19 marzo
Beato Vincenzo (Kolë) Prennushi
Vescovo e martire
Aggiornato il 15 settembre 2026
Dagli anni della giovinezza alla vocazione francescana
Kolë Prennushi, conosciuto in seguito con il nome di fra Vinçenc, nacque a Scutari in Albania il 4 settembre 1885. Cresciuto nella sua città natale, frequentò fin da giovane il collegio francescano di Scutari, dove maturò la sua vocazione religiosa. Il 12 dicembre 1904 professò i voti religiosi nell'Ordine dei Frati Minori, assumendo il nome di fra Vinçenc, ovvero Vincenzo. Desideroso di approfondire gli studi ecclesiastici, venne inviato dai superiori a frequentare i corsi teologici nel Tirolo, preparandosi così al ministero sacerdotale che avrebbe segnato la sua intera esistenza.
Il cammino di preparazione si concluse con la sua ordinazione sacerdotale, celebrata il 19 marzo 1908. Pochi giorni dopo, il 25 marzo successivo all'ordinazione, padre Vinçenc celebrò la sua Prima Messa, inaugurando un ministero speso senza riserve. Subito dopo l'ordinazione, padre Vinçenc tornò in Albania, ritrovandosi a operare in un contesto storico e sociale di grande complessità. In Albania, da neanche due anni, era stata costituita la Provincia francescana della Santissima Annunziata sotto la guida del croato padre Lovro Mihacevic, e il Paese si trovava ancora sotto il dominio dell'impero ottomano. In quel periodo cominciavano a muoversi varie realtà nazionali con l'apertura di circoli culturali albanesi e si cominciò a pensare a un alfabeto di tipo latino per trascrivere la lingua locale.
Tuttavia, dal 1909 i fermenti culturali non furono più tollerati dai giovani turchi che avevano preso il potere a Istanbul. I giovani turchi proibirono la latinizzazione dell'alfabeto e organizzarono spedizioni militari sulle montagne albanesi per reprimere ogni spinta all'autonomia. La sollevazione di Scutari e del Kosovo nel 1910 fu spenta dopo una resistenza durata oltre tre mesi, segnando profondamente la popolazione locale. Padre Vinçenc fece proprie le istanze patriottiche e intuì che i turchi miravano a dividere gli albanesi e ad associare quelli di religione islamica contro l'unità nazionale. Per contrastare queste divisioni, cominciò a visitare i quartieri musulmani e cattolici invitando alla riconciliazione e guadagnandosi ben presto l'affetto della gente, che lo meritò dell'appellativo di angelo di Scutari.
Impegno civile, pastorale e produzione letteraria
Gli ottomani sembravano accettare l'autonomia albanese mentre proseguiva il suo apostolato di pace e concordia. Dopo una nuova rivolta nel luglio 1912 l'Albania poté dirsi libera ma per poco tempo, essendo contesa tra Grecia, Serbia e Montenegro. Il Montenegro assediò Scutari e saccheggiò le campagne dei dintorni, portando miseria e sofferenza tra la popolazione. In questo scenario drammatico, padre Vinçenc predicava instancabilmente la concordia e soccorreva i poveri con ogni mezzo a sua disposizione, confermando la sua dedizione instancabile al prossimo.
Le sue doti di governo e di intellettuale non passarono inosservate, tanto che ricevette incarichi di responsabilità nel suo Ordine tra cui direttore della stampa di Scutari, rettore di un collegio e guardiano del convento di Scutari. Si rivelò un apprezzato predicatore e conferenziere, capace di raggiungere i cuori dei fedeli con la parola scritta e parlata. La sua vena culturale si espresse attraverso la stesura di molte opere letterarie di carattere religioso, tra cui un libro su san Francesco e uno su sant'Antonio, volti a nutrire la spiritualità del popolo. Accanto ai testi devozionali, scrisse opere su temi politici come Nel campo della vera democrazia, edito nel 1922, riflettendo sul bene comune e sulla giustizia sociale. La sua vasta produzione letteraria comprende anche la poesia basata sulle tradizioni popolari, testimoniando il suo profondo amore per l'identità e la cultura albanese. Nel 1926 padre Vinçenc venne eletto padre provinciale, guidando i frati minori in anni densi di sfide.
Continuando il suo servizio all'interno della Chiesa, dal 1943 fu amministratore apostolico dell'Albania Meridionale, estendendo la sua cura pastorale oltre i confini della sua terra d'origine. Mantenne l'incarico di provinciale fino al 19 marzo 1946, giorno in cui si concluse un mandato vissuto con esemplare dedizione. La stima della Santa Sede nei suoi confronti trovò conferma quando papa Pio XII lo nominò vescovo di Sappa il 19 marzo 1946. Precedentemente, il 26 giugno 1940, era stato trasferito alla sede episcopale di Durazzo, prendendo possesso della sede di Durazzo in un'atmosfera festosa anche da parte degli abitanti cattolici che vedevano in lui un pastore buono e autorevole.
L'avvento del regime comunista e il primato nella Chiesa albanese
Ogni estate monsignor Prennushi si recava in villeggiatura a Delbinist sul Mar Adriatico, abituale residenza dei vescovi di Durazzo, per brevi momenti di sosta. A partire dal 1945 le sue vacanze non furono semplici perché i comunisti avevano iniziato a limitare la libertà di tutte le religioni, seminando il timore tra i credenti. Nonostante il clima di crescente tensione, i contadini affluivano sempre di più da lui per ascoltare parole di speranza e trovare conforto nella fede. Le persecuzioni in ambito cattolico si accanirono particolarmente contro i francescani e i gesuiti per le loro opere di consolidamento dell'identità nazionale e della fede cristiana.
Nel 1945 il nunzio apostolico in Albania monsignor Leone Giovanni Battista Nigris cercò di portare la questione a papa Pio XII per informare la Santa Sede della gravità della situazione. Tuttavia, il nunzio apostolico si vide impedito dal governo sul punto di rientrare, subendo un esilio di fatto che troncò ogni via di comunicazione diplomatica diretta. Alla morte dell'arcivescovo di Scutari monsignor Gaspër Thaçi nel maggio 1946, monsignor Prennushi divenne il Primate della Chiesa albanese, assumendo la guida spirituale in un momento di estremo pericolo. Intanto cominciarono a giungere notizie dei primi arresti e delle uccisioni di sacerdoti in tutto il Paese.
Profondamente addolorato per la sorte dei suoi confratelli e sacerdoti, confidò al nipote Mikel il suo rammarico dicendo che era una vergogna per coloro che erano ancora fuori di prigione, sentendosi quasi in colpa per essere ancora libero. Nel gennaio 1947, una sera, mentre si trovava in episcopio con il nipote, fu raggiunto da emissari del governo che lo convocavano a Tirana. Il mattino seguente partì e né i suoi amici né i suoi parenti lo videro più da uomini liberi. Poco dopo la sua partenza, gli agenti della polizia segreta saccheggiarono il suo ufficio e distrussero il suo crocifisso di legno, simbolo della sua fede. Con lungimiranza e amore filiale, il nipote conservò alcuni frammenti del crocifisso insieme ad altri oggetti e a qualche libro, salvando la memoria di quel giorno drammatico.
L'interrogatorio, la condanna e la testimonianza nel carcere
Giunto a Tirana, monsignor Prennushi fu condotto da Enver Hoxha in persona per un colloquio che avrebbe deciso le sorti della Chiesa albanese. Il capo di Stato lo aveva convocato apparentemente per consultarlo sui problemi della Chiesa cattolica in Albania, usando toni di apparente cortesia. Subito dopo, tuttavia, Enver Hoxha gli rivelò i reali intenti chiedendogli di prendere il comando di una Chiesa nazionale separata da Roma, facendo leva sui suoi ideali patriottici. Con fermezza evangelica, l'arcivescovo rifiutò decisamente tutte le proposte poiché la fedeltà al Papa fu più forte dell'amor patrio.
Di fronte al suo rifiuto, un dittatore ordinò di imprigionare il vescovo, scatenando contro di lui una campagna di delegittimazione. Il dittatore calunniò pubblicamente il vescovo nei suoi discorsi ufficiali, cercando di infangarne la reputazione davanti ai fedeli. Le accuse rivolte al vescovo furono le stesse mosse ad altri cattolici processati e condannati a morte durante il regime comunista: il vescovo fu accusato di collaborazionismo con i fascisti, di complicità con il Vaticano e di complotti ai danni del popolo. Durante il processo, il vescovo si difese affermando di non aver mai pensato male o agito verso gli altri durante la sua esistenza e dichiarò di aver sempre cercato di fare il bene verso tutti senza discriminazioni. Tale difesa non evitò al vescovo la condanna a venti anni di lavori forzati, una pena severissima inflitta a un uomo anziano.
Il vescovo fu rinchiuso in una cella di trenta per cinquanta metri quadrati circa insieme ad altri prigionieri, in condizioni di estrema precarietà. Nonostante le sofferenze, il vescovo ascoltava spesso le confidenze dei compagni di cella quando gli veniva chiesto, offrendo ascolto e comprensione. Il vescovo raccontava a volte episodi personali con un profondo senso di fraternità ma solo per confortare gli altri, senza mai lamentarsi della propria sorte. Una pia donna consegnava al vescovo del cibo in più che egli divideva prontamente con quanti lo circondavano, testimoniando la carità anche nella privazione. Lo scrittore e saggista Arshi Pipa, incarcerato con lui, raccolse le sue confidenze, e fu proprio a lui che il vescovo raccontò le torture subite nelle mani dei carnefici.
Le sofferenze estreme, la malattia e il transito al cielo
Il vescovo subì torture consistite in percosse con spranghe di legno e trattamenti inumani da parte degli aguzzini della polizia politica. In un episodio particolarmente crudele, il vescovo fu appeso, legato mani e piedi, a un gancio che dava sulla porta dei bagni dell'ufficiale della Sigurimi. Veniva staccato dalle torture solo quando era ormai svenuto, e con straordinario spirito di sopportazione arrivava a paragonarsi sarcasticamente a una mucca nell'affumicatoio. Oltre alle sevizie, fu obbligato a trasportare tronchi lungo la collina accanto alla prigione di Durazzo, un compito gravoso per le sue condizioni fisiche. Il vescovo aveva sessantacinque anni ed era anziano, oltre a soffrire di ernia, ma si presentò comunque con gli altri detenuti per l'incombenza dei tronchi imposta dalle guardie.
Gli altri detenuti cercarono di aiutarlo lasciandogli i tronchi più leggeri per risparmiargli fatiche insostenibili. Il vescovo faticò molto, cadde più volte e rimase senza il fiato, mentre i soldati presero in giro il vescovo usando l'epiteto parroco come un'offesa dispregiativa. La salute dell'anziano presule cedette progressivamente sotto il peso dei maltrattamenti e dei lavori forzati. Nel novembre 1948 monsignor Prennushi era grave per una malattia cardiaca che ne comprometteva l'esistenza. In quel periodo il vescovo lasciava molto di rado la cella quando gli veniva concesso di uscire nel cortile, consumato dalla malattia e dalla stanchezza.
Di fronte all'aggravarsi delle sue condizioni, il vescovo fu mandato nell'ospedale del carcere, costituito da una baracca vicina all'ospedale centrale di Durazzo. I medici riscontrarono che il vescovo aveva crisi d'asma oltre ai problemi cardiaci, che lo lasciavano sfinito e senza forze. Il vescovo sperò fino all'ultimo di essere liberato quando si diffusero voci di un'amnistia in seguito alla rottura del regime con la Jugoslavia. Durante una delle ultime notti, il vescovo fu udito mormorare riflessioni sul Mehr Licht di Goethe e sulla luce cercata dal poeta alla sua morte, esprimendo il desiderio dell'incontro definitivo con Dio. Il vescovo morì pochi giorni dopo il 19 marzo 1949, e la morte avvenne proprio il giorno dell'anniversario della sua ordinazione episcopale, suggellando una vita offerta interamente per amore di Cristo.
Il culto dei martiri e la beatificazione
Dopo il decesso, il corpo del vescovo fu reso alla famiglia per la sepoltura. Il fratello del vescovo Anton, aiutato da alcuni amici, fabbricò una bara dove lo depose con pietà filiale. Il corpo fu fatto seppellire di nascosto nella cattedrale di Durazzo, sottraendolo momentaneamente alla furia iconoclasta del regime. Tuttavia, nel 1967 la sepoltura fu profanata prima di essere chiusa definitivamente dalle autorità comuniste. Le ossa dell'arcivescovo furono disperse su una collina, e la dispersione delle ossa faceva parte di una damnatio memoriae riservata a chi non aveva voluto diventare un uomo nuovo per il regime.
La testimonianza del Beato Vincenzo si inserisce in una più vasta schiera di testimoni della fede fioriti nella Chiesa albanese. L'Ordine dei Frati Minori ha dato altri martiri alla Chiesa in Albania, confermando la vocazione al martirio della Provincia francescana. Molti martiri dell'Ordine dei Frati Minori sono compresi nell'elenco dei 38 beatificati a Scutari il 5 novembre 2016, in una solenne celebrazione che ha riconosciuto l'eroismo di quei figli della Chiesa. Monsignor Prennushi fu messo a capo del gruppo dei beatificati, quale guida e simbolo luminoso della persecuzione subita dai cattolici in Albania.
Tra i beatificati del gruppo figurano i padri Gjon Shllaku, Serafin Koda, Bernardin Palaj, Mati Prendushi, Cyprian Nika, Gaspër Suma e Karl Serreqi, compagni di fede e di ideale nella testimonianza cristiana. Per completare la memoria delle sue origini, si ricorda che monsignor Prennushi è nato a Scutari in Albania il 4 settembre 1885. La sua figura continua a risplendere come faro di fede incrollabile e di amore fraterno, ricordando a ogni generazione di credenti la bellezza di appartenere totalmente al Signore.
Il cammino di fede
Il percorso spirituale di Vincenzo Prennushi ha avuto inizio nella sua terra natale di Scutari, dove ha maturato la vocazione al sacerdozio. Il diciannove marzo del 1908, egli riceveva l'ordinazione presbiterale, dando avvio a un ministero che lo avrebbe condotto in diverse realtà, tra cui il Tirolo, per approfondire il suo legame con il Signore. La sua solida preparazione e la dedizione al servizio ecclesiale lo hanno preparato alle sfide che il futuro gli avrebbe riservato. Nel 1940, in un periodo storico estremamente complesso, è stato nominato vescovo di Durazzo, assumendo la guida pastorale di una porzione di Chiesa che si apprestava a vivere la prova del fuoco sotto il regime comunista.
La fedeltà del pastore è stata messa alla prova quando le autorità hanno preteso la creazione di una Chiesa nazionale, separata dall'autorità del Papa. Con spirito di fermezza e umiltà, il Beato Vincenzo ha opposto un rifiuto deciso, consapevole che l'unità della Chiesa non può essere sacrificata per meri interessi terreni o ideologie umane. Questa scelta, dettata dall'amore per la verità cattolica, ha provocato l'ira del regime. Arrestato e sottoposto a un duro processo, è stato condannato a venti anni di lavori forzati. La prigionia, affrontata con la dignità dei santi, si è conclusa il diciannove marzo 1949, nel medesimo giorno in cui, quarantuno anni prima, aveva consacrato la sua vita a Dio. La morte in prigionia rappresenta il compimento di un sacrificio iniziato molto tempo prima, rendendo la sua testimonianza una pietra miliare per la Chiesa d'Albania.
Il ricordo e la venerazione
La figura del Beato Vincenzo Prennushi è custodita con profonda devozione all'interno della memoria dei martiri albanesi. La Chiesa, nel riconoscere il valore del suo sacrificio, lo ha elevato agli onori degli altari il cinque novembre 2016, in una solenne celebrazione avvenuta a Scutari. Questo atto ha confermato ufficialmente la santità di un uomo che ha saputo trasformare la sofferenza delle catene in un inno di lode al Creatore.
Oggi, il Beato Vincenzo è venerato insieme al gruppo dei trentotto martiri d'Albania, una schiera di testimoni che hanno illuminato le tenebre di un regime oppressivo con la luce della carità e del perdono. La sua commemorazione, che avviene unitamente a quella dei compagni di martirio, invita i fedeli a riflettere sulla preziosità della libertà religiosa e sulla necessità di restare ancorati alla comunione ecclesiale in ogni circostanza della vita. La sua intercessione è invocata con fiducia, affinché la fede, purificata dal dolore, possa continuare a germogliare nei cuori di tutti i cristiani.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Vincenzo Prennushi?
La memoria liturgica del Beato Vincenzo Prennushi si celebra il 19 marzo.
Di cosa è patrono il Beato Vincenzo Prennushi?
Non sono menzionati titoli di patronato specifici nei fatti forniti.