3 agosto
Beato Antonio Arrué Peiró
Postulante orionino, martire
Aggiornato il 15 settembre 2026
Origini e giovinezza
Antonio Arrué Peiró nacque il quattro aprile millenovecentootto a Calatayud, presso Saragozza, in Spagna. I suoi genitori si chiamavano Antonio Arrué Marconel e Agueda Peiró Caballer, persone di modeste condizioni economiche e di buoni costumi cristiani. La tradizione familiare custodiva anche la memoria di un vescovo domenicano nelle Isole Filippine, morto nel millenovecentottantasei, tra i parenti dei genitori. Pochi giorni dopo la nascita, esattamente il nove aprile dello stesso anno, ricevette il Battesimo nella Collegiata di Santa Maria del suo paese. Nella medesima chiesa, il quattro novembre millenovecentootto, gli fu amministrata la Cresima. Qualche tempo dopo ricevette anche la Prima Comunione, suggellando l'inizio del suo cammino nella fede. Antonio frequentò per qualche anno la scuola di Calatayud, retta dai Fratelli Maristi, completando il ciclo delle scuole primarie. In seguito imparò dal padre l'arte di intagliatore del legno, lavorando nella piccola falegnameria di famiglia. La sua giovinezza fu tuttavia segnata da profondi dolori familiari che incisero radicalmente sul suo destino. Nel millenovecentoventitré aveva perso la madre, e il ventidue agosto millenovecentoventisei divenne orfano anche del padre. Nello stesso anno millenovecentoventiseiesimo gli venne a mancare pure una sorella maggiore di nome Maria Cruz, la terza figlia nata dopo due femmine. Questi lutti dolorosi e il conseguente abbandono da parte del resto dei parenti lo portarono a vivere una condizione di solitudine e di miseria. Gli unici parenti rimasti decisero di internarlo in un ospedale psichiatrico a Saragozza per disfarsi di lui. Dall'ospedale psichiatrico fuggì ben due volte, dimostrando una ferma determinazione a riprendere in mano la propria esistenza. In seguito confidò a uno zio di non essere affatto pazzo, di non voler stare rinchiuso in quel luogo, di desiderare di fuggire ancora, di andare lontano e di farsi missionario.
L'incontro con don Riccardo Gil Barcelón e l'opera orionina
All'età di ventitré anni, Antonio arrivò a Valencia dopo un lungo percorso di sofferenza. Nel millenovecentotrentuno, mentre si trovava fuori dalla chiesa di Nostra Signora degli Abbandonati, fu avvicinato da don Riccardo Gil Barcelón. Don Riccardo Gil Barcelón era un sacerdote dei Figli della Divina Provvidenza, tornato in Spagna per ordine del fondatore don Luigi Orione, che sarebbe stato in seguito canonizzato nel duemilaquattro. Don Riccardo aveva conosciuto personalmente don Luigi Orione durante un pellegrinaggio a Roma, accogliendone pienamente lo spirito di carità. Antonio raccontò la propria travagliata storia al sacerdote, il quale decise di prenderlo in casa propria per verificare con attenzione la sua vocazione. Il giovane si dimostrava serio nei suoi propositi, lavorava instancabilmente e aiutava generosamente don Riccardo nel servizio ai malati di tubercolosi e nella celebrazione della Santa Messa. Prestavano il loro servizio cristiano nella chiesa dove si erano incontrati e nell'ospedale destinato ai tubercolotici. Don Riccardo scrisse a don Orione e al vicario don Carlo Sterpi manifestando il vivo desiderio di condurre Antonio a Tortona per fargli avere una regolare formazione religiosa. Considerandolo ormai un postulante della Congregazione, padre Riccardo prese a dargli anche lezioni di latino. Purtroppo i crescenti disordini in Spagna non facilitavano affatto gli spostamenti e rendevano la situazione sempre più tesa. Don Riccardo era tenuto costantemente d'occhio dai miliziani a causa del suo vivere coraggioso e profondamente cristiano. La gente del vicinato, specialmente le donne, voleva molto bene a padre Riccardo e in più di un'occasione lo aveva difeso dai pericoli esterni. Padre Riccardo fu arrestato improvvisamente verso le dieci del mattino del primo agosto millenovecentotrentasei, con l'accusa infondata di aver nascosto armi e bombe nella propria abitazione. Antonio non si trovava in casa al momento dell'arresto, ma accorse immediatamente non appena seppe la notizia. Antonio dichiarò con fierezza di vivere con don Riccardo da ben cinque anni, condividendo ogni cosa con lui. I miliziani caricarono entrambi sulla loro camionetta, affermando con spietata freddezza che Antonio avrebbe fatto la stessa fine del suo padrone. Nonostante le proteste accorate della gente che li amava e li stimava, furono portati via con la forza. I pochi averi di don Riccardo, precedentemente gettati fuori dalla finestra della casa, furono dati alle fiamme sulla pubblica via.
Il martirio e la sepoltura
Condotti nei luoghi di detenzione, don Riccardo e Antonio subirono un sommario e brutale interrogatorio. Al termine del procedimento furono ritenuti colpevoli di non aver voluto aderire alla Federazione Anarchica Iberica e di essere considerati nemici del popolo. Furono trattenuti nella prigione a Valencia fino alle prime ore del tre agosto millenovecentotrentasei. All'interno della prigione e lungo i trasferimenti, Antonio portava intorno alla vita un cordone di canapa con dei nodi, usato come austero strumento di penitenza e cilicio corporale. Il tre agosto furono trasportati nella località di El Saler, in riva al mare, per l'esecuzione della condanna capitale. Un miliziano impose a entrambi di gridare «Viva la Federazione Anarchica Iberica!» per poter avere salva la vita. Di fronte a tale richiesta, don Riccardo alzò con forza il Crocifisso che portava sempre con sé ed esclamò «Viva Cristo Re!», ripetendo lo stesso grido pronunciato durante l'interrogatorio. Il miliziano ordinò a don Riccardo d'inginocchiarsi sulla sabbia e gli sparò freddamente alla nuca. Antonio, vedendo il suo padre spirituale cadere a terra, ebbe il cranio fracassato con il calcio del fucile da un altro carnefice mentre tentava coraggiosamente di sorreggerlo. Il cognato di don Riccardo, Jesús Montolio Marzo, di professione medico, fu chiamato in seguito ad identificarne il cadavere nel deposito dell'Ospedale Provinciale di Valencia. I corpi di Antonio e di don Riccardo furono sepolti nel cimitero generale di Valencia, precisamente nel Campo de los Caídos. Successivamente, la costruzione di altre tombe e la sovrapposizione di casse hanno purtroppo reso impossibile la futura riesumazione dei resti mortali.
Il cammino della causa di beatificazione
La causa di beatificazione, volta a dimostrare il martirio subito in odio alla fede cattolica, iniziò formalmente a Valencia con il processo informativo aperto il ventidue febbraio millenovecentosessantadue. Tale processo informativo si concluse dieci anni più tardi con la raccolta delle testimonianze. La causa fu tuttavia temporaneamente arrestata per ordine del Papa san Paolo VI per ragioni di opportunità pastorale e diplomatica, come avvenne analogamente per altre cause di potenziali martiri uccisi durante la tragica guerra civile spagnola. La Santa Sede concesse successivamente il nulla osta il ventuno agosto millenovecentonovantacinque. La causa riprese ufficialmente il ventisei febbraio millenovecentonovantanove con l'inchiesta diocesana suppletiva presso la Curia ecclesiastica di Valencia. Gli atti del precedente processo informativo e della nuova inchiesta suppletiva furono convalidati dalla Congregazione delle Cause dei Santi il diciannove novembre millenovecentonovantanove. La dettagliata Positio super martyrio fu quindi consegnata nel duemila. I Consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi si pronunciarono favorevolmente sull'effettivo martirio dei due Servi di Dio il ventotto settembre duemiladieci. I cardinali e i vescovi membri della Congregazione emisero un parere positivo analogo il ventinove ottobre duemiladodici. Papa Benedetto XVI autorizzò infine la promulgazione del decreto che dichiarava ufficialmente martiri don Riccardo Gil Barcelón e Antonio Arrué Peiró il venti dicembre duemiladodici, ricevendo in udienza il cardinale Angelo Amato. La solenne beatificazione fu celebrata il tredici ottobre duemilatredici a Tarragona. La celebrazione liturgica della beatificazione fu presieduta dal cardinale Amato come delegato speciale del Santo Padre. Durante la medesima e memorabile cerimonia furono elevati agli altari cinquecentoventidue martiri uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola. La memoria liturgica dei due martiri orionini spagnoli venne originariamente fissata al sei novembre, giorno in cui le diocesi spagnole ricordano tradizionalmente i loro Martiri del ventesimo secolo.
Il cammino di fede
La storia di Antonio Arrué Peiró ha inizio a Calatayud, dove nasce nel 1908. La sua giovinezza è segnata da una ferita profonda quando, nel 1926, rimane orfano di entrambi i genitori. In questo momento di solitudine, la sua fede si fa rifugio e orientamento, conducendolo verso una ricerca spirituale che trova compimento nel 1931 a Valencia. È in quella città che avviene l'incontro determinante con don Riccardo Gil Barcelón, un sacerdote che diviene per lui guida e compagno di un apostolato votato alla misericordia. Antonio, pur vivendo la sua condizione di laico, sceglie di dedicare le sue energie al sollievo di chi soffre nel corpo e nello spirito, impegnandosi con dedizione nell'assistenza ai malati di tubercolosi. Il suo operato non è dettato da ambizioni personali, ma da un puro desiderio di carità, che si manifesta nel contatto quotidiano con il dolore altrui. La sua vita trascorre tra Calatayud, Saragozza e Valencia, tessendo una trama di relazioni umane illuminate dalla luce della fede. Nonostante il clima di crescente ostilità che caratterizza quegli anni in Spagna, Antonio prosegue il suo servizio con costanza, senza mai rinnegare la propria appartenenza a Cristo né abbandonare il proprio dovere di cristiano verso i bisognosi.
La testimonianza suprema
L'estate del 1936 segna per il Beato Antonio l'ultimo atto della sua esistenza terrena. Il primo agosto, le tensioni politiche e la persecuzione religiosa portano all'arresto di Antonio e di don Riccardo Gil Barcelón. Nonostante la minaccia imminente, egli mantiene ferma la propria testimonianza. Il 3 agosto 1936, a El Saler, nei pressi di Valencia, Antonio Arrué Peiró viene ucciso in odio alla fede, coronando il suo percorso di laico orionino con il dono totale del proprio sangue. La sua morte non è la fine di un progetto, ma la pienezza di una vita spesa per il Signore. Il riconoscimento ufficiale della Chiesa giunge molti anni dopo, il 13 ottobre 2013, quando Papa Francesco lo eleva agli onori degli altari, proclamandolo Beato. La memoria di questo martire del ventesimo secolo è celebrata con particolare intensità il 6 novembre, insieme a quella dei tanti testimoni che in Spagna hanno dato la vita per Cristo, ricordando a ogni generazione che la fedeltà al Vangelo è una via che richiede coraggio, umiltà e una fiducia incrollabile nell'amore di Dio, capace di vincere ogni violenza e ogni oscurità.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Antonio Arrué Peiró?
La sua memoria liturgica si celebra il 6 novembre, giorno in cui le diocesi spagnole ricordano i martiri del ventesimo secolo.
Chi era il Beato Antonio Arrué Peiró?
Era un giovane postulante della congregazione dei Figli della Divina Provvidenza, vissuto accanto a don Riccardo Gil Barcelón e morto martire per la fede in Spagna nel 1936.