7 febbraio
Beato Antonio Vici da Stroncone
Religioso
Aggiornato il 15 settembre 2026
Origini e vocazione
Ludovico Jacobilli narra che la patria del beato Antonio fu Stroncone, terra della provincia dell'Umbria sotto la diocesi di Narni. Il padre del beato Antonio si chiamò Lodovico della famiglia Vici e la madre si chiamò Isabella. Entrambi i genitori del beato Antonio erano timorati di Dio e lo allevarono in molta cristiana pietà. Fin da teneri anni il beato Antonio cominciò a dare segni di ciò che avrebbe dovuto diventare, macerando il proprio corpo con digiuni, vigilie e astinenze e dedicandosi con fervore alla preghiera e alle opere virtuose. Giunto all'età di dodici anni, il beato Antonio fu ispirato da Dio a farsi religioso dei frati minori osservanti dei Zoccolanti. Il fanciullo andò dal padre guardiano del convento dei Zoccolanti della sua patria e lo pregò di riceverlo nell'ordine. Il guardiano laudò la sua buona volontà e lo esortò a camminare per la strada dell'osservanza dei divini precetti. Vedendolo tanto giovanetto, il guardiano non volle dargli l'abito subito, ma lo esaminò e lo esperimentò più volte con molta prudenza. Trovando vera la sua vocazione, il guardiano vestì il beato del sacro abito e il giovane fece la professione nel convento della sua patria.
Avendo inteso la fama della santità del beato Giovanni da Stroncone, suo compatriota e primo vicario del beato Paolo Trinci da Foligno, institutore della riforma dell'osservanza, il beato Antonio andò a ritrovarlo in Toscana dove dimorava, con facoltà dei superiori. Quando il beato Giovanni lo vide, per la poca età e la delicata complessione pensò che non fosse abile a sopportare le fatiche della religione. Tuttavia, vedendo la sua costanza e il grande desiderio di perfezione, il beato Giovanni lo ammaestrò e lo introdusse negli esercizi dell'ordine. Affaticandosi molto in essi per avere poche forze, il beato Antonio s'infermò. Il beato Giovanni volle mandarlo al convento della sua patria affinché fosse sanato con più cura. Il beato Antonio, benché debole di corpo, era forte di spirito e, nascondendo la sua infermità, pregò il beato Giovanni di non mandarlo in patria. Il beato Antonio fu consolato nella sua richiesta, riebbe le forze, crebbe nelle virtù e divenne diletto discepolo del beato Giovanni.
Umiltà e rigore della penitenza
Il beato era molto umile. Nonostante fosse di famiglia nobile della sua patria, sapesse leggere e fosse abile a essere sacerdote, volle essere sempre frate laico. Nel volere essere frate laico, il beato imitò il padre san Francesco e il beato Paolo Trinci, che per umiltà non volsero essere sacerdoti. Il beato si teneva il più vile e inutile frate dell'ordine e con diligenza e segretezza procurava di fare sempre gli esercizi più vili e bassi del convento. Finiti gli esercizi bassi, il beato ritornava subito alla solitudine e all'orazione. I superiori gli comandarono di andare all'isola di Corsica. Ottenuta l'obbedienza e la benedizione dal prelato, il beato partì, giunse sul luogo e vi dimorò fino a quando fu levato dalla medesima obbedienza. Ritornato alla provincia di San Francesco, il beato fu mandato ad abitare al convento delle Carceri. Il beato dimorò al convento delle Carceri per circa trent'anni, abitando per ordinario in una grotta nella selva del convento delle Carceri, che fino al presente si dice del beato Antonio da Stroncone.
Per ventiquattro anni il beato combatté con la sete del corpo per la strada che va dalle Carceri ad Assisi. Il beato non volle mai bere dell'acqua della fonte che si trova in quella strada, quantunque molte volte si trovasse in gran necessità, volendo mortificarsi e patire quella sete volentieri in memoria di quella patita da Nostro Signore sulla croce per la nostra salute. L'asprezza di vita del servo di Dio fu meravigliosa. Il beato andava scalzo senza portare alcuna cosa ai piedi. Nelle stagioni estreme di freddo e di caldo, il beato aveva i piedi talmente rotti e pieni di fessure da riceverne estremo dolore, e le condizioni dei suoi piedi ponevano compassione e spavento a chiunque lo mirava. Al beato bisognava spesso andare dai calzolai a farsi mettere i punti e a farsi cucire dove era stracciata la pelle. Il beato non portò mai l'abito senza tonica sopra le sue carni, e il suo abito era povero e vile. Il dormire del beato era breve e mangiava pane e acqua per la maggior parte del tempo. Nei primi dodici anni della sua religione, fra le mortificazioni fattesi per ordine del suo maestro, vi fu quella di porsi devotamente con le ginocchia in terra mille volte al giorno. Nel tempo dei caldi eccessivi di mezza estate nel convento delle Carceri, il beato beveva acqua fatta con l'assenzio, calda, per maggiore penitenza. Ai frati che gli domandavano perché non bevesse acqua fresca nei tempi caldi, il beato rispondeva che sarebbe stato troppo sensuale per il suo corpo. Il beato non mangiava mai carne, né uova, né formaggio, sebbene non tralasciasse di cercare per i frati sia carne, uova e formaggio, sia le altre cose che mancavano. Quando viaggiava, il beato cercava da mangiare per il compagno, dicendogli di mangiare quello di cui aveva bisogno per obbedire al prelato e di non guardare a lui, perché ognuno non poteva fare col suo corpo quello che egli faceva col suo. Esercitava un rigore e una asprezza corporale notevoli verso se stesso, ma usava grande carità e compassione verso gli altri. Nel principio della sua vita religiosa, questo modo di vivere gli fu molto duro da eseguire, ma con la grazia divina si affaticò tanto che, nel giro di quattordici anni di combattimento virile, vinse i sensi, arrivando a mangiare l'assenzio come un cibo saporito, al punto che alla fine della vita non trovava vivanda più gradita. Passava molti giorni senza mangiare alcuna cosa e, durante la Settimana Santa, dal Giovedì Santo fino alla Domenica di Risurrezione, non mangiava nulla e non era visto se non in chiesa. Da molto vecchio, i frati lo esortavano a mangiare carne o pesce a causa della sua età avanzata e della sua debolezza, ed egli rispondeva che la carne o il pesce gli facevano male. A un frate più familiare che gli chiedeva come potessero fargli male cibi così buoni, rispose che facevano male alla sua anima.
Orazione e devozione eucaristica
Il suo esercizio principale era l'orazione e la contemplazione, alle quali si occupava giorno e notte, non trovando cosa di maggior gusto e consolazione che conversare con Dio, amato con tutto il cuore e sopra ogni cosa. Per potersi esercitare nell'orazione, fuggiva per quanto possibile le conversazioni umane, specialmente quelle non conformi al suo spirito, ed era di rado veduto fra la gente, con la quale conversava solo per necessità e con pochissime parole. Provava grande gioia nel trovarsi dove si celebravano con solennità la Messa e l'ufficio divino, rimanendo così contento durante le funzioni solenni che spesso si scordava di mangiare, poiché considerava la devozione il vero cibo della sua anima. Pregava i frati di recitare di continuo l'ufficio divino nel coro, ritenendola l'opera migliore per servire il Signore, e quando era ora di recitarlo, lasciava ogni altra cosa per unirsi ai frati in coro a lodare la maestà divina.
Mentre era in orazione gli apparve Nostro Signore Gesù Cristo, il quale gli disse che gli piaceva molto la Messa ben illuminata. Dopo tale visione, si adoperò per mettere molti lumi sull'altare durante la celebrazione della messa, specialmente nelle solennità del Signore e della Beata Vergine. Udiva e serviva le messe con grande devozione e consolazione spirituale, e se si fosse celebrato ogni giorno fino a notte, non si sarebbe mai partito di chiesa per udire e servire le messe. Giunto in età quasi decrepita e vicino a morte, voleva alzarsi dal letto per udire la messa, e ai frati che lo consigliavano di non farlo per via della sua debolezza rispondeva che, se avessero saputo il guadagno dell'anima che devotamente ode la messa, ne sarebbero rimasti ammirati. Aveva in grandissima venerazione il santissimo Sacramento, e prima di comunicarsi compiva l'usanza di domandare perdono a tutti i frati del convento con le ginocchia a terra.
Carità, prove e purezza
Il suo amore per il prossimo era sviscerato e non stimava alcuna asprezza o fatica per il bene temporale e spirituale altrui. Procurava diligentemente il necessario per i deboli e gli infermi, servendoli e consolandoli con grande carità. Possedeva la virtù della pazienza in modo tale da sopportare con tranquillità tribolazioni e persecuzioni senza lamentarsi di nessuno, e quando vedeva un frate tribolato per qualche dispiacere, ne compativa e lo confortava dicendogli di bere il calice e di camminare avanti sulla strada necessaria per i veri amici del Signore. Una volta fu accusato ingiustamente davanti al Provinciale di aver tagliato trenta viti nell'orto del convento e fu ritenuto colpevole perché molto zeloso della povertà. Il prelato lo riprese per aver rovinato le fatiche altrui e la consolazione dei frati, ed egli non si scusò né mostrò di non avere colpa, ma prostrato a terra ricevette umilmente la riprensione e la penitenza. Il Provinciale gli impose come penitenza una disciplina per ciascuna delle trenta viti, ed egli eseguì la penitenza con allegrezza, prontezza e senza mormorazione come se fosse stato veramente colpevole, finché in seguito fu scoperta la sua innocenza e tutti ne rimaserò edificati.
Fu castissimo di corpo e di mente, preservato vergine dalla grazia divina fino alla morte, e stette quaranta anni senza mai vedere in faccia una donna, circostanza di grande maraviglia tenendo conto che per alcune decine d'anni ebbe l'ufficio di andare a chiedere elemosine di porta in porta per i frati. Fuggiva l'ozio come la peste e, nel tempo libero dall'orazione e dai servizi del convento, si impegnava a fabbricare croci di legno per avere la croce sempre negli occhi e nelle mani, oltre che radicata nel cuore. Collocava queste croci di legno nella selva del convento e in altri luoghi ritenuti opportuni. Molte persone furono mosse dalla santa conversazione, edificazione e dal soave odore della santità del beato Antonio a servir Dio, abbandonando i peccati e le occasioni di essi, e molte persone si fecero religiose e altre servirono Dio nel secolo grazie al suo esempio.
Dono della profezia e miracoli
Il Signore compì molti segni e miracoli in vita e in morte per mezzo dei meriti del beato per la salute delle anime, e il beato ebbe tra gli altri doni sopranaturali quello della profezia, con il quale manifestò molte cose prima che avvenissero. Una donna raccomandò al beato suo marito, il quale doveva andare da Assisi all'Aquila, e il beato le disse di riferire al marito di non partire, poiché quel viaggio sarebbe stato la sua morte. Il marito non diede ascolto al consiglio del beato Antonio e andò all'Aquila, e nel viaggio di ritorno si ammalò e morì per la strada. Un uomo aveva riportato una frattura alla testa tale che i medici lo tenevano per morto, e i parenti raccomandarono l'infermo al beato affinché pregasse Dio per la sua salute; il beato rispose che l'infermo non sarebbe morto di quel male, e così avvenne. A una donna maritata erano morti cinque figli e credeva di non poterne avere altri; trovandosi molto tribolata, ricorse al beato affinché le ottenesse un figliuolo da Dio, ed egli le disse di andare e avere pazienza, poiché sarebbe stata consolata. La donna concepi e a tempo debito partorì un figlio.
Dimorando nel convento delle Carceri, il beato disse più volte a quelli di Assisi di prepararsi alla croce, e agli abitanti di Assisi che chiedevano a quale croce si riferisse rispose che si trattava della croce della morte, poiché Dio avrebbe mandato in breve una peste così grande che sarebbe morta la maggior parte della popolazione. A distanza di un anno, nel 1448, la profezia si verificò con l'arrivo di una grande peste ad Assisi, in Umbria e in Italia, che svuotò le case. Il beato predispose alcune tribolazioni future dicendo che guai a quelli che non sono bene uniti con Dio.
Transito, sepoltura e glorificazione
Giunto al fine della sua vita e conoscendo la volontà del Signore di condurlo in Paradiso, il beato iniziò a prepararsi alcuni giorni prima. Il beato lasciò un libretto da lui usato contenente l'orazione della dottrina cristiana e la regola, e manifestò ai frati l'ora del suo transito. Il beato Antonio da Stroncone nacque nel 1381 e morì il 7 febbraio 1461, e la morte del beato seguì il 7 febbraio dell'anno 1471. Al momento della morte aveva circa settantasei anni di età e aveva trascorso sessantaquattro anni nella vita religiosa. La morte avvenne nel convento di San Damiano fuori Assisi, dove ultimamente era venuto ad abitare e aveva dimorato per più anni. Il sacro corpo del beato fu sepolto nella chiesa di San Damiano e fu tenuto occulto dai frati per un anno con poca venerazione, per poi essere trasferito in una cappella eretta a suo onore nella medesima chiesa. Il corpo si conserva sino al presente intero e incorrotto, è frequentato e visitato da popoli vicini e lontani ed è custodito con molta devozione dai Padri Riformati di San Francesco che dimorano nel convento.
Il Signore mostrò la gloria data al beato operando molti miracoli per suo mezzo. Un bambino di nove anni, di nome Liberatore e originario di Assisi, fu condotto dai suoi dalla chiesa della Madonna degli Angeli alla chiesa di San Damiano. Entrando in chiesa all'ora del Vespero, il bambino vide sopra la sepoltura del beato un lume che andava crescendo, e dietro al lume vi era un fanciullo che cercava di spegnerlo, mentre lo splendore aumentava continuamente. Il bambino restò meravigliato da questa visione e ritornato a casa correndo e tremando raccontò tutto alla madre. Udito il prodigio, la madre condusse il figlio al convento di San Damiano e raccontò l'accaduto ai frati e al beato Giacomo della Marca, che si trovava temporaneamente in quel convento. Il beato Giacomo della Marca disse ai frati che il lume apparso sulla sepoltura di frate Antonio denotava la sua santità che Nostro Signore voleva dimostrare al mondo, e spiegò che il fanciullo che voleva spegnere il lume rappresentava i frati che avevano voluto nascondere la salma, ma la bontà divina voleva che fosse manifestata. Il beato Giacomo fece subito cavare il santo corpo dalla sepoltura in cui era stato per un anno, e il corpo fu trovato intero e senza alcun danno. Nella palma della mano destra il corpo aveva una rosa fatta della stessa carne, e il beato Giacomo, veduta la rosa, disse che era un segnale fatto da Dio. Il beato Giacomo e tutti i frati si posero in ginocchio e baciarono quella mano con abbondanti lacrime di allegrezza nel vedere la gloria del Creatore nella creatura. Divulgato il miracolo, molte genti accorsero a visitare il sacro corpo, e il 9 novembre il corpo fu trasferito in un nobile deposito elevato all'interno della stessa chiesa di San Damiano. Per i meriti del beato, il Signore risanò molti infermi da varie malattie. Una monaca terziaria nobile era storpiata dalle ginocchia in giù e questo male le causava grande dolore; fece orazione al sepolcro del beato e si levò miracolosamente libera. Una fanciulla era storpiata dei piedi e delle mani, fu portata alla sepoltura del beato, fece orazione e voto, e se ne tornò sana a casa. Due donne furono aggravate da infermità e si raccomandarono al beato Antonio, e furono risanate con dei voti. Dio dimostrò molti altri segni e miracoli per le intercessioni del beato, i quali si leggono nello specchio dell'Ordine Minore detto la Franceschina e sono attestati da molti voti e offerte appese nel sacro deposito del beato.
Il cammino di fede
La vita del Beato Antonio Vici da Stroncone è stata interamente segnata dalla scelta radicale della sequela di Cristo. Fin dalla sua fanciullezza, manifestò il desiderio di consacrarsi totalmente al Signore, abbracciando la regola dei Frati Minori Osservanti non appena raggiunta l'età di dodici anni. Sotto la guida sapiente di Giovanni da Stroncone, il giovane Antonio apprese i fondamenti della vita religiosa, operando tra la Toscana e la Corsica, terre che videro i suoi primi passi di predicazione e di testimonianza evangelica. La sua formazione fu un continuo esercizio di obbedienza e di povertà, virtù che egli seppe incarnare con rara coerenza lungo tutto il corso della sua lunga esistenza.
Il cuore della sua esperienza spirituale si realizzò tuttavia in quella lunga permanenza presso il Convento delle Carceri. Per circa trent'anni, Antonio scelse la dimora austera di una grotta, trasformandola in una scuola di preghiera incessante. In quel silenzio abitato dalla presenza di Dio, egli affinò il suo spirito, divenendo un punto di riferimento per la comunità dei fedeli e per i confratelli. La sua fama di santità non derivava da gesti eclatanti, ma dalla fermezza con cui sosteneva le prove e dall'acuta sensibilità spirituale che lo portò a presagire eventi dolorosi per la collettività, come il flagello della peste del mille quattrocento quarantotto. La sua vita, trascorsa in povertà e umiltà, giunse al compimento nel mille quattrocento sessantuno, quando, nel sacro recinto del Convento di San Damiano ad Assisi, rese l'anima a Dio, lasciando nel cuore dei contemporanei il ricordo di un uomo che aveva fatto della propria esistenza un cantico di lode al Creatore.
La memoria liturgica
Il ricordo del Beato Antonio Vici da Stroncone è custodito con particolare venerazione dalla Chiesa, che ne celebra la memoria liturgica il giorno sette di febbraio. Questa ricorrenza annuale offre ai fedeli l'opportunità di sostare in preghiera dinanzi all'esempio di un uomo che ha saputo coniugare la vita contemplativa con una profonda attenzione alle vicende umane. La devozione dei fedeli si esprime anche in una seconda data significativa, il nove di novembre, giorno in cui si ricorda la traslazione delle sue reliquie, momento che rinnova il legame spirituale tra la comunità dei credenti e la testimonianza vissuta dal Beato lungo le strade della Toscana, della Corsica e nella mistica quiete di Assisi.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Antonio Vici da Stroncone?
La sua ricorrenza si celebra il sette febbraio, giorno del suo dies natalis, mentre il Martirologio Francescano lo ricorda il nove di novembre.
Ad Assisi in Umbria, beato Antonio da Stroncone, religioso dell’Ordine dei Frati Minori. — Martirologio Romano