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30 aprile

Beato Benedetto da Urbino (Marco Passionei)

Sacerdote cappuccino

Aggiornato il 15 settembre 2026

Origini e giovinezza

Il beato nacque il 13 settembre 1560 a Urbino, in provincia di Pesaro, ed è una gloria dei Frati Minori Cappuccini. Venne alla luce come il settimo degli undici figli nati dal matrimonio tra Domenico e Veronica Cibo, entrambi appartenenti a una nobile prosapia. Rimase orfano di entrambi i genitori all'età di sette anni, un dolore profondo che segnò la sua fanciullezza. I tutori lo condussero nel palazzo di famiglia situato a Cagli, dove ricevette, insieme ai fratelli, i primi rudimenti delle lettere. All'età di diciassette anni fu mandato a studiare presso l'università di Perugia e di Padova. Non si lasciò mai raffreddare nelle opere di pietà pur a contatto con molti giovani viziosi. Ogni mattina si recava in chiesa ad ascoltare la Messa e a fare sovente la comunione. Durante il giorno ripeteva di frequente gli atti di fede, di speranza e di carità. Poté così fronteggiare le insidie del demonio, del mondo e della carne con fortezza d'animo. A ventidue anni si laureò in filosofia e legge, coronando un percorso di studi impegnativo. Per suggerimento dei familiari che sognavano per lui onori e dignità, si recò a Roma, dove prestò servizio al cardinale Gian Girolamo Albani. Avendo capito tuttavia che la corte non era luogo adatto alle sue aspirazioni spirituali, si ritirò ben presto nella casa paterna di Fossombrone.

La chiamata alla vita cappuccina e la formazione

Alla lettura della Bibbia maturò il proposito definitivo di farsi cappuccino. Fu ricevuto dal Provinciale delle Marche dopo molte ripulse a causa della sua fragile costituzione fisica. Fu mandato a fare il noviziato a Fano, in provincia di Pesaro. Sotto la direzione del Padre Bonaventura da Sorrento fece mirabili progressi nella virtù. A causa delle frequenti infermità di stomaco i superiori decisero però di rimandarlo in famiglia. Ne pianse dal dolore e supplicò la Vergine Santissima di venire in suo aiuto in quel momento di prova. Insistette presso il Ministro generale dell'Ordine e ottenne di fare la professione religiosa nel 1585. Assunse il nome di Fra Benedetto in virtù degli ottimi requisiti morali che presentava alla comunità. Quel giorno si spogliò dei beni in favore dei poveri e propose di percorrere risolutamente la via della perfezione. Studiò teologia sotto la guida del Padre Girolamo da Castelferretti. Il Padre Girolamo da Castelferretti fu più tardi innalzato alla suprema dignità dell'Ordine. Dopo l'ordinazione sacerdotale fu approvato per il ministero della predicazione e si dedicò ad esso con grande zelo e semplicità di parole.

La missione in Boemia

In quel tempo l'eresia luterana faceva grandi danni alla Chiesa nelle regioni settentrionali d'Europa. Rodolfo II, imperatore d'Austria, e l'arcivescovo di Praga, Monsignor Berka, vennero a conoscenza del bene operato dai Cappuccini in altre nazioni. Supplicarono Clemente VIII affinché inviasse alcuni frati ad arginare l'eresia con la predicazione. Il papa ordinò al Padre Girolamo da Castelferretti di inviare dodici frati in Boemia per la missione tra gli ussiti e i luterani. San Lorenzo da Brindisi, morto nel 1619, fu costituito commissario della spedizione. Fra Benedetto fu uno dei frati prescelti per la missione nel 1598. Fu compagno di san Lorenzo da Brindisi nella predicazione tra gli hussiti e i luterani. Dopo pochi anni di fatiche dovette fare ritorno in patria a causa della malferma salute e delle difficoltà nell'apprendere la lingua locale. Nella sua provincia attese ancora alla predicazione e si dedicò alla gioventù, mirando soprattutto alla propria santificazione in uno sforzo costante.

Osservanza religiosa e umiltà

Fu sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini ed emerse sempre come modello di vita cappuccina. Fu più volte eletto all'ufficio di Guardiano nei conventi di Cagli, Fano, Pesaro, Osimo e Fossombrone. Fu eletto definitore della provincia a testimonianza del grande amore dimostrato per la regolare osservanza. I suoi confessori affermarono con giuramento di non avere trovato, nell'accusa delle sue mancanze, materia sufficiente di assoluzione. Nutriva un odio implacabile per il peccato. Raramente usciva di cella e più raramente ancora dal convento. Parlava poco per stare più unito a Dio. Quando la regola prescriveva il silenzio diventava addirittura muto. Aborriva i discorsi vani e non tollerava che si dicesse male del prossimo. Prendeva le difese di tutti, ma specialmente degli assenti. Aveva di sé un concetto così basso da non capire come i confratelli potessero sopportarlo. Se commetteva qualche mancanza, ne chiedeva venia pubblicamente. Più volte fu visto entrare in refettorio con al collo i cocci di un vaso infranto involontariamente, facendone penitenza a somiglianza di un novizio. Nei suoi quarant'anni di vita religiosa accettò vestiti nuovi soltanto due volte. Preferiva indossare tuniche e mantelli già rifiutati da altri perché logori e rattoppati. Per scrivere le prediche e le lettere si serviva di qualsiasi ritaglio di carta o di buste fattegli dare dai fratelli. Quando avvertiva il desiderio di una cosa, stabiliva di astenersene per mortificazione.

Penitenza e preghiera continua

Era travagliato da male di stomaco, dolori nefritici, una piaga in una gamba e un'ernia. A causa dell'ernia dovette subire quindici volte il taglio del chirurgo. Non si dispensò mai dalle penitenze e dai digiuni di regola. Non voleva che fossero preparati cibi speciali per lui. Il religioso beveva un po' di vino esclusivamente in caso di malattia e per ubbidienza. Consumava un solo pasto al giorno durante le novene della Santissima Vergine. Mangiava una sola volta al giorno tutti i venerdì, i sabati e le vigilie dei santi protettori. A chi lo esortava a nutrirsi di più e meglio rispondeva che poco bastava alla necessità e nulla alla sensualità. Era solito flagellarsi aspramente ogni giorno per la durata di mezz'ora. Indossava giorno e notte un cilicio fatto di crine. Nei giorni più solenni macerava il corpo servendosi di una lamina di ferro cosparsa di centinaia di punte di chiodi. Dormiva poco tempo ed era disteso sopra un tavolaccio. A quanti lo esortavano ad avere maggiori riguardi rispondeva di temere piuttosto di essere rimproverato per le troppe soddisfazioni accordate al corpo. Soggiungeva che era necessario affrettarsi a mettere in serbo qualcosa per l'eternità, vedendo gli anni scorrere veloci senza poter dire di aver acquistato meriti per il Paradiso. Nulla lo tratteneva dall'alzarsi a mezzanotte per cantare il Mattutino, incluse le frequenti infermità, il trovarsi fuori convento, la stanchezza del viaggio o la dispensa dei superiori. Non c'era pericolo che entrasse o uscisse di chiesa senza aver prima baciato la terra. Recitava l'ufficio divino sempre in piedi e, persino d'inverno, a capo scoperto. Terminato il mattutino, ritornava inosservato in chiesa rimanendo per lunghe ore genuflesso davanti al Santissimo Sacramento. A volte distendeva le braccia a forma di croce e restava a lungo in quella scomoda posizione meditando la Passione del Signore. Conscio della propria miseria e incapacità di fare il bene, si gettava spesso bocconi a terra per adorare e propiziare il Signore. Talvolta dagli occhi gli sgorgavano lacrime così abbondanti da bagnare il pavimento. Recitava ogni giorno il rosario, l'Ufficio della Beata Vergine, l'Ufficio dei morti, l'Ufficio dello Spirito Santo e della Croce, i sette salmi penitenziali, la corona della Passione e altre preghiere ai santi protettori. Visitava sette volte al giorno il Santissimo Sacramento, Maria Santissima e la croce collocata dai cappuccini in una cappella all'estremità della clausura.

Deotione eucaristica e carità operosa

Oggetto ordinario delle sue meditazioni erano i dolori del Figlio di Dio. Provava una così viva attrattiva per i dolori del Figlio di Dio che ascoltava il maggior numero possibile di Messe. Si preparava alla celebrazione della propria Messa flagellandosi aspramente, compiendo una lunga meditazione e profondi atti di umiltà. Mostrava un affetto del tutto speciale quando si accorgeva che qualcuno si comunicava sovente. Diceva di non riuscire a capire come tutto il mondo non amasse il Signore. Sospirava dicendo che gli uomini non amano il Signore perché non lo conoscono. Non passava mai davanti al tabernacolo senza prostrarsi bocconi a terra, baciare il pavimento, pronunciare devote giaculatorie o ripetere ininterrottamente la frase Ti amo. Il Signore volle provare la fedeltà del suo servo privandolo sovente delle consolazioni spirituali. Benché oppresso da desolazioni e aridità, fra Benedetto non venne mai meno ai suoi esercizi di devozione. Ovunque fu guardiano, il popolo era solito chiamarlo con il nome di santo. Costituito nella dignità di guardiano, gli sembrava che i doveri dei sudditi fossero diventati i suoi. Non si vergognava di aiutare il sagrestano nell'ornare la chiesa, il cuoco nel lavare le stoviglie, i novizi nello scopare i dormitori e i frati cercatori nel questuare il cibo per la comunità. A Cagli fu visto mendicare da un amico che cercò di dissuaderlo dal compiere un ufficio così poco conforme alla dignità del Guardiano. Il beato si limitò a dire all'amico di ritenere cosa migliore portare il peso del pane piuttosto che quello del peccato. In diversi luoghi si adoperò affinché la chiesa fosse ingrandita. Per pagare le spese di ingrandimento delle chiese non esitava a chiedere l'elemosina di porta in porta. I conventi in cui fu Guardiano emergevano tra gli altri per osservanza religiosa e interna concordia. Se un confratello cadeva in qualche difetto, egli lo ammoniva con benignità ed esigeva che ne facesse penitenza. Se il suddito si rifiutava o ne mostrava rincrescimento, fra Benedetto soddisfaceva la penitenza al posto del renitente. Anche quando fu eletto definitore della provincia, non venne a patti con la rilassatezza. Appena sapeva che in un convento si introduceva qualche abuso, scriveva subito lettere, esortava, minacciava e non si dava pace finché non sapeva che l'abuso era stato rimosso.

L'apostolo dei poveri e i miracoli

Fra Benedetto usciva dal convento ordinariamente soltanto per andare a questuare o a predicare. Non partiva mai per uscire se prima non aveva chiesto davanti a tutta la comunità perdono delle proprie mancanze, ottenuto la benedizione del superiore e fatto una breve visita al Santissimo Sacramento. Viaggiava sempre a piedi, a costo di cadere sfinito ai margini di una strada sassosa e polverosa a causa delle infermità e della stanchezza. Fra Benedetto preferiva alloggiare presso le famiglie più povere nel paese meta delle sue fatiche apostoliche. Conduceva nella sua stanza-cella una vita identica a quella dei confratelli in convento. Si alzava a mezzanotte dal letto per recitare il mattutino. Preferiva i paesi più oscuri alle grandi città e si procurò il nome di apostolo dei poveri. Fra Benedetto predicava in modo comprensibile a tutti. Flagellava i vizi senza rispetto umano e faceva speciali preghiere per i peccatori ostinati. Il suo confessionale era continuamente assiepato di penitenti. Ebbe da Dio il dono dei miracoli. Guariva i malati con il segno della croce, il tocco della mano e impartendo la benedizione con un reliquiario che portava sempre con sé. Era abilissimo nel tenere nascosti i carismi ricevuti da Dio. Quando un malato lo ringraziava per la guarigione, egli ne attribuiva il merito ad altri o fingeva di non capire. Dio gli aveva concesso di riconoscere la castità delle persone alla vista e all'odorato per indurle al pentimento. Aveva una cura particolare per i poveri oltre che per i malati. Voleva che ai poveri fosse sempre fatta l'elemosina. Durante la predicazione ordinava al suo compagno di non far partire alcun povero senza dargli almeno qualche noce. Quando non poteva soccorrere i poveri, li mandava dai suoi confratelli con una lettera di raccomandazione. Nel lasciare i paesi delle sue missioni, la gente gli si affollava intorno per baciargli la veste o le mani, raccomandarsi alle preghiere e ricevere la benedizione.

Transito, culto e scritti

Ricevette l'ordine di andare a predicare la quaresima a Sassocorvaro partendo dal convento di Cagli. Per strada fu colpito da un flusso di sangue da cui soffriva da anni. Iniziò la predicazione a Sassocorvaro ma dovette interromperla. Fu trasportato da dodici uomini sopra una sedia prima nel convento di Urbino e poi in quello di Fossombrone. Morì a Fossombrone il 30 aprile 1625. Prima di morire fu confortato dall'apparizione di San Filippo Neri, di cui era devoto. Dal suo corpo si sprigionò un soave olezzo di gigli e viole dopo la morte. I fedeli accorsero in massa a dargli l'estremo saluto. La venerazione dei fedeli fu tale che arrivarono a tagliuzzare i calli dei suoi piedi per ottenerne una reliquia. Pio IX beatificò Fra Benedetto da Urbino il 15 gennaio 1867. I suoi resti mortali sono conservati nel convento di Monte Sacro. Scrisse opuscoli ascetici, inni, sonetti e lettere varie. Gli scritti del beato si conservano nella biblioteca Passionei di Fossombrone.

Domande frequenti

Quando si festeggia il Beato Benedetto da Urbino?

La memoria liturgica del Beato Benedetto da Urbino si celebra il 30 aprile.

A Fossombrone nelle Marche, beato Benedetto da Urbino, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che fu compagno di san Lorenzo da Brindisi nella predicazione tra gli hussiti e i luterani. — Martirologio Romano