e la gloria degli altari
Una volta alleggerito da tutti i servizi per l'avanzata età e la malferma salute, si dedicò interamente alla preghiera. Verso la fine del mese di maggio 1787, mentre era nel suo orto, si accasciò senza più forze, avvertendo il cedimento definitivo del proprio fisico provato dagli anni e dalle fatiche. Chiese al superiore l'obbedienza di morire, esprimendo il desiderio di concludere il suo pellegrinaggio terreno. Morì dopo alcuni giorni nel suo letto raccomandandosi a san Francesco e alla Madonna, spegnendosi serenamente il trenta-uno maggio del mille settecento ottantasette. Nel martirologio è ricordato come beato Felice, al secolo Giacomo Amoroso, religioso. Fu dichiarato Beato da papa Leone XIII il dodici febbraio del mille ottocento ottantotto, ricevendo il primo riconoscimento ufficiale della sua santità. Papa Benedetto XVI lo proclamò santo il ventitré ottobre del duemilacinque in piazza San Pietro durante la sua prima cerimonia di canonizzazione, confermando l'importanza spirituale della sua figura per la Chiesa universale, che ne fissa la data di culto il trenta-uno maggio, mentre i Frati Cappuccini lo ricordano il due giugno.
Il cammino di umiltà
Il percorso terreno di San Felice da Nicosia è segnato da una paziente attesa e da una dedizione che ha attraversato i decenni con rara coerenza. Dopo aver atteso per un intero decennio di essere accolto tra i Cappuccini, egli ha finalmente abbracciato la vita religiosa nel 1743, trovando nella regola di San Francesco il terreno ideale per la sua vocazione. Per ben quarantatré anni, il suo apostolato si è svolto lungo le strade e nei centri abitati di Nicosia, Ristretta, Capizzi, Cerami, Mistretta e Gagliano. In queste terre, egli ha esercitato l'ufficio di questuante, un ruolo che richiede spirito di sacrificio e capacità di relazionarsi con ogni condizione umana, portando ovunque la testimonianza di una fede semplice ma radicata.
La grandezza di San Felice si è manifestata in modo particolare nel suo rapporto con i superiori. Non sono mancate, nel corso del tempo, occasioni di incomprensione e vere e proprie umiliazioni che egli ha accolto senza mai ribellarsi o cercare giustificazioni personali. Rispondendo sempre con profonda mitezza, il santo ha dimostrato che la vera grandezza d'animo si misura nella capacità di sottomettere il proprio io a quello degli altri, seguendo l'esempio di Cristo umiliato. Questa disposizione interiore lo ha accompagnato fino al momento estremo della sua esistenza. Il 31 maggio 1787, ormai giunto al termine della sua prova terrena, San Felice ha espresso il suo ultimo atto di devozione chiedendo ai confratelli l'obbedienza necessaria per poter morire. In questo gesto, che chiude la sua biografia terrena, risplende la coerenza di un uomo che ha saputo fare della propria vita un'offerta continua, obbediente fino al respiro finale.
Il culto e la memoria
Il ricordo di San Felice da Nicosia è oggi celebrato dalla Chiesa universale il 31 maggio, giorno in cui la sua anima ha lasciato questa terra per fare ritorno al Padre. La sua figura, che ha attraversato il diciottesimo secolo con la forza silenziosa della preghiera e del lavoro, è stata solennemente riconosciuta nel nostro tempo da Papa Benedetto XVI, che lo ha iscritto nell'albo dei santi il 23 ottobre 2005. Questo riconoscimento ufficiale ha confermato ciò che il popolo aveva già intuito attraverso la devozione spontanea nata attorno alla sua tomba.
Per i Frati Cappuccini, la memoria del confratello è particolarmente sentita e viene celebrata il 2 giugno, permettendo alla famiglia religiosa di riflettere ancora una volta sulla ricchezza di un uomo che ha saputo vivere la povertà francescana con tale autenticità. La testimonianza di San Felice rimane un faro per chiunque cerchi nella quotidianità, anche la più faticosa e umile, una via per raggiungere la santità. La sua vita ci ricorda che non servono gesti clamorosi per testimoniare l'amore di Dio, ma basta la fedeltà perseverante al proprio compito e la capacità di accettare le prove con serenità, trasformando ogni difficoltà in un atto di amore obbediente verso il Creatore.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Felice da Nicosia?
La Chiesa universale celebra la sua memoria liturgica il trenta-uno maggio, mentre i Frati Cappuccini lo ricordano il due giugno.
A Nicosia in Sicilia, beato Felice (Giacomo) Amoroso, religioso, che, dopo essere stato rifiutato per dieci anni, entrò infine nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, dove svolse i più umili servizi in semplicità e purezza di cuore. — Martirologio Romano