13 maggio
Beati Martiri Cistercensi di Casamari
Religiosi
Aggiornato il 15 settembre 2026
Il contesto storico e la ritirata dei francesi
Nel diciottesimo secolo, precisamente nel millesettecentonovantanove, il quadro politico e militare della penisola italiana fu sconvolto da profondi rivolgimenti. Il ventidue gennaio di quell'anno i patrioti fautori della repubblica occuparono Castel Sant'Elmo, che sovrasta la città di Napoli, proclamando la Repubblica Partenopea. I patrioti chiesero al generale francese di riconoscere la repubblica e nominare un governo provvisorio, al quale presero parte i più noti nomi dell'intellettualità napoletana. Nei primi mesi del millesettecentonovantanove si sviluppò a Napoli una vivace attività di governo, mentre nella provincia del Regno delle Sicilie la situazione precipitava rapidamente. Il sette febbraio il cardinale Fabrizio Ruffo, vissuto dal millesettecentoquarantaquattro al millesettestento ventisette, sbarcò nella sua Calabria con pochi uomini e con l'assenso del re Ferdinando IV, il quale si rifugiava a Palermo durante l'occupazione di Napoli. Il cardinale tentò un'opposizione armata e popolare contro i francesi e i giacobini, identificati come i patrioti del regno che appoggiavano i francesi. Egli fece leva sulle folle contadine che nutrivano odio contro i loro padroni, i quali nutrivano in buona parte simpatie giacobine contro l'assolutismo borbonico, e si appoggiò alle bande di briganti che imperversavano con la guerriglia. L'esercito sanfedista del cardinale conquistò man mano la Calabria, la Puglia e la Basilicata, saccheggiando le cittadine simpatizzanti per la Repubblica che si opponevano, come Altamura e Crotone. Dal mare il generale inglese Orazio Nelson sosteneva la marcia del cardinale verso Napoli, e la sua flotta era affiancata da truppe turche e russe inviate in soccorso del re Ferdinando quarto.
Nel frattempo, nell'aprile millesettecentonovantanove, le truppe francesi subirono gravi sconfitte in Lombardia nella guerra contro l'Austria. Tali sconfitte determinarono l'abbandono di Napoli e del Regno delle Due Sicilie da parte delle truppe del generale Championnet, il quale aveva occupato la città il ventitré gennaio. Le truppe francesi presero a risalire la Penisola lasciando soli i patrioti della Repubblica Partenopea, i quali dovettero affrontare le forze nemiche preponderanti e l'insurrezione interna dei lazzaroni. La Repubblica cadde definitivamente tra il diciannove e il ventitré giugno dopo un'eroica ma impari resistenza, nonostante il cardinale Ruffo avesse promesso salva la vita ai patrioti. Il re, ritornato a Napoli, condannò a morte per impiccagione o decapitazione più di cento patrioti tramite le Giunte di Stato, e tra i condannati vi erano i più bei nomi della cultura napoletana, compreso l'ammiraglio Francesco Caracciolo, il quale era particolarmente odiato da Nelson. La ritirata delle truppe francesi risalì la penisola per la strada litoranea attraverso Gaeta e Terracina, costretta dall'avanzare dell'esercito borbonico e della flotta inglese, la quale era ancorata nelle isole d'Ischia e di Procida. Anche lo Stato Pontificio fu invaso dai francesi, e Papa Pio Sesto, vissuto dal millesettescentodiciassette al millesettecentonovantanove, si trovava prigioniero di Napoleone Bonaparte in Francia, dove morì il ventinove agosto millesettecentonovantanove.
La marcia della violenza e l'Abbazia di Casamari
Un distaccamento di circa quindicimila soldati al comando dei generali Vetrin e Olivier prese la strada interna. Il dieci maggio il distaccamento giunse a Cassino, spopolata dagli abitanti rifugiatisi sui monti, e la millenaria abbazia benedettina di Montecassino fu devastata, saccheggiata e profanata da circa millecinquecento uomini della colonna del generale Olivier. I monaci di Montecassino si erano messi in salvo a Terelle portando con sé le cose più preziose e artistiche. L'undici maggio millesettecentonovantanove la ritirata continuò nella provincia di Frosinone, e cittadine come Aquino, Roccasecca e Arce furono saccheggiate, mentre alcuni abitanti vennero uccisi. I francesi si diressero a Isola del Liri invece di deviare per Ceprano, e il dodici maggio perpetrarono a Isola del Liri violenze, saccheggi, profanazioni di chiese, distruzioni e un efferato eccidio. L'eccidio di Isola del Liri causò la morte di oltre cinquecento abitanti che avevano opposto una debole resistenza, e i nomi di tutti i cinquecento uccisi sono annotati nel registro dei defunti della Chiesa di San Lorenzo, poiché la strage avvenne proprio il dodici maggio millesettecentonovantanove, giorno di Pentecoste. Un drappello di venti soldati sbandati della formazione leopardi penetrò il tredici maggio all'interno dell'Abbazia di Casamari alla ricerca di bottino. Il saccheggio era autorizzato dal generale Bonaparte per consentire ai soldati di sostenersi quando la paga governativa scarseggiava, e tale autorizzazione rappresentava una consuetudine dell'epoca nelle guerre caratterizzate da invasioni, occupazioni e ritirate.
L'Abbazia di Casamari si trova in una frazione del Comune di Veroli, in provincia di Frosinone, e appartiene all'Ordine Cistercense. Roberto di Molesmes fondò Citeaux in Francia nel millenovecentott, il cui nome latino era Cistercium, e l'Ordine cistercense ebbe il massimo sviluppo e la regolamentazione nel millecentonove, avendo come terzo abate generale san Stefano Harding, vissuto tra il mille sessanta e il mille centotrentaquattro. L'Abbazia di Casamari sorse sul sito di un precedente insediamento benedettino e passò ai Cistercensi nel millecentocinquanta. La chiesa del milleduecentodiciassette e il complesso conventuale furono progettati da un'unica mente direttiva che coordinò le maestranze, seguendo un progetto unitario cistercense ispirato all'architettura borgognona. L'architettura dell'abbazia si distingue per proporzioni, purezza formale e caratteri del primo gotico francese. All'interno di questa comunità cistercense viveva il priore padre Simeone Cardon, in un contesto segnato da un clima di paura diffusa a causa delle notizie di eccidi e devastazioni commessi dai soldati francesi.
Il martirio e la memoria dei Beati
Alle otto di sera del tredici maggio millesettecentonovantanove la comunità si apprestava a cantare la compieta prima del grande silenzio notturno. Un gruppo di circa venti soldati francesi sbandati fece irruzione nell'abbazia seminando spavento, disperazione, sangue e morte tra i monaci inermi. La maggior parte dei monaci fuggì in cerca di un rifugio, mentre sei religiosi rimasero eroicamente a difesa dell'Eucaristia. I sei monaci cercarono di nascondere le sacre pissidi e di impedire la profanazione raccogliendo le particole consacrate disperse sull'altare e sul pavimento. I soldati francesi sfogarono sui monaci la rabbia per non aver trovato denaro e oggetti preziosi, ad eccezione dei calici sacri difesi dai religiosi. I soldati uccisero i sei cistercensi con colpi di sciabola, baionetta e archibugio prima di lasciare l'abbazia. I confratelli ritornati dopo il pericolo seppellirono i corpi dei sei martiri, che morirono a Casamari tra il tredici e il sedici maggio millesettecentonovantanove. I loro nomi erano Simeone Maria Cardon, Domenico Maria Zawrel, Albertino Maria Maisonade, Zosimo Maria Brambat, Modesto Maria Burgen e Maturino Maria Pitri. Le reliquie dei martiri riposano attualmente nella chiesa abbaziale, mentre il Museo dell'Abbazia conserva una serie di dipinti di Mario Barberis che illustrano le fasi del loro supremo sacrificio.
Il riconoscimento papale firmato da Papa Francesco il ventisei maggio duemila e venti ha sancito il martirio in odio alla fede, coronando la devozione popolare e la memoria storica tramandata nei secoli. La tradizione riferisce che il coraggio di questi monaci scaturì direttamente dalla loro dedizione quotidiana alla preghiera e al Mistero eucaristico, affrontando la violenza cieca della storia senza cedere all'odio. La Chiesa custodisce la loro testimonianza come un faro di speranza cristiana nei momenti di prova e di smarrimento sociale. Oggi i fedeli che visitano l'Abbazia di Casamari possono sostare in preghiera presso la tomba dei Beati Martiri, affidandosi alla loro intercessione per custodire il dono della fede e della pace interiore.
Il martirio
Il tredici maggio del mille settecento novantanove, l'abbazia di Casamari fu teatro di una pagina drammatica e solenne della storia monastica. Durante la ritirata dell'esercito francese, le truppe irruppero nel monastero, portando con sé lo scompiglio e la minaccia della profanazione. In quel frangente di grande turbamento, sei monaci cistercensi, mossi da un amore ardente per il Santissimo Sacramento, scelsero di non abbandonare il luogo sacro e di difendere l'Eucaristia dall'irriverenza dei soldati. Tale gesto di coraggio spirituale non fu dettato da logiche umane di difesa materiale, quanto piuttosto dal desiderio profondo di proteggere il mistero della Presenza reale che risiedeva nel tabernacolo.
La reazione dei soldati fu spietata e immediata. I monaci, rimasti saldi nella loro preghiera e nel loro impegno di custodia, subirono l'aggressione diretta da parte degli occupanti. La violenza si scatenò attraverso l'uso di armi bianche e da fuoco, spezzando le vite di questi uomini di Dio proprio mentre essi compivano l'atto supremo di adorazione. Il sacrificio dei sei monaci di Casamari si concluse così nel sangue, sigillando un'esistenza consacrata con la testimonianza finale della testimonianza apostolica. La loro morte, avvenuta all'interno della clausura, ha trasformato l'abbazia in un luogo di memoria viva, dove il silenzio del chiostro si unisce al grido silenzioso di chi ha preferito la morte alla negazione del proprio Signore. Questo evento, pur inserito nelle vicende belliche della fine del diciottesimo secolo, mantiene intatta la sua natura di martirio, ovvero di testimonianza suprema offerta per amore della verità evangelica contro ogni forma di prevaricazione e di disprezzo verso il sacro.
Il riconoscimento ecclesiale
Il cammino verso il riconoscimento ufficiale del martirio di questi religiosi è giunto a compimento nel corso del ventunesimo secolo, confermando la perenne attualità della loro testimonianza. Il ventisei maggio del duemilaventi, Papa Francesco ha ufficialmente riconosciuto il martirio dei monaci di Casamari, sancendo che la loro uccisione avvenne in odio alla fede. Tale atto solenne della Chiesa ha posto il sigillo definitivo su una devozione che, nel tempo, è rimasta viva nel cuore della comunità monastica e dei fedeli che frequentano l'abbazia di Veroli.
La beatificazione non rappresenta soltanto un atto formale, ma un invito a volgere lo sguardo verso coloro che, nelle ore più buie, hanno saputo custodire la luce del Vangelo con la propria vita. I Beati Martiri di Casamari sono oggi venerati come modelli di fedeltà incondizionata, ricordandoci che il culto eucaristico richiede una dedizione che può giungere, qualora fosse necessario, fino al dono di sé. La loro memoria liturgica, fissata al tredici maggio, è occasione per la Chiesa di celebrare la vittoria della fede sulla violenza, onorando coloro che nel diciottesimo secolo hanno preferito morire piuttosto che vedere profanato il corpo del Signore.
Domande frequenti
Quando si festeggiano i Beati Martiri Cistercensi di Casamari?
La loro memoria liturgica si celebra dal tredici al sedici maggio.