1 settembre
San Giosuè
Patriarca
Aggiornato il 15 settembre 2026
Le origini e il servizio accanto a Mosè
San Giosuè visse nel dodicesimo secolo avanti Cristo e apparteneva alla tribù ebraica di Efraim, discendente dal secondo figlio di Giuseppe. In origine il suo nome era Osea, figlio di Nun. Fin dalla giovinezza, come riportato nel libro dei Numeri, Giosuè fu al servizio di Mosè e si distinse come uno dei suoi discepoli più fedeli. La sua figura compare nella Bibbia già durante i primi avvenimenti vissuti da Israele nel deserto del Sinai dopo l'uscita dall'Egitto. Tra i suoi primi compiti vi fu la custodia della tenda santa dell'alleanza, che costituiva il santuario mobile degli israeliti nel deserto. Fu durante questi anni che Mosè cambiò il nome di Osea in Giosuè, un termine che possiede il significato simbolico e profondo di 'il Signore salva'.
La prima menzione esplicita di Giosuè si trova nel libro dell'Esodo, quando gli ebrei, fuggiti dall'Egitto sotto la guida di Mosè, si trovarono a combattere contro gli Amaleciti durante il viaggio nel deserto. Gli Amaleciti erano una tribù di nomadi storicamente nemica di Israele, con la quale gli scontri avvenivano di frequente per il controllo delle sorgenti d'acqua nelle oasi. Mosè incaricò Giosuè di selezionare gli uomini più validi e di affrontare in battaglia Amalek, il capo nemico. Lo scontro condotto da Giosuè avvenne a Refidim, nel deserto del Sinai. Mentre Giosuè combatteva sul campo, Mosè, Aronne e Cur osservavano lo scontro dalla cima di una collina. L'andamento della battaglia dipendeva misteriosamente dalle braccia di Mosè: la vittoria infatti inclinava verso gli ebrei quando egli le teneva alzate, mentre s'inclinava verso i nemici quando le abbassava per la fatica. Aronne e Cur sorressero allora le braccia di Mosè verso l'alto fino al tramonto, permettendo a Giosuè di riportare una piena vittoria al termine della battaglia di Refidim. Questa prima vittoria militare legò per sempre il nome di Giosuè alle imprese di guerra di Israele.
Il legame con Mosè si rinsaldò ulteriormente quando Giosuè svolse il ruolo di assistente sulla vetta del Monte Sinai. Secondo il libro dell'Esodo, Giosuè fu il solo ad accompagnare Mosè sul monte Horeb per la consegna dei Dieci Comandamenti, rimanendo in disparte mentre il maestro riceveva la Legge divina. La tradizione e i testi sacri attestano la sua costante vicinanza a Mosè fino agli ultimi momenti della vita di quest'ultimo.
La vocazione alla guida e la successione
Prima di morire sul monte Nebo all'età di centoventi anni, dopo aver benedetto le dodici tribù e contemplato la Terra Promessa, Mosè investì solennemente Giosuè come suo successore. Secondo quanto prescritto nel libro dei Numeri, Dio ordinò a Mosè di scegliere Giosuè come uomo dotato dello spirito e di imporgli le mani. A causa dell'imposizione delle mani da parte di Mosè, Giosuè fu colmato dallo spirito di sapienza. Mosè dovette presentare Giosuè al sacerdote Eleazaro e all'intera comunità per conferirgli l'autorità e impartirgli i comandi in modo ufficiale. A Giosuè fu conferita la dignità necessaria affinché il popolo d'Israele gli obbedisse, ottenendo la facoltà di dare ordini pari a quelli di Mosè e di consultare la volontà di Dio tramite il sacerdote e l'oracolo. Mosè designò dunque Giosuè come nuova guida in vista dell'ingresso nella terra promessa. È opportuno ricordare che Mosè e la generazione di ebrei che avevano dubitato di Dio durante i quarant'anni nel deserto non poterono entrare nella terra promessa, ma solo vederla prima di morire. Nel libro dei Numeri, inoltre, Dio indicò a Mosè i responsabili della spartizione della terra promessa tra le tribù, citando espressamente il sacerdote Eleazaro e Giosuè. Nel Deuteronomio, Mosè investì ufficialmente Giosuè davanti a tutto il popolo, esortandolo al valore e assicurandogli il sostegno divino. Giosuè rimase così al fianco di Mosè negli ultimi istanti terreni di quest'ultimo, pronto a raccogliere la gravosa eredità della guida spirituale e civile di Israele.
La conquista della Terra Promessa
Sotto la guida di Giosuè come comandante supremo ebbe inizio la conquista della terra di Canaan, raccontata nei primi dodici capitoli del libro a lui intitolato, che è composto da ventiquattro capitoli complessivi. Giosuè è la figura storica responsabile della conquista della Terra Promessa e un intero libro dell'Antico Testamento porta il suo nome, poiché egli ne fu il protagonista principale. Il popolo d'Israele guidato da Giosuè attraversò il fiume Giordano in modo simile al precedente passaggio del Mar Rosso, preceduto dai sacerdoti che trasportavano l'Arca dell'Alleanza. Le acque in piena del fiume Giordano si fermarono miracolosamente al passaggio dell'Arca, permettendo al popolo e agli animali di attraversare sul letto asciutto. Grazie a questo prodigio, Dio diede grande prestigio a Giosuè di fronte al popolo, che iniziò a venerarlo e a rispettarlo come aveva fatto in precedenza con Mosè.
Successivamente, Giosuè conquistò la città di Gerico organizzando una processione dell'Arca dell'Alleanza e dei sacerdoti con le trombe attorno alle mura per la durata di sette giorni. Al settimo giorno, dopo il suono delle trombe e le grida del popolo ordinati da Giosuè, le mura di Gerico crollarono improvvisamente, portando alla sconfitta e alla morte dei difensori della città. In seguito, durante la famosa battaglia di Gabaon contro gli Amorrei, Giosuè comandò al sole di fermarsi su Gabaon e alla luna sulla valle di Aialon per prolungare miracolosamente il giorno. L'arresto del sole permise agli israeliti di completare la vittoria e di sconfiggere i nemici in fuga prima che potessero riorganizzarsi.
L'espansione del popolo d'Israele nella terra di Canaan avvenne principalmente attraverso una conquista che comportò episodi di guerra e violenza, sebbene vi furono anche fasi di convivenza pacifica. L'autore sacro del libro biblico giustifica la violenza riportando l'ordine divino di sterminare le popolazioni locali per prevenire la contaminazione religiosa. L'ingresso di Israele nella terra promessa faceva parte di un disegno divino al quale nessuno poteva opporsi, sebbene l'occupazione comportasse la distruzione di città e la lotta contro interi eserciti. Nella prospettiva ebraica, queste azioni belliche costituivano una violenza santa eseguita su ordine divino, definita con il termine di anatema o herem. L'anatema consisteva in una guerra santa che consacrava a Dio tutto ciò che ostacolava l'avanzata di Israele attraverso un grande olocausto. I racconti biblici della conquista presentano uno stile epico e retorico e non vanno interpretati alla lettera. La Bibbia rappresenta infatti la Rivelazione di un Dio che agisce nella storia accanto all'uomo, evidenziandone i limiti e le azioni discutibili. Attraverso questo percorso pedagogico e paziente, Dio guida Giosuè e il suo popolo verso una prospettiva superiore di pace e amore. Una volta giunto in Palestina e completata la campagna militare, Giosuè suddivise i territori conquistati tra le dodici tribù d'Israele e applicò fedelmente l'intera legislazione promulgata da Mosè. In seguito alla conclusione della conquista, trascorse un lungo periodo di pace per tutto il popolo.
L'eredità spirituale e il transito
Raggiunta una tarda età e considerata conclusa la propria missione dopo la spartizione dei territori, Giosuè convocò una grande assemblea popolare a Sichem. Nel santuario di Sichem, dinanzi a tutte le tribù radunate, Giosuè tenne il suo discorso d'addio, riportato nel capitolo ventitré del suo libro, esortando Israele a preservare la propria identità spirituale e a chiedere al popolo di giurare fedeltà a Dio. Egli celebrò così un solenne atto di alleanza tra il popolo e Dio. Nel capitolo ventiquattro del libro di Giosuè viene proclamato il Credo biblico e il popolo rinnova formalmente la promessa di fedeltà al Signore. In questo testo fondamentale, il verbo biblico servire, che indica il culto e la fede autentica, viene ripetuto per quattordici volte, sottolineando l'assoluta centralità dell'obbedienza a Dio.
San Giosuè morì all'età di centodieci anni. La tradizione localizza ancora oggi la tomba di Giosuè a Khirbet Tibuah, situata a nord di Gerusalemme. Nello stesso contesto geografico, a Sichem, furono sepolte le ossa del patriarca Giuseppe, che erano state amorevolmente trasportate dall'Egitto durante il lungo esodo. La figura di Giosuè rimane dunque impressa nella storia sacra come il servo di Dio che ha tradotto in realtà la promessa divina rivolta ai padri.
La vita
La vicenda di San Giosuè si inserisce nel contesto del dodicesimo secolo avanti Cristo, un tempo di migrazioni e di fondazioni per il popolo eletto. Il suo cammino spirituale e operativo ebbe inizio nel deserto del Sinai, dove la sua fedeltà fu messa alla prova fin dalle prime fasi. Egli si distinse come colui che comandò l'esercito israelita nella battaglia contro gli Amaleciti presso Refidim, dimostrando valore e capacità di comando sotto lo sguardo vigile di Mosè. Il legame profondo con il suo maestro si manifestò in modo sublime quando lo accompagnò sul monte Horeb, testimone silenzioso della consegna dei Dieci Comandamenti, momento fondante dell'alleanza tra Dio e il suo popolo.
Dopo una vita spesa nell'attesa e nell'obbedienza, San Giosuè ricevette l'investitura ufficiale da Mosè, diventando il successore designato alla guida di Israele. Sotto la sua sapiente conduzione, il popolo visse eventi prodigiosi, come il passaggio del fiume Giordano che aprì la strada verso la terra di Canaan. La sua fede incrollabile fu il motore della conquista di Gerico, le cui mura crollarono al suono delle trombe, e segnò la vittoria contro gli Amorrei a Gabaon, dove, secondo la tradizione, ordinò al sole di fermarsi per permettere al popolo di compiere la missione ricevuta. La sua opera si radicò stabilmente a Sichem, dove il popolo rinnovò il proprio impegno di fedeltà. Il suo cammino terreno si concluse sul monte Nebo, luogo che segna il termine della sua missione di fondatore e guida, lasciando intatta nei secoli la testimonianza di un uomo che ha saputo ascoltare la voce del Signore e agire in piena conformità con essa.
Il culto
Il ricordo di San Giosuè è custodito con solennità nella tradizione cattolica, che riconosce nella sua figura un modello di lealtà e di servizio umile. Pur in una cornice storica remota, il suo esempio continua a parlare al cuore dei fedeli, invitando a una riflessione sul significato dell'obbedienza e della fiducia incrollabile in Dio, anche nei momenti di maggiore prova e incertezza.
La Chiesa lo commemora ufficialmente il primo settembre, data fissata dal Martyrologium Romanum. Questa ricorrenza non è soltanto un atto di memoria storica, ma un momento liturgico in cui la comunità cristiana è invitata a contemplare la fermezza di colui che seppe traghettare il popolo d'Israele dall'esilio del deserto alla pienezza della terra promessa. Celebrare San Giosuè significa rinnovare l'impegno a essere, come lui, fedeli custodi della parola ricevuta e coraggiosi testimoni della presenza di Dio nelle vicende umane, onorando un patriarca che ha posto la propria esistenza al servizio di un disegno più grande.
Domande frequenti
Quando si festeggia San Giosuè?
San Giosuè viene commemorato il primo settembre nel nuovo Martirologio Romano.
Chi era il padre di San Giosuè?
San Giosuè era figlio di Nun, appartenente alla tribù di Efraim.
Commemorazione di san Giosuè, figlio di Nun servo del Signore, che, con l’imposizione delle mani da parte di Mosè, fu riempito dello spirito di sapienza e, dopo la morte di Mosè, condusse mirabilmente il popolo d’Israele lungo il corso del Giordano nella terra promessa. — Martirologio Romano