San Giovanni da Matera, vissuto tra l'undicesimo e il dodicesimo secolo e nato verso il 1070 a Matera da una ricca e nobile famiglia, fu un abate insigne per austerità e predicazione. Ancora giovanetto, animato da uno straordinario spirito di pietà, abbandonò la casa paterna scambiando i lussuosi abiti con quelli di un povero, anticipando simbolicamente quel gesto di spoliazione che secoli dopo sarebbe stato compiuto da san Francesco. La sua vita fu un continuo pellegrinare tra solitudini eremitiche, penitenze rigorose e infaticabili opere di predicazione nel sud Italia. Il santo è detto anche da Pulsano, dal luogo in cui fondò la sua ultima opera monastica, dando vita alla Congregazione degli Scalzi di osservanza benedettina e guadagnandosi la stima del re Ruggero secondo e del papa Innocenzo secondo.
Nel corso del suo cammino spirituale affrontò prove durissime, tra cui fatiche estenuanti, calunnie che lo condussero in prigione e il grave pericolo di essere bruciato vivo dai nemici, superando ogni ostacolo grazie a prodigiose liberazioni e a voci interiori che ne guidavano i passi. Morì dopo dieci anni di conduzione della comunità nel monastero di Foggia il 20 giugno 1139, giorno della sua festa liturgica, sebbene nel Martirologio sia ricordato in quella data e la sua memoria sia solennemente celebrata il 23 giugno. Le sue sacre reliquie, dopo vari trasferimenti che le portarono da Foggia a Pulsano, sono custodite nella Cattedrale di Matera in una artistica urna dal 1830, e il santo è venerato come compatrono della sua città natale.
Il Beato Giovanni Battista Zola, sacerdote della Compagnia di Gesù nato a Brescia nel 1575 e martirizzato in Giappone nel 1626, rappresenta una figura luminosa di dedizione missionaria e di fedeltà estrema al Vangelo. Vissuto in un'epoca di straordinaria fioritura ma anche di sanguinosa persecuzione per la Chiesa cattolica nascente in Oriente, padre Zola spese la propria esistenza tra fatiche apostoliche, studio della lingua e fervente amore per la Madonna, fino a sigillare la sua fede con il martirio sul rogo a Nagasaki.
Egli è ricordato non soltanto per il suo fecondo ministero nella regione insulare del Tacacu e per il conforto recato ai confratelli perseguitati, ma anche per essere inserito nel novero dei centocinque beati martiri del Giappone proclamati da papa Pio IX nel 1867. La Chiesa ne celebra la memoria liturgica il venti giugno, ricordando il suo sacrificio eroico compiuto insieme ad altri otto compagni gesuiti in odio alla fede cattolica.
San Lucano, venerato anche come San Lugano, visse nella prima metà del secolo quinto e viene giustamente ricordato come l'Apostolo delle Dolomiti. La sua figura si staglia nell'antica terra di Sabiona, sede vescovile di un tempo che oggi corrisponde alla località di Chiusa, situata a dieci chilometri da Bressanone. La memoria di questo pastore è rimasta profondamente viva nei secoli, legata alla cura spirituale delle popolazioni alpine e ai cammini di fede che attraversano le valli montane. Varie chiese e parecchie località alpine portano ancora oggi il suo nome, a testimonianza di una devozione radicata nella roccia e nella storia della Chiesa diocesana.
Il suo cammino terreno fu segnato da prove e spostamenti provvidenziali, dal ministero episcopale iniziale fino al ritiro nella vita eremitica e alla feconda opera di evangelizzazione nelle terre agordine e dolomitiche. Intorno alla sua figura fiorirono nei secoli tredicesimo e quattordicesimo una straordinaria fioritura del culto e la costruzione di nuovi edifici sacri, culminati nella traslazione delle sue reliquie alla cattedrale di Belluno. La Chiesa ne celebra la solenne memoria liturgica ogni anno nel giorno venti del mese di giugno, rinnovando il legame di preghiera con il santo protettore.
Il Beato Francesco Pacheco fu un sacerdote della Compagnia di Gesù, la cui esistenza fu interamente dedicata alla diffusione del Vangelo in terre lontane e alla testimonianza suprema della fede. Nato nel 1556 a Ponte di Lima, in Portogallo, egli scelse di consacrarsi al Signore entrando tra i gesuiti nel 1586, dando inizio a un lungo cammino missionario che lo condusse attraverso l'India e Macao, fino a raggiungere il Giappone nel 1604. La sua dedizione pastorale fu tale da essere nominato Amministratore Apostolico in quella terra, dove affrontò con coraggio le crescenti difficoltà incontrate dai cristiani nel corso del diciassettesimo secolo.
La memoria del Beato Francesco Pacheco è indissolubilmente legata al suo eroico sacrificio, avvenuto il 20 giugno 1626 a Nagasaki. Egli è ricordato oggi come un esempio luminoso di fedeltà al ministero sacerdotale e di amore incrollabile per Cristo, avendo offerto la propria vita nel martirio. La Chiesa ne celebra la testimonianza, riconoscendo in lui e nei suoi compagni di martirio una colonna della fede in Giappone. Proclamato Beato da papa Pio IX nel 1867, il suo nome rimane un invito alla perseveranza e alla dedizione totale verso Dio, anche nelle prove più estreme della vita terrena.
La devozione torinese verso la Beata Vergine Maria Consolatrice, universalmente nota come la Consolata, rappresenta il culto mariano più sentito e più antico della città di Torino, di cui è anche Patrona dell'Arcidiocesi. Questo legame profondo affonda le sue radici nei secoli e si intreccia indissolubilmente con la storia civile e spirituale della comunità piemontese, dei suoi sovrani e di innumerevoli santi che nel corso del tempo hanno cercato rifugio e conforto presso questo venerato santuario. Il titolo stesso di Consolata deriva probabilmente da una storpiatura dialettale, nota come la Consolà, del termine latino Consolatrix afflictorum, a testimonianza di una presenza materna che da sempre consola gli afflitti e sostiene il popolo in ogni circostanza felice o infausta.
Nel corso della storia, il santuario è diventato il cuore pulsante della diocesi e un punto di riferimento fondamentale per la fede dei torinesi, che qui si sono rivolti alla loro Patrona durante le calamità, le epidemie e i conflitti mondiali. La tradizione e la cronaca si fondono nel raccontare prodigi, conversioni e interventi miracolosi attribuiti alla Vergine, la cui sacra effige è custodita in un complesso architettonico arricchito dal contributo dei migliori artisti al servizio di Casa Savoia e retto nel tempo da differenti ordini religiosi. Oggi la basilica continua a essere un'oasi di pace nel centro cittadino, dove la preghiera e la carità si rinnovano quotidianamente attraverso l'opera dei sacerdoti, dei missionari e delle numerose anime consacrate che ne diffondono il messaggio in tutto il mondo.
La Beata Margherita Ball, madre di famiglia e martire vissuta nel sedicesimo secolo, rappresenta una figura luminosa di fedeltà alla Chiesa di Roma nel contesto della persecuzione religiosa in Irlanda. Nata a Skreen nel 1515 all'interno dell'agiata famiglia Berminghan, crebbe in un'epoca di profondi sconvolgimenti spirituali e politici, culminati nel distacco della Chiesa irlandese da Roma. Sposata con Bartolomeo Ball, uomo di grande prestigio che divenne sindaco di Dublino, Margherita seppe trasformare la propria casa in un centro di fervore cristiano, offrendo ospitalità a sacerdoti e religiosi e aprendo una scuola cattolica nella sua proprietà. La sua esistenza fu segnata da una dedizione incrollabile al primato pontificio e alla celebrazione dell'Eucaristia, vissuta con coraggio anche quando la repressione anticattolica divenne spietata. La tragedia più grande della sua vita giunse paradossalmente dal grembo familiare, quando il figlio Walter, ambizioso di potere politico, la denunciò e la fece imprigionare.
Imprigionata in condizioni disumane nella città di Dublino, Margherita rifiutò la libertà a prezzo del rinnegamento della fede, affrontando la morte in carcere nel 1584 come martire della coscienza e della verità cattolica. La sua memoria liturgica si celebra il venti giugno. La sua testimonianza di sposa, educatrice e testimone intrepida del Vangelo è stata ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa cattolica il ventisette settembre 1992, quando Papa Giovanni Paolo II l'ha elevata agli onori degli altari insieme ad altri sedici compagni di fede, distinguendosi come l'unica casalinga di quel gruppo di martiri. Il martirologio ne ricorda il transito avvenuto in età settuagenaria dopo dure sofferenze subite per amore di Cristo.
I Beati Martiri Irlandesi rappresentano un gruppo luminoso di testimoni della fede cattolica, uccisi tra il 1579 e il 1654 nel contesto della persecuzione anticattolica derivata dallo scisma anglicano e dalla Riforma Protestante nell'arcipelago britannico. Tra vescovi, sacerdoti, religiosi e laici, questi uomini e donne affrontarono la prigionia, le torture e la morte pur di non cedere al giuramento di Supremazia e di non rinnegare l'autorità spirituale del Romano Pontefice. La loro memoria storica e spirituale, custodita nei secoli attraverso le fatiche di studiosi e vescovi locali, è stata solennemente riconosciuta dalla Chiesa cattolica.
Il 27 settembre 1992, papa Giovanni Paolo II ha beatificato diciassette di questi insigni martiri irlandesi, selezionati come rappresentanti delle quattro province del paese e sostenuti da una documentazione dettagliata. La loro testimonianza eroica affonda le radici nella storia di un popolo evangelizzato nel quinto secolo da san Patrizio e rimasto tenacemente fedele al Vangelo nonostante secoli di durissime prove, discriminazioni amministrative e tentativi di sradicamento della fede cattolica.
Il Beato Dermot O’Hurley visse nel sedicesimo secolo, segnando la storia della Chiesa attraverso il suo luminoso ministero e il supremo sacrificio della vita. Nato nel 1530 a Emly, nella contea di Tipperary in Irlanda, da Guglielmo O’Hurley e Onoria O’Brien, crebbe in una famiglia assai benestante. Frequentò le scuole elementari nella sua patria e proseguì la propria formazione nella prestigiosa università di Lovanio. A Lovanio divenne dottore in entrambi i diritti e decano della facoltà di legge, distinguendosi per sapienza. Dopo quindici anni passò ad insegnare a Rheims per altri quattro anni, per poi trasferirsi a Roma dal 1570. Undici anni dopo il suo arrivo a Roma, Papa Gregorio XIII lo consacrò Arcivescovo di Cashel. A quel tempo era ancora un avvocato laico, prima di diventare vescovo per volontà del Papa. Il ventisette novembre fu ordinato e gli venne imposto il pallio. Nell’agosto seguente a Rheims organizzò il suo viaggio per raggiungere in segreto l’Irlanda, poiché le autorità protestanti erano venute a conoscenza del suo rientro in patria. Trovandosi costretto a vestire abiti borghesi per passare inosservato, esercitò il suo ministero dapprima a Waterford, successivamente nel castello di Slane e ancora presso Carrick-on-Shannon. Fu ospite del conte Tommaso Butler di Ormone, simpatizzante cattolico seppur egli stesso apostata. Venuto a sapere dei guai in cui era incorso il barone di Slane per averlo precedentemente ospitato, decise di consegnarsi spontaneamente agli agenti governativi venuti per arrestarlo.
Rinchiuso dapprima nelle prigioni di Kilkenny, il sette ottobre 1583 fu trasferito nelle carceri di Dublino insieme a Margaret Ball. Sotto la regina Elisabetta I fu interrogato e torturato per mesi nelle carceri di Dublino. Subì la tortura detta degli stivali, consistente in scarponi di metallo pieni di olio riscaldati sopra il fuoco, eseguita nella speranza che rivelasse il complotto del Papa e della Spagna contro l'Inghilterra. Sopportò tutto con fermezza eroica, respinse fermamente ogni accusa davanti ai giudici e non cedette all’invito dei giudici ad abiurare la sua fede cattolica. Rifiutò di riconoscere la supremazia spirituale della regina sulla Chiesa Anglicana, venendo per questo considerato reo di alto tradimento. Il diciannove giugno 1584 fu condannato senza un regolare processo. All’alba del giorno seguente, il venti giugno 1584 a Dublino, fu impiccato alla periferia della città, ad Hoggen Green. Prima di morire, professò davanti al patibolo di essere pronto a morire per la fede cattolica e per il suo ministero episcopale. Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato il ventisette settembre 1992 insieme ad altre sedici vittime della medesima persecuzione.
Commemorazione di san Metodio, vescovo di Olimpo e martire, che scrisse opere dallo stile elegante e forbito e sul finire della persecuzione dell’imperatore Diocleziano ricevette egli stesso la corona del martirio.
San Gobano
Eremita
Nel territorio di Laon in Neustria, nell’odierna Francia, san Gobano, sacerdote, che, nato in Irlanda e divenuto in Inghilterra discepolo di san Fosco, per amore di Cristo partì per la Francia e condusse nei boschi vita eremitica.
Beato Giovanni Gavan (Gawen)
Martire in Inghilterra
Beati Tommaso Whitbread e compagni
Martiri
A Londra, beati martiri Tommaso Whitbread e i compagni Guglielmo Harcourt, Giovanni Fenwich, Giovanni Gavan e Antonio Turner, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che, sotto la falsa accusa di aver congiurato a morte contro il re Carlo II, subirono a Tyburn il martirio per il regno dei cieli.
Santa Elia (Eliada) di Ohren
Badessa
Sant' Ettore
Martire
Beata Margherita Ebner
Domenicana
Nel monastero di Medingen nella Baviera, in Germania, beata Margherita Ebner, vergine dell’Ordine dei Predicatori, che, pur provata per Cristo da molteplici infermità, condusse una vita salutare per lei, mirabile agli occhi altrui e gradita a Dio, e molto scrisse sull’esperienza mistica.
Beato Paolo (Pablo) Kinsuke
Martire in Giappone
A Nagasaki in Giappone, beati martiri Francesco Pacheco, sacerdote, e otto compagni, della Compagnia di Gesù, condannati al rogo in odio alla fede.
Beato Luigi Matienzo
Mercedario
Beato Martino de Agreda
Mercedeario
San Guibsech di Cluain-Bairenn
San Baino di Thérouanne
Vescovo e abate
Santa Edburga
Monaca
Beata Benigna di Breslavia
Monaca
Dal Martirologio Romano
Nel monastero di San Giacomo di Foggia in Puglia, san Giovanni da Matera, abate, che, insigne per austerità di vita e per la predicazione al popolo, fondò sul Gargano la Congregazione di Pulsano di osservanza benedettina. — Martirologio Romano