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26 giugno

Sant' Antelmo di Chignin

Monaco e vescovo di Belley

Aggiornato il 15 settembre 2026

La giovinezza e la conversione alla vita monastica

Sant'Antelmo di Chignin nacque nel 1107 nel Castello di Chignin, situato in Savoia a dodici chilometri da Chambéry, da una nobile famiglia. Fin dai primi anni della sua giovinezza, egli manifestò una spiccata avversione per la vita mondana e dissipatrice propria dei grandi signori del suo tempo, preferendo a essa la solitudine e il raccoglimento della preghiera. La sua formazione ecclesiastica lo portò a ricoprire l'incarico di segretario prima della chiesa di Ginevra e in seguito del vescovo di Belley, il quale provvide a conferirgli l'ordinazione sacerdotale. Durante questo periodo, Antelmo si recava molto spesso a Portes, un luogo di preghiera dove un suo parente viveva come certosino. La profonda conoscenza della vita monastica che poté maturare in quelle occasioni cambiò radicalmente la sua esistenza, orientandone definitivamente i passi verso il silenzio della clausura. Nel 1136, rispondendo alla chiamata interiore che avvertiva con forza, prese l'abito di San Bruno nel monastero di Portes, abbracciando la severa regola della certosa e ponendo le basi del suo futuro cammino spirituale.

La fama delle sue doti e della sua abilità come amministratore spinse i superiori a trasferirlo alla Grande Chartreuse. Il celebre monastero attraversava all'epoca un periodo molto difficile, aggravato dal fatto che nel 1132 la Grande Chartreuse era stata gravemente danneggiata e distrutta da una abbondante nevicata e da una violenta valanga. Antelmo terminò il noviziato in questo luogo di prova e fu immediatamente nominato procuratore ed amministratore dei beni della comunità. Egli si occupò della ricostruzione materiale e morale del complesso con tutte le sue energie, provvedendo a riedificare l'edificio della Grande Certosa e a far costruire un apposito acquedotto per le necessità dei religiosi. Nel 1139, in seguito alle dimissioni del predecessore Ugo I, Antelmo divenne il settimo priore della comunità certosina. In qualità di priore, profuse ogni sforzo per ricondurre i suoi monaci al rispetto della primitiva semplicità della Regola e si adoperò con costanza per rendere più stretti e solidali i legami tra le varie case dell'Ordine sparse nel territorio.

Il generalato e le prove della comunità

Nel 1142, durante la celebrazione del capitolo generale, gli otto priori della Certosa stabilirono una svolta fondamentale per la struttura giuridica dell'istituto, stabilendo che il priore della Grande Certosa fosse anche il Generale dell'Ordine, al quale tutti i monasteri dovessero obbedienza. Prima di tale data, i vari priori erano sottoposti unicamente all'autorità del vescovo della rispettiva diocesi. Per effetto di questa nuova disposizione, Sant'Antelmo divenne il primo generale dei Certosini e la sua fama crebbe enormemente in tutta la cristianità. Questa straordinaria reputazione di santità e rigore spirituale attirò alla Grande Chartreuse molti nobili che desideravano seguirne l'esempio, abbandonando il secolo per farsi monaci. Tuttavia la vita della comunità non fu esente da prove e conflitti dolorosi. Nel 1149 un monaco proveniente dal monastero di Portes fu eletto vescovo di Grenoble, e in seguito a tale nomina sorsero degli aspri conflitti giurisdizionali. Alcuni certosini arrivarono a uscire dal monastero per sostenere le loro ragioni di fronte ai tribunali civili ed ecclesiastici. Antelmo fu fortemente amareggiato da questa grave infrazione alla clausura e allo spirito certosino.

Per comporre la complessa vertenza intervenne direttamente Papa Eugenio III, il quale risolse la questione e impose ai monaci una salutare penitenza, reintegrandoli nell'Ordine senza alcuna particolare formalità burocratica. Pur non opponendosi formalmente alle decisioni del Papa, Antelmo diede le dimissioni dal suo incarico di governo a causa del dolore provato per l'accaduto. Ritirò momentaneamente le dimissioni a seguito di un autorevole intervento di San Bernardo, ma nel 1151 le dimissioni furono accettate nuovamente e Antelmo decise di ritirarsi a vita contemplativa. Poco tempo dopo, nel 1152, Bernardo di Varey, fondatore di Portes, ottenne che Antelmo fosse designato a succedergli nella guida di quel monastero. Sebbene avesse mantenuto la carica di Portes solo per un breve periodo, egli lasciò un segno indelebile. In quel tempo si guadagnò l'appellativo di padre dei poveri per la sua grande carità verso gli ultimi, e nelle immagini pervenute viene tradizionalmente effigiato nell'atto di accogliere gente di ogni età, aiutandola sia moralmente sia materialmente, avendo sullo sfondo la sua amata Certosa, di cui ebbe sempre nostalgia e che andava spesso a visitare.

Il vescovado di Belley e la difesa della Chiesa

Nel 1159 la cristianità fu lacerata da un grave scisma che divise la Chiesa in due parti, le quali sostenevano rispettivamente Alessandro III, papa legittimamente eletto, e l'antipapa Vittore IV, designato dall'imperatore Federico Barbarossa. Antelmo si schierò apertamente dalla parte di Alessandro III, recandosi a portare al legittimo pontefice il solido sostegno politico e spirituale della Francia, della Spagna e dell'Inghilterra. In segno di profonda gratitudine per questa coraggiosa azione in difesa della legittimità petrina, il Papa lo obbligò ad accettare la carica di vescovo di Belley. Antelmo era stato eletto all'unanimità vescovo di Belley il 7 settembre 1163 e la sua consacrazione episcopale avvenne solennemente nella cattedrale di Bourges. Nell'esercizio del suo ministero pastorale, egli conservò intatti i caratteri di grande umiltà e carità che lo avevano reso celebre nel mondo. Come vescovo, Antelmo rifulse particolarmente nell'opera di correzione dei costumi di chierici e nobili, un compito che svolse con instancabile impegno e intrepida fermezza, guadagnandosi l'affetto profondo del popolo al punto che la città di Belley, dopo la sua morte, fu chiamata per un certo tempo Antelmopoli.

La sua sagacia e la sua autorevolezza spinsero il Papa a sceglierlo per una delicata missione diplomatica in Inghilterra, con l'incarico di tentare la riconciliazione tra il re Enrico II e San Tommaso Becket. Tuttavia l'imperatore Federico Barbarossa impedì la partenza di Antelmo per l'Inghilterra, molto probabilmente per vendicarsi della sua posizione ostile nei confronti dell'antipapa Vittore IV. In seguito l'imperatore mutò condotta nei riguardi del vescovo e, nel 1175, gli conferì la sovranità temporale su Belley e dintorni, creandolo principe del Sacro Romano Impero. Il titolo di principe di Belley procurò ad Antelmo non poche difficoltà che amareggiarono gli ultimi anni della sua vita. Umberto III, conte di Maurienne, non si rassegnò infatti a perdere i suoi antichi diritti sul territorio e iniziò una politica di sistematica provocazione, arrivando persino a far arrestare e poi uccidere un sacerdote, in palese violazione del diritto di giurisdizione della Chiesa sul clero. Di fronte a tale crimine, Antelmo scomunicò il conte senza esitazione.

Gli ultimi giorni, il transito e il culto delle reliquie

Il conte Umberto ricorse prontamente a Papa Alessandro III, il quale ottenne l'annullamento della scomunica per ragioni di pacificazione politica. Antelmo, profondamente indignato per quella decisione che sembrava calpestare la giustizia ecclesiastica, si ritirò nuovamente nella sua amata Grande Chartreuse. Il popolo e il clero di Belley, privi del loro pastore, ricorsero allora con insistenza al Papa. Il pontefice ordinò formalmente ad Antelmo di riprendere il suo posto nella diocesi e ingiunse ad Umberto di fare debita penitenza. Antelmo tornò quindi a Belley, ma continuò ad essere osteggiato da Umberto, il quale non cessò di tramare contro di lui, giungendo perfino a progettare di assassinarlo. In mezzo a tante avversità, Antelmo visse gli ultimi istanti della sua esistenza terrena colpito da una grave malattia. Prima di morire, ricevette l'inatteso omaggio del conte di Maurienne, il quale fece sincera ammenda dei suoi gravi torti inginocchiandosi al capezzale del vescovo morente. Sant'Antelmo morì il 26 giugno 1178 a Belley, in Francia, e i suoi funerali celebrati dalla comunità furono trionfali.

Il culto di sant'Antelmo si diffuse immediatamente dopo la sua morte in virtù della fama di santità che lo aveva accompagnato in vita. Gli Acta Sanctorum pubblicano una preziosa Vita di Antelmo scritta da un autore coevo, mentre il Martirologio Romano ne celebra la festa liturgica il 26 giugno. Secondo un'antica tradizione e una leggenda locale, Antelmo avrebbe ricevuto direttamente da San Pietro l'ordine di recitare l'Ufficio della Vergine. Nel 1630 le spoglie mortali del santo furono esumate e traslate solennemente in una cappella a lui dedicata nella cattedrale. Tale cappella fu purtroppo profanata durante il periodo della Rivoluzione Francese, ma le reliquie di Antelmo non andarono disperse. Il 30 giugno 1829 il vescovo di Belley depose le reliquie salvate in un bellissimo reliquiario e, alla fine del diciannovesimo secolo, questo fu sostituito con un altro manufatto in bronzo offerto generosamente dalla Grande Chartreuse. Nell'iconografia tradizionale Antelmo è raffigurato con una lampada accesa sopra il capo, mentre una mano dal cielo tende un dito verso la fiamma della lampada, e tiene in mano un libro; ai suoi piedi viene spesso effigiato il conte Umberto in segno di sottomissione e conversione.

Domande frequenti

Quando si festeggia Sant'Antelmo di Chignin?

La festa liturgica di Sant'Antelmo di Chignin si celebra il 26 giugno, come stabilito dal Martirologio Romano.

Quali incarichi di rilievo ricoprì Sant'Antelmo nel corso della sua vita?

Sant'Antelmo fu priore della Grande Chartreuse, primo generale dell'Ordine dei Certosini e, successivamente, vescovo e principe di Belley.

A Belley in Savoia, sant’Antelmo, vescovo, che, da monaco, ricostruì l’edificio della Grande Certosa distrutto da una abbondante nevicata; divenuto poi priore, convocò il Capitolo generale e, elevato alla sede episcopale, rifulse nell’opera di correzione dei costumi di chierici e nobili svolta con instancabile impegno e intrepida fermezza. — Martirologio Romano