11 giugno
San Massimo di Napoli
Vescovo e martire
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il ministero episcopale e la difesa di Nicea
San Massimo occupa il decimo posto nella venerabile lista episcopale di Napoli tramandata da Giovanni il Diacono. Egli raccolse l'eredità pastorale succedendo a San Fortunato e assumendo la guida della diocesi napoletana nel quarto secolo. Il suo episcopato si svolse sotto il regno dell'imperatore Costanzo, in un arco temporale collocato tra il 337 e il 361, mentre l'esercizio effettivo del suo ministero diocesano ebbe inizio intorno al 350 per terminare nel 357. In quegli anni la Chiesa universale era profondamente scossa dall'eresia ariana, scaturita dagli insegnamenti di Ario di Alessandria, il quale negava la consustanzialità del Verbo incarnato con il Padre, definendo Gesù semplicemente come la prima delle creature divine. Tale dottrina generò un conflitto aspro e talvolta violento all'interno della comunità cristiana, con pesanti ingerenze da parte del potere politico. In questo contesto di grave turbolenza, il vescovo Massimo scelse la via della verità, difendendo con fermezza e senza compromessi i decreti promulgati dal Concilio di Nicea nel 325. La sua intrepida difesa dell'ortodossia nicena indusse le autorità a colpirlo con la misura severa dell'esilio, che egli scontò tra il 355 e il 356, allontanandosi dalla sua terra d'origine per trovare probabile dimora in Oriente, destino condiviso da molti altri vescovi dell'Occidente cristiano.
L'esilio, il martirio e il ritorno delle spoglie
Durante il periodo trascorso lontano dalla sua sede, il vescovo Massimo apprese che la cattedra di Napoli era stata occupata dall'ariano Zosimo. Di fronte a tale usurpazione, Massimo lanciò un anatema contro Zosimo per ribadire la legittimità del proprio mandato pastorale. Dal canto suo, Zosimo governò la diocesi per più di sei anni e fu successivamente riconosciuto come l'undicesimo vescovo legittimo, verosimilmente dopo aver ripudiato le posizioni ariane. Alcuni antichi testi latini tramandano che verso il 363 lo stesso Zosimo fu costretto a lasciare il seggio episcopale, colpito da un castigo divino poiché aveva perso la capacità di parlare durante le assemblee dei fedeli. Nel frattempo, logorato dalle sofferenze patite e dalle difficili condizioni di salute nel corso dell'allontanamento forzato, il vescovo Massimo concluse la sua vita terrena morendo in esilio verso il 361. La sua dipartita avvenne prima che l'imperatore Giuliano l'Apostata emanasse, l'otto febbraio del 362, il provvedimento che autorizzava il rientro dei vescovi esiliati. Per le grandi tribolazioni sopportate in quel tempo di prova, alla figura di Massimo è riconosciuto il martirio. Il culto liturgico del santo ebbe inizio grazie al suo successore legittimo, San Severo, dodicesimo vescovo di Napoli dal 363 al 409, il quale, tra i suoi primi atti di governo, dispose il ritorno in patria delle venerate spoglie. I resti mortali furono inizialmente accolti e sistemati nella nuova basilica cimiteriale edificata fuori dalle mura cittadine, a poca distanza dall'ipogeo di San Fortunato. A metà del nono secolo, le reliquie di Massimo furono trasferite nella basilica Stefania, insieme a quelle di San Fortunato e di altri santi vescovi della Chiesa napoletana. Esiste tuttavia una versione storiografica opposta riguardante la collocazione di tali resti. La tradizione riferisce che verso la fine del tredicesimo secolo, in occasione della costruzione della nuova cattedrale destinata a sostituire la basilica Stefania, le reliquie siano state traslocate nella catacomba di San Efebo, luogo che in seguito divenne una chiesa officiata dai frati Cappuccini. Proprio in quel contesto, nei giorni venti e ventidue novembre del 1589, i frati Cappuccini della chiesa napoletana di San Efebo compirono una ricognizione delle reliquie custodite dietro l'altare maggiore per un motivo che oggi ci è ignoto. Durante tale operazione di ispezione furono effettivamente rinvenute le reliquie appartenute ai santi vescovi napoletani Efebo, Fortunato e Massimo. Ulteriori conferme giunsero dai successivi scavi archeologici condotti negli anni 1882 e 1957 all'interno di una cappella della cattedrale, che permisero di riportare alla luce antichi reperti, tra cui un sarcofago e un'iscrizione tombale recante la chiara dicitura Maximus episcopus qui et confessor. Tali ritrovamenti offrono un riscontro materiale inequivocabile sulla primitiva sepoltura risalente al quarto secolo.
Il culto antico e la memoria liturgica
La memoria di San Massimo si è conservata intatta nel corso dei secoli attraverso le testimonianze documentarie e la devozione del popolo cristiano. Il suo nome compare in diverse date e calendari storici, tra i quali spicca il celebre Calendario Marmoreo di Napoli, risalente al nono secolo e gelosamente conservato all'interno del Duomo cittadino. Nel diciannovesimo giorno di settembre del 1840, la Sacra Congregazione dei Riti intervenne ufficialmente per confermare l'antichissimo culto tributato ai santi vescovi Fortunato e Massimo, suggellandone la venerazione ecclesiale. Oggi la rinnovata edizione del Martyrologium Romanum fissa stabilmente la festa liturgica di San Massimo al giorno undici di giugno, invitando i fedeli a fare memoria della sua testimonianza di fede e del suo coraggio pastorale.
Il ministero e il coraggio
Nel corso del quarto secolo, la Chiesa di Napoli fu affidata alla guida di San Massimo, il cui episcopato si colloca tra il trecentocinquanta e il trecentocinquantasette. In quegli anni, il clima ecclesiale era profondamente turbato dalla diffusione dell'arianesimo, che minacciava l'unità della fede e la retta dottrina stabilita dal Concilio di Nicea. San Massimo si distinse per la sua intransigente fedeltà a quanto proclamato dai Padri conciliari, divenendo un baluardo contro le deviazioni eretiche che cercavano di corrompere la natura divina del Figlio di Dio. Questa sua posizione non rimase senza conseguenze nel contesto politico del tempo, fortemente influenzato dalle decisioni imperiali.
A causa della sua strenua difesa della fede nicena, San Massimo subì la prova dell'esilio tra il trecentocinquantacinque e il trecentocinquantasei, per ordine dell'imperatore che non tollerava voci dissenzienti rispetto alla politica religiosa imposta. Lontano dalla sua cattedra e dalla sua comunità, il vescovo continuò a offrire la propria vita come sacrificio spirituale. Le sofferenze patite durante questo doloroso periodo di allontanamento lo condussero alla morte in terra d'Oriente, nell'anno trecentosessantuno. La sua fine, avvenuta lontano dalla patria napoletana, non fu però dimenticata: la sollecitudine dei fedeli permise, nel corso del nono secolo, la traslazione delle sue spoglie nella basilica Stefania, dove il suo ricordo è stato custodito con devozione nel tempo.
Il culto e la memoria
La figura di San Massimo di Napoli ha attraversato i secoli, mantenendo intatto il suo prestigio spirituale. La conferma ufficiale del suo culto giunse il dodici settembre milleottocentoquaranta, per decreto della Sacra Congregazione dei Riti, che riconobbe la santità di questo vescovo impegnato nella tutela della verità. La Chiesa universale, attraverso il Martyrologium Romanum, ha fissato la sua memoria liturgica all'undici giugno, giorno in cui i fedeli sono invitati a fare memoria del suo coraggio e della sua dedizione.
Il legame tra il santo e la città di Napoli è rimasto vivo attraverso la presenza delle sue reliquie, traslate solennemente nella basilica Stefania durante il nono secolo. Questo gesto di pietà popolare ha sancito il ritorno del pastore in mezzo alla sua gente, permettendo alle generazioni successive di onorare il martire che, pur spirando in Oriente, ha donato tutto se stesso per il bene della comunità cristiana. Ancora oggi, la sua testimonianza invita a riflettere sul valore della verità e sulla necessità di restare saldi nelle proprie convinzioni, anche quando il mondo sembra allontanarsi dall'insegnamento di Cristo.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Massimo di Napoli?
La festa liturgica di San Massimo di Napoli si celebra l'undici giugno.
Qual è il ruolo storico di San Massimo nella Chiesa?
San Massimo fu il decimo vescovo di Napoli nel quarto secolo, ricordato per la sua strenua difesa dei decreti del Concilio di Nicea contro l'eresia ariana e per il martirio affrontato a causa dell'esilio.
A Napoli, san Massimo, vescovo, che per la sua fedeltà al Concilio di Nicea fu mandato in esilio dall’imperatore Costanzo, dove, prostrato dalle tribolazioni, morì confessore della fede. — Martirologio Romano