15 marzo
Beati Monaldo da Ancona, Francesco da Petriolo e Antonio Cantoni da Milano
Religiosi francescani, martiri
Aggiornato il 15 settembre 2026
La missione e la predicazione ad Arzenga
I frati francescani furono inviati come missionari nell'Armenia per sostenere la comunità cattolica locale e annunciare la parola di Dio. I religiosi operavano nella città di Arzenga, situata in Armenia presso l'Eufrate e identificabile con l'odierna Ersindjan, il cui nome viene scritto dai geografi in vari modi come Arzingam, Artzinga, Artzinganis o Ertzinga. I missionari parlavano alla folla radunata alla presenza del cadì il venerdì di ogni settimana, giorno festivo per i musulmani. Durante le prediche i frati testimoniavano la divinità di Cristo e confutavano gli errori di Maometto. Quando il cadì si accorgeva che qualche ascoltatore era turbato dalle parole dei missionari, interrompeva la discussione e li allontanava. Nonostante ciò, i frati ritornavano a parlare davanti al cadì il venerdì successivo portando nuove argomentazioni e rinnovato zelo.
La disputa pubblica e il martirio
Il comportamento dei frati costrinse il cadì a indire una pubblica disputa tra i religiosi e i dotti musulmani. Durante la disputa la forza delle argomentazioni e l'ardore della fede dei frati lasciarono gli infedeli senza possibilità di replica. Gli infedeli, accesi d'ira dopo la disputa, volevano uccidere immediatamente i missionari. In quella occasione il cadì si oppose all'esecuzione immediata e convocò il consiglio degli anziani e dei fachiri per consultarsi. Il consiglio decretò la morte dei frati accusandoli di insultare il profeta e la legge islamica e di diventare ogni giorno più audaci. I frati furono arrestati il venerdì della terza settimana di Quaresima, precisamente il quindici marzo 1314, sebbene alcuni autori indichino l'anno 1286, mentre stavano annunciando le verità evangeliche. Dopo l'arresto i missionari furono condotti nella pubblica piazza della città. Un saraceno che cercò di difendere i frati per compassione fu ucciso all'istante. Giunti nella piazza, i frati confessarono nuovamente la loro fede in Cristo davanti al tribunale. I musulmani si scagliarono contro i frati con le spade ferendoli gravemente e amputando loro gli arti. Mentre subivano i tormenti, i frati raccomandavano le loro anime a Dio prima di essere infine decapitati.
La sepoltura e la glorificazione
I corpi delle vittime furono abbandonati sulla piazza, mentre gli arti e le teste dei martiri furono appesi alle porte e alle mura della città sotto la sorveglianza dei soldati. Successivamente i corpi decapitati furono gettati in aperta campagna per essere divorati dalle belve. Un sacerdote armeno, aiutato da alcuni cristiani e sostenendo le spese di tasca propria, raccolse i resti delle vittime e diede loro un'onorata sepoltura. Sulla tomba dei martiri un cieco riacquistò la vista. La traslazione delle reliquie avvenne la domenica del Buon Pastore, il ventotto aprile dello stesso anno. La venerazione degli Armeni verso questi servi di Dio fu grandissima. Il patriarca degli Armeni canonizzò i frati iscrivendoli nel catalogo dei santi armeni e impose il digiuno nella vigilia del martirio in onore dei santi.
Il cammino verso il martirio
Nel contesto del quattordicesimo secolo, l'impegno missionario dei frati francescani si estese verso terre lontane, laddove il confronto tra fedi diverse richiedeva una preparazione profonda e una carità senza riserve. Monaldo da Ancona, Francesco da Petriolo e Antonio Cantoni da Milano giunsero in Armenia, in particolare nelle regioni di Trebisonda e Arzenga, mossi dal desiderio di portare il messaggio di salvezza. La loro missione non fu soltanto una presenza silenziosa, ma si espresse in una dimensione di dialogo e confronto intellettuale.
Ad Arzenga, i tre religiosi si resero protagonisti di una pubblica disputa teologica, confrontandosi con i sapienti musulmani del luogo. Tale iniziativa, condotta con rigore e fervore, li espose alla severità delle autorità locali. Accusati di blasfemia contro Maometto, vennero arrestati e sottoposti a un processo che non lasciava spazio alla conciliazione. La condanna a morte fu la conseguenza diretta della loro fermezza nel professare la verità cristiana. Il quindici marzo del mille-trecentoquattordici, essi subirono il martirio attraverso l'amputazione delle membra e la successiva decapitazione, offrendo al Signore il dono estremo della propria vita. Poco tempo dopo, il ventotto aprile dello stesso anno, ebbe luogo la traslazione delle loro sante reliquie, che vennero onorate dalla devozione dei fedeli, riconoscendo in loro dei veri testimoni di Cristo.
Il culto e la memoria
La memoria liturgica dei beati Monaldo, Francesco e Antonio è fissata al quindici marzo, giorno in cui la Chiesa commemora il loro felice transito al cielo attraverso il martirio. La loro figura è stata oggetto di venerazione sin dai tempi immediatamente successivi alla loro morte, trovando nel patriarca armeno un autorevole sostenitore del loro culto. La testimonianza di questi tre religiosi francescani rimane un punto di riferimento per la comunità cristiana, specialmente per coloro che sentono la vocazione a testimoniare la fede in contesti di pluralismo religioso.
La loro vita, interamente spesa nell'evangelizzazione, continua a interpellare la coscienza dei fedeli, ricordando che il Vangelo richiede talvolta il coraggio di esporsi, di dialogare e, se necessario, di soffrire per amore della verità. La traslazione delle reliquie, avvenuta poche settimane dopo il martirio, ha permesso che la venerazione per questi martiri si consolidasse nel tempo, rendendo il loro sacrificio un patrimonio spirituale prezioso. Oggi, la Chiesa li ricorda come intercessori che hanno saputo tradurre la fede in una testimonianza tangibile, donando la vita affinché il nome di Cristo venisse conosciuto anche in terre lontane.
Domande frequenti
Quando si festeggiano i Beati Monaldo, Francesco e Antonio?
La loro festa si celebra il quindici marzo, preceduta dal digiuno prescritto nella vigilia, ed è menzionata anche nella domenica del Buon Pastore.