28 marzo
Beato Domenico Maçaj
Sacerdote e martire
Aggiornato il 15 settembre 2026
La formazione e il ministero
Dedë Mačaj, noto anche con il cognome Gjonaj, ha visto la luce nel villaggio di Mat i Jushi, in Albania, il 5 febbraio 1920. Cresciuto con il desiderio di servire il Signore nel sacerdozio, è stato accolto come alunno nel Collegio Saveriano di Scutari, una rinomata istituzione retta dai padri Gesuiti. Successivamente, per perfezionare i suoi studi teologici e pastorali, ha completato la propria formazione presso la Pontificia Università Urbaniana. Il percorso di preparazione al presbiterato si è concluso a Roma, dove ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale nel corso dell'anno 1944. L'anno successivo all'ordinazione, animato da zelo apostolico, ha fatto ritorno in patria. Il suo rientro è avvenuto proprio all'inizio della persecuzione religiosa scatenata dal regime comunista contro la Chiesa cattolica. In un primo momento, don Dedë ha svolto l'incarico pastorale di viceparroco della cattedrale di Scutari, operando a stretto contatto con la comunità cittadina. In seguito, è diventato il successore di don Ndre Zadeja come parroco di Sheldija. Don Ndre Zadeja era stato tragicamente fucilato il 25 marzo 1945.
L'arresto e il martirio
Poco dopo essere diventato parroco di Sheldija, il sacerdote è stato chiamato al servizio militare, svolgendo le mansioni di autista di un veicolo sanitario. I suoi trascorsi di studio a Roma e il suo gravoso ruolo di sacerdote lo rendevano profondamente sospetto agli occhi dei funzionari del regime. L'occasione concreta per il suo arresto è nata da un incidente occorso con il suo veicolo, che lo ha costretto a rientrare in ritardo in caserma. Immediatamente, le autorità lo hanno accusato di sabotaggio. È stato sottoposto a indicibili torture per la durata di quindici giorni, al punto da risultare quasi irriconoscibile persino ai suoi commilitoni. Successivamente, il commissario politico del regime ha tenuto un discorso davanti a tutta la truppa e al sacerdote prigioniero. Il commissario ha affermato con arroganza che il regime aveva sconfitto nemici ben più forti e che l'armata aveva ancora colpi a disposizione per i traditori. Rivolgendosi poi alla truppa, composta anche da soldati fedeli al partito comunista, ha chiesto che cosa meritasse la presunta spia del Vaticano. La risposta della truppa, manipolata dal clima di terrore, è stata che meritava un colpo in testa. Quella drammatica situazione richiamava alla mente la domanda posta da Ponzio Pilato alla folla prima della condanna di Gesù. Senza che venisse celebrato alcun processo-farsa, don Dedë è stato spogliato della divisa militare. Posto in catene, è stato condotto davanti al muro delle esecuzioni, dove otto soldati erano pronti a fare fuoco. Giunto sul luogo della condanna, si è accasciato in ginocchio e ha iniziato a pregare a mezza voce. Il commissario politico si è avvicinato per rimproverarlo aspramente. Il sacerdote ha risposto con voce ferma, chiedendo di essere lasciato tranquillo, e ha ripreso immediatamente la sua preghiera. Rivolgendosi direttamente al plotone, ha dichiarato apertamente di essere assassinato per odio contro la Chiesa cattolica. Con grande nobiltà d'animo, ha affermato di non provare alcuna amarezza né odio per coloro che lo stavano fucilando. Alzando gli occhi al cielo e compiendo un ampio gesto verso i suoi persecutori, ha gridato a gran voce: 'Viva Cristo Re! Viva il Papa! Viva l'Albania!'. Quando è stata impartita l'esecuzione, la prima scarica di pallottole non sembrava avergli fatto alcun danno, suscitando lo stupore dei soldati presenti. Il sacerdote si è spostato di circa un metro, continuando imperterrito a pregare. Alcuni membri del plotone, colpiti da quel prodigio e dalla sua innocenza, hanno supplicato di risparmiarlo. Al contrario, gli attivisti del partito comunista hanno urlato con ferocia di tirargli una pallottola in testa. Raggiunto dai colpi definitivi, il sacerdote è crollato a terra senza vita. È morto all'età di ventisette anni il 28 marzo 1947 a Përmet, in Albania. Il suo nome è compreso nell'illustre elenco dei trentotto martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi. È stato solennemente beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Del medesimo gruppo di martiri fanno parte anche don Ndre Zadeja e altri diciotto sacerdoti diocesani.
La vita e il martirio
La vicenda terrena del Beato Domenico Maçaj si sviluppa interamente nel corso del ventesimo secolo, in una terra provata dalle sofferenze. Dopo aver completato gli studi e aver ricevuto l'ordinazione sacerdotale a Roma nel 1944, egli ha fatto ritorno in Albania, offrendosi totalmente al servizio del Vangelo. Il suo impegno pastorale si è concretizzato in varie comunità, tra cui Scutari e Sheldija, dove ha cercato di sostenere i fedeli in un clima politico sempre più ostile alla religione. Anche durante il periodo del servizio militare, svolto come autista di un veicolo sanitario, ha mantenuto ferma la sua vocazione sacerdotale, restando fedele alla propria missione nonostante le crescenti difficoltà imposte dal regime.
La testimonianza suprema di Domenico Maçaj avviene nel 1947 a Përmet. Arrestato ingiustamente dalle autorità del tempo con la falsa accusa di sabotaggio, egli è stato sottoposto a dure torture, nel tentativo di spezzare la sua volontà e la sua adesione a Cristo. Nonostante la sofferenza e l'assenza di un regolare processo, ha affrontato la morte con la dignità propria dei servi di Dio. È stato fucilato dal regime comunista, sigillando con il sangue il suo legame con il Signore. La sua vita, seppur breve, rimane un segno indelebile di coraggio spirituale e di fedeltà alla Chiesa, capace di superare ogni violenza umana. Oggi, il suo ricordo ci interpella sulla profondità del nostro impegno cristiano e sulla capacità di restare saldi nella fede anche quando il mondo intorno sembra smarrire la via della giustizia e della carità.
Il culto e la beatificazione
Il Beato Domenico Maçaj viene onorato oggi all'interno del novero dei trentotto martiri albanesi, un gruppo di testimoni che hanno subìto la medesima sorte per la loro incrollabile fedeltà alla Chiesa. La Chiesa universale ha ufficialmente riconosciuto la santità di questo sacerdote attraverso la solenne cerimonia di beatificazione, presieduta da Papa Francesco il cinque novembre duemilasedici.
Questo atto ha restituito alla memoria collettiva il sacrificio di un uomo che ha saputo trasformare la propria fine ingiusta in un atto di suprema testimonianza. Il culto del Beato Domenico Maçaj, insieme a quello degli altri martiri albanesi, invita i fedeli a riflettere sulla preziosità della libertà religiosa e sul valore del dono di sé. La sua figura è un richiamo costante alla preghiera per coloro che ancora oggi soffrono per la fede, ricordandoci che il martirio non è una sconfitta, ma il compimento del cammino di un pastore che ha dato la vita per il gregge affidatogli dal Signore.
Domande frequenti
Quando si festeggia il Beato Domenico Maçaj?
La memoria liturgica del Beato Domenico Maçaj si celebra il 28 marzo.