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10 maggio

San Giobbe

Aggiornato il 15 settembre 2026

La vita e le ricchezze nella terra di Hus

San Giobbe visse nel paese di Hus, una regione che moltissimi autori identificano con il territorio posto tra l'Idumea e l'Arabia settentrionale. All'inizio della sua parabola terrena, egli era l'uomo più facoltoso di tutti gli Orientali. Possedeva cammelli, buoi, asini e schiavi in grandissima quantità, beni che testimoniavano una prosperità materiale senza pari nella sua terra. Tutto fa credere che non fosse ebreo, ma la sua condotta morale splendeva di luce propria. Era infatti un uomo intemerato nei costumi, retto, timorato di Dio e alieno dal male, che cercava in ogni azione di compiacere il Signore. Dalla sua unione ebbe sette figli e tre figlie, formando una famiglia numerosa e benedetta. Nella sua funzione patriarcale, egli esercitò funzioni sacerdotali all'interno della sua casa, offrendo ogni sette giorni sacrifici per ciascuno dei suoi figli, affinché fossero purificati davanti all'Altissimo.

La prova del dolore e la pazienza sul letamaio

La vita di San Giobbe fu improvvisamente interrotta da una lunga serie di disgrazie che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e dei figli. Davanti alla perdita delle cose e delle persone più care, egli pronunciò parole di rassegnazione, dicendo che Iahweh ha dato e Iahweh ha tolto e benedicendo il suo nome. Subito dopo fu colpito da una ributtante malattia che lo ridusse tutto una piaga, trasformando il suo corpo in un ricettacolo di sofferenza. Non perse la sua calma neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie, che non riuscì a scalfire la sua tempra spirituale. Cacciato infine dalla sua abitazione, era costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio, abbandonato dalla comunità ma saldo nella sua devozione. Tre amici, di nome Eliphaz il Themanita, Baldad il Suhita e Saphar il Naamatita, accorsero a confortarlo dopo essere stati informati della sua disgrazia, dando inizio a un confronto memorabile che avrebbe segnato la storia della riflessione religiosa sul dolore.

Il dialogo biblico sul senso della sventura

Il libro biblico introduce un lunghissimo dialogo che discute l'origine del dolore nel mondo partendo dal caso concreto del protagonista. Gli interlocutori del confronto sono Giobbe e i suoi tre amici, ai quali si unisce nella seconda parte un certo Eliu, prima dell'intervento definitivo di Dio medesimo che si rivela in una mirabile teofania. La trattazione include oggetti nobili della conoscenza e coscienza umana come Dio, l'uomo, la giustizia, l'ingiustizia, la felicità, la sventura, il destino e il senso della vita. Giobbe prende per primo la parola in un monologo drammatico in cui sfoga il suo dolore maledicendo il giorno della sua nascita. Egli si chiede perché mai all'uomo viene data la vita quando poi è condannato ad essere infelice, ignorando che la sua è una prova voluta da Satana e permessa da Dio. Egli sente il problema del dolore con angoscia pur avendo piena fiducia in Dio. La discussione risente della simmetria voluta dall'autore con otto interventi dei tre interlocutori a cui corrispondono otto interventi del protagonista, un procedimento che permette di far risaltare l'innocenza di Giobbe e la sua santità. Il principio della teologia tradizionale dell'antico Israele su cui si basano i tre amici è che Dio premia i buoni e punisce i cattivi con il dolore e le calamità. I tre amici fanno intendere a Giobbe che alla radice delle sue disgrazie vi sia qualche grave peccato o delitto occulto. Giobbe dimostra con l'esperienza dei fatti che spesso l'empio è felice mentre il pio è sventurato. Di fronte all'inutilità delle sue argomentazioni, Giobbe protesta la sua innocenza, implora la pietà degli amici e si appella al giusto giudizio di Dio. Il quarto interlocutore Eliu prospetta una nuova soluzione facendo vedere che il dolore serve anche a prevenire il peccato o a purificare l'uomo. Dio fa sentire la sua parola ammonitrice dall'alto di una nube, e a Giobbe non resta che umiliarsi davanti all'infruttabile sapienza di Dio gettandosi sulla polvere e sulla cenere. I tre amici sono conseguentemente condannati ad offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento, mentre Giobbe viene proclamato innocente.

La restaurazione dei beni e gli anni della vecchiaia

Dopo la grande prova, San Giobbe viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli precedenti. La vita di Giobbe successiva alla prova è sintetizzata nel libro sacro in pochi versetti che ne attestano la piena benedizione divina. San Giobbe riebbe i suoi armenti dopo la prova e generò di nuovo sette figli e tre figlie, rimpiazzando la prole perduta. La sua esistenza terrena si prolungò notevolmente, poiché Giobbe visse ancora per altri centoquarant'anni. In questo tempo di grazia, Giobbe vide i suoi figli e i discendenti fino alla quarta generazione, godendo dell'affetto della sua numerosa discendenza. Infine Giobbe morì vecchio e pieno di giorni, concludendo una parabola umana che rimane pietra miliare della fede.

Gli scritti apocrifi e la ricezione nella Chiesa antica

La laconicità del testo biblico fu presto integrata con amplificazioni e aggiunte da parte della letteratura antica. La versione greca dei Settanta e il Testamento di Giobbe contengono aggiunte sulla vita di Giobbe che arricchiscono il racconto tradizionale. In particolare, il Testamento di Giobbe è un apocrifo giudeo risalente probabilmente al secondo secolo dopo Cristo, il quale riporta i nomi dei figli di Giobbe, riferisce i suoi discorsi e ne descrive poeticamente la morte. Tuttavia, la tradizione cristiana preferì attenersi rigorosamente alla figura biblica originaria di Giobbe. La Chiesa lo ha sempre considerato modello di santità e tipo del Cristo sofferente, mentre i Padri antichi lo chiamano generalmente con l'appellativo di profeta. Alcuni Padri antichi definiscono Giobbe persino martire a causa delle sue numerose sofferenze patite. San Clemente Romano, san Cipriano e Tertulliano proposero l'esempio della straordinaria pazienza di Giobbe all'imitazione dei fedeli, un insegnamento ripreso da molti autori sia in Oriente che in Occidente.

Il culto, le chiese e le testimonianze archeologiche

Il nome di Giobbe è presente nel Martirologio Geronimiano e compare successivamente in tutti gli altri martirologi della tradizione cristiana. La sua immagine è frequentemente raffigurata negli affreschi degli antichi cimiteri cristiani e ricorre in numerosissimi sarcofagi presenti in Italia e in Gallia. La pellegrina Eteria menziona una chiesa edificata in onore di Giobbe nella città di Carneas, situata ai confini tra l'Arabia e l'Idumea e considerata la terra natale del santo. La stessa pellegrina narra l'episodio relativo all'origine di questo edificio sacro, sorto quando un monaco si presentò al vescovo di Carneas raccontando di aver ricevuto in visione l'ordine di scavare in un determinato luogo. Il vescovo assecondò il desiderio del monaco e diede inizio ai lavori di scavo, durante i quali fu scoperta quasi subito una grande caverna lunga cento metri. Alla fine della caverna fu rinvenuta una lapide recante il nome di Giobbe e indicante il suo sepolcro, circostanza che portò all'inizio della costruzione di una chiesa sul luogo del ritrovamento, sebbene l'opera non fu mai completata del tutto. San Giobbe ricevette venerazione anche in Occidente, dove a lui furono dedicate chiese a Venezia, a Bologna e in Belgio, oltre a numerosi ospedali e lebbrosari che accoglievano i sofferenti nel suo nome.

Domande frequenti

Quando si festeggia San Giobbe?

San Giobbe è ricordato il dieci maggio nel Martirologio Romano. Le liturgie orientali celebrano la sua memoria in date differenti, tra cui il ventisette aprile in Abissinia, il sei maggio nelle Chiese greca e melchita, il ventidue maggio a Gerusalemme e il ventinove agosto nella Chiesa copta.

Commemorazione di san Giobbe, uomo di mirabile pazienza in terra di Hus. — Martirologio Romano