San Mauro visse nel sesto secolo, nacque a Roma nel 512 e morì a Glanfeuil il 15 gennaio 584 all'età di settantadue anni. Abate e discepolo prediletto di San Benedetto da Norcia, fu il primo oblato dell'ordine benedettino e legato alla tradizione spirituale di Subiaco, di Cassino e della Francia. La sua figura è tramandata dai Dialoghi di Papa Gregorio Magno e celebrata come taumaturgo.
Il santo monaco è ricordato per la profonda ubbidienza, per i prodigi compiuti lungo il cammino della vita ascetica e per avere portato la Regola benedettina Oltralpe. La sua memoria liturgica ricorre ogni anno il quindici gennaio ed è invocato tradizionalmente contro le malattie del raffreddamento, i reumatismi, la gotta e i dolori muscolari.
Sant'Arnoldo Janssen, vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, è una figura luminosa di dedizione apostolica e instancabile zelo missionario. Nato a Goch nel 1837, egli ha saputo leggere i segni dei tempi con profonda umiltà, rispondendo con coraggio alla chiamata di Dio attraverso la fondazione di istituti dedicati alla diffusione del Vangelo nel mondo. Il suo cammino spirituale, culminato nella morte avvenuta a Steyl nel 1909, rimane un esempio di totale abbandono alla volontà divina.
La Chiesa lo ricorda oggi come un instancabile servitore del Verbo Divino, colui che ha saputo dare vita a una vasta famiglia religiosa. Attraverso la creazione della Società del Verbo Divino e delle congregazioni femminili delle Serve dello Spirito Santo, egli ha tracciato un solco profondo nel solco della missione cattolica. Canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003, Sant'Arnoldo Janssen ci insegna che ogni opera, se fondata nella preghiera e nell'ascolto, diviene strumento prezioso per la salvezza e per l'annuncio della Parola che trasforma il cuore dell'uomo.
San Probo visse nel sesto secolo e svolse il ministero episcopale a Rieti. La combinazione dei dettagli storici indica che morì giovane poco dopo la metà di quel secolo, intorno al cinquecentosettanta. Il nome Probo è un aggettivo usato occasionalmente come nome proprio di persona, il cui significato letterale corrisponde a onesto, integerrimo e dabbene. Papa san Gregorio Magno lo definiva con grande rispetto venerandus episcopus, vir Dei e famulus. Sebbene lo studioso Delehaye abbia osservato che tali appellativi non costituiscono necessariamente indizi di un culto ecclesiastico antico, la memoria del pio presule rimase viva nei secoli attraverso la tradizione scritta e liturgica della Chiesa.
Questo santo è ricordato principalmente grazie alla testimonianza tramandata nei Dialoghi di san Gregorio Magno, che ci restituiscono il commovente racconto dei suoi ultimi istanti terreni. La tradizione liturgica ha fissato la sua ricorrenza nel quindici gennaio, sebbene in passato sia stata attestata anche la data del quindici marzo. La sua figura si inserisce profondamente nella storia cristiana di Rieti, dove le sue reliquie furono solennemente deposte nella cripta della cattedrale consacrata da papa Onorio Terzo nel milleduecentoventicinque. La Chiesa ne custodisce la memoria come esempio di dedizione spirituale e di serenità cristiana di fronte al transito verso l'eternità.
Sant'Efisio gode di grande popolarità soprattutto in Sardegna e a Cagliari. Il Martirologio Romano colloca il martirio di sant'Efisio a Cagliari il quindici gennaio, avvenuto durante la persecuzione scatenata dall'imperatore Diocleziano. La biografia di sant'Efisio contiene pochi episodi originali e presumibilmente autentici, poiché nulla si conosce storicamente del martire al di fuori della sua passione. Il Lanzoni e i Bollandisti confermano che la passio di Efisio è assai tarda, composta dopo la liberazione dell'isola dai Saraceni, e che il prete Mauro plagiò gli Atti favolosi di san Procopio, martire palestinese.
Nel corso dei secoli la devozione ha radicato profondamente la figura del santo nella storia civile e religiosa dell'isola. Fin dal Cinquecento sono sorte confraternite in onore di sant'Efisio, mentre un'antica chiesa dedicata al santo è stata restaurata nei secoli sedicesimo e diciottesimo. La memoria del martire si lega indissolubilmente alle vicende e alle tradizioni di Cagliari, dove la fede popolare ha saputo trasformare la figura di sant'Efisio in un punto di riferimento spirituale e identitario per l'intera comunità sarda.
San Bonito visse nell'ottavo secolo e la sua memoria liturgica si celebra il quindici gennaio, sebbene alcune fonti indichino anche il dodici gennaio. Le notizie sulla sua esistenza sono giunte sino a noi attraverso una biografia antica scritta da un monaco di Manglieu, il quale si fondò sulle preziose testimonianze oculari dell'abate Adelfio. Quest'ultimo si occupò personalmente del trasferimento delle reliquie del santo da Lione ad Clermont, custodendo una memoria storica preziosa e dettagliata. San Bonito nacque in Alvernia nell'anno seicentoventitré, figlio di Teodato e di Siagria. Egli ricevette un'educazione di alto livello che rispecchiava pienamente il suo rango nobiliare, dedicandosi in modo particolare allo studio approfondito del diritto romano basato sui decreti di Teodosio. In seguito, la sua brillante formazione lo condusse alla corte di Sigeberto terzo, re d'Austrasia e di Neustria dal seicento trentaquattro al seicento cinquantasei. All'interno della corte regale ricoprì molteplici e importanti ruoli nella carriera amministrativa, distinguendosi come primo coppiere e successivamente come referendario o guardasigilli, con la delicata mansione di custodire l'anello reale.
Nel corso del suo cammino terreno, San Bonito seppe coniugare il servizio civile con una profonda dedizione spirituale, affrontando le complessità del suo tempo con rigore morale e carità evangelica. Durante le aspre guerre civili combattute tra Neustria e Austrasia, fu nominato patrizio e rettore della prefettura di Marsiglia, che costituiva la circoscrizione più importante di tutta la monarchia franca. In questo ruolo di grande responsabilità, il santo si oppose fermamente alle ingiustizie, proibendo il mercato degli schiavi e adoperandosi personalmente per riscattare coloro che erano già stati venduti, utilizzando sia il proprio patrimonio personale sia l'appannaggio reale. Dopo essere stato vescovo di Clermont e aver vissuto anni di intensa preghiera e pellegrinaggio, morì a Lione nel settemaggio e sei. La Chiesa ne venera la memoria con gratitudine per la sua instancabile opera di pacificazione, di carità verso i più deboli e per la sua fedeltà al Vangelo.
Sant'Arsenio di Reggio Calabria visse nel nono secolo e fu una figura luminosa dell'ascetismo calabro-greco, votato alla solitudine, alla dura penitenza e alla preghiera assidua. La sua esistenza e la sua testimonianza di fede ci sono giunte grazie alla preziosa opera scritta nota come la Vita di sant'Elia Speleota, suo discepolo devoto e compagno inseparabile fino al termine dei suoi giorni terreni. A differenza di molti monaci bizantini dell'epoca che sceglievano la condizione di laici anacoreti, Arsenio scelse di ricevere gli ordini sacerdotali, unendo la contemplazione rigorosa al ministero sacro e al lavoro manuale con cui provvedeva al proprio sostentamento.
Nel corso del suo cammino spirituale, vissuto tra Reggio e la vicina località di Armo, il santo eremita fu arricchito da Dio di doni straordinari, tra cui il discernimento degli spiriti e una profonda chiaroveggenza che guidava la coscienza dei fedeli. La sua memoria liturgica si celebra il quindici gennaio, data che coincide con il suo transito avvenuto nel novecentoquattro. Il culto tributato ad Arsenio gode di un'antica tradizione fondata sull'acclamazione popolare e sulla venerazione ininterrotta riservata dalla Chiesa ai suoi servi più fedeli.
Il Beato Pietro di Castelnau visse nel tredicesimo secolo e si distinse come sacerdote e martire della fede cristiana. Nato nei pressi di Montpellier, nel sud della Francia, regione caratterizzata all'epoca da una nascente università specializzata in medicina, Pietro servì inizialmente come arcidiacono a Maguelone almeno dal millecentonovantanove, prima di abbracciare la vita monastica nell'abbazia cistercense di Fontfroide. In quegli anni la Linguadoca, la Provenza e l'Italia settentrionale erano profondamente segnate dalla diffusione dell'eresia catara o albigese. Questa dottrina, radicata nel dualismo manicheo che aveva anticamente sedotto Sant'Agostino, trovava largo seguito grazie a un'austera predicazione morale e rispondeva all'esigenza spirituale di una vita più pura rispetto agli eccessi dei potenti. Per fronteggiare tale situazione, papa Innocenzo III decise di intervenire affidando ampi poteri ai legati pontifici, tra cui lo stesso Pietro.
La memoria del beato è indissolubilmente legata al supremo sacrificio della sua vita, offerto per la difesa della fede cattolica. Dopo aver accolto l'invito di San Domenico a uno stile di vita evangelico e semplice, Pietro operò instancabilmente in Provenza per predicare la pace e insegnare la dottrina cristiana. La sua azione coraggiosa urtò gli interessi e la volontà del conte Raimondo Sesto di Tolosa, il quale ordinò la sua uccisione. Il quindici gennaio milletrecentootto, presso Saint-Gilles sul Rodano, un colpo di lancia inferto da alcuni eretici trafisse il suo corpo, consegnandolo al martirio. Tale evento suscitò profondo sdegno nel mondo cristiano occidentale e spinse il pontefice a indire una crociata le cui conseguenze segnarono l'intero secolo. Il suo culto antico fu confermato nel tempo e la sua testimonianza continua a essere custodita negli Acta Sanctorum e nel Martirologio Romano.
Il Beato Nicola Gross, uomo del ventesimo secolo, ha incarnato la fedeltà al Vangelo nel tempo oscuro del nazismo. Nato a Niederwenigern nel 1898, egli ha vissuto la propria vocazione cristiana nell'impegno civile, servendo la Chiesa come attivista sindacale e caporedattore di testate cattoliche. La sua esistenza, profondamente radicata nell'amore per la verità, lo ha condotto a opporsi con coraggio al regime totalitario, servendosi della parola scritta e di conferenze pubbliche per difendere la dignità umana contro ogni sopruso.
La memoria del Beato Nicola Gross è custodita dalla Chiesa come quella di un martire che ha sacrificato la vita per la propria integrità morale. Sposato con Elisabeth Koch e padre di sette figli, egli ha testimoniato la santità nella quotidianità della vita familiare e lavorativa. Condannato a morte per la sua resistenza, ha affrontato il supplizio con una fede incrollabile. Canonizzato da Giovanni Paolo II il 7 ottobre 2001, egli rimane un esempio luminoso di coerenza cristiana, ricordandoci che la fedeltà a Dio non può conoscere compromessi nemmeno di fronte alla minaccia della morte.
San Francesco Fernandez de Capillas è una figura luminosa della missione domenicana del XVII secolo. Nato a Baquerin de Campos nel 1607, consacrò la propria esistenza al Vangelo entrando nell'Ordine dei Predicatori in giovane età. Il suo cammino di fede lo condusse lontano dalla terra d'origine, prima nelle Filippine, dove operò con dedizione per un decennio, e infine verso le terre della Cina, dove giunse nel 1642 per annunciare la parola di Dio. La sua testimonianza giunse a compimento nel 1648, quando affrontò il martirio a Fogan offrendo la propria vita come sigillo supremo della sua vocazione missionaria.
Egli è ricordato oggi come il protomartire della Cina, un testimone coraggioso che ha saputo incarnare lo spirito evangelico fino all'estremo sacrificio. La sua vita, segnata dall'obbedienza all'Ordine e dallo zelo apostolico, è stata ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa universale attraverso la canonizzazione celebrata da san Giovanni Paolo II il primo ottobre del 2000. La sua memoria, che la liturgia fissa al 15 gennaio, invita i fedeli a riflettere sulla perseveranza nella fede e sulla missione universale della Chiesa, che non teme le distanze né le avversità pur di testimoniare la carità di Cristo tra i popoli.
San Giovanni Calibita visse a Costantinopoli nella prima metà del quinto secolo, appartenendo alla più alta aristocrazia bizantina come terzo e ultimo figlio del senatore e generale Eutropio e di Teodora. Fanciullo di precoce ingegno e straordinaria pietà, all'età di dodici anni fuggì dal mondo per seguire la vocazione monastica, lasciando la famiglia che aveva invece destinato i primi due figli a cariche onorifiche. La sua vicenda spirituale si snodò tra il grande monastero degli Acemeti e la sua stessa casa paterna, dove visse nascosto come mendicante. La tradizione e le numerose recensioni che tramandano la sua memoria descrivono un itinerario di radicale povertà evangelica, culminato nella rivelazione della sua identità avvenuta soltanto in punto di morte. Il suo esempio operò una profonda conversione nei genitori, che trasformarono la propria dimora in un luogo di accoglienza per i pellegrini ed edificarono una chiesa nel luogo della sua capanna. San Giovanni Calibita è ricordato per la sua straordinaria dedizione alla contemplazione e per aver scelto la via dell'umiltà estrema, custodendo gelosamente il Vangelo come regola di vita. La sua testimonianza continua a interpellare i credenti sul valore della sequela di Cristo spinta fino al totale nascondimento e alla carità operosa verso i fratelli più poveri e bisognosi.
Le fonti antiche tramandano la sua memoria attraverso tre recensioni greche e diverse versioni orientali, concordi nel delineare i tratti fondamentali della sua esistenza terrena nel contesto dell'impero bizantino. La devozione nei suoi confronti si radicò profondamente nella città imperiale fin dai tempi immediatamente successivi al suo transito, legato alla memoria della chiesa sorta sul luogo del suo rifugio. La sua figura rimane un punto di riferimento luminoso per la Chiesa, che ne celebra la festa liturgica il quindici gennaio di ogni anno. Attraverso il racconto della sua vita, i lettori di ogni tempo sono invitati a riscoprire la bellezza di una fede vissuta nella semplicità, nella rinuncia agli onori terreni e nella totale conformazione al messaggio evangelico. La memoria di san Giovanni Calibita ci ricorda che la vera grandezza agli occhi di Dio non consiste nei titoli umani, ma nella capacità di farsi piccoli per amore del regno dei cieli e dei fratelli.
Il Beato Giacomo Villa l'Elemosiniere, vissuto nel quattordicesimo secolo, nacque in Umbria, a Città della Pieve, nel 1270. La tradizione e le fonti storiche indicano talvolta il millenovecentosessanta come data di riferimento approssimativa, inserita in un contesto di studi che ne tracciano l'esistenza terrena fino al martirio. Figlio di Antonio da Villa e di Mostiola, crebbe in una famiglia che gli trasmise la fede cristiana e l'esempio di una carità profonda verso i più poveri. Fin dalla giovinezza si distinse per la sua abituale frequentazione della chiesa dei Servi di Maria vicino a casa sua, partecipando volentieri e spesso alla preghiera e alla liturgia. Durante la proclamazione del vangelo secondo Luca sull'ammonimento di Gesù a rinunciare a tutto, il giovane giurista prese la decisione radicale di dedicarsi ai poveri. La sua scelta non fu improvvisata, ma il coronamento di un lungo percorso spirituale iniziato nella chiesa dei Serviti, dove entrò a far parte del Terz'ordine ispirato dai sette laici fiorentini, incontrando probabilmente alcuni dei fondatori ancora viventi e lo stesso San Filippo Benizi. Conquistato dal Comandamento nuovo di Gesù, che costituisce il fondamento del carisma servitano, dedicò tutta la sua esistenza ad amare Dio e il prossimo.
Dopo aver frequentato a Siena le discipline di lettere e di diritto con ottimo profitto, laureandosi brillantemente in giurisprudenza, Giacomo divenne ben presto l'avvocato dei poveri e degli oppressi. Difese i diritti degli orfani, delle vedove, dei bisognosi e dei perseguitati senza risparmiare fatiche, assistendoli gratuitamente e assumendo le cause che non rendevano. Si schierò apertamente dalla parte dei diseredati per difenderli dai soprusi dei nobili e dei prepotenti, lottando per la verità e la giustizia senza temere alcun ostacolo. Utilizzò tutti i suoi beni personali, attingendo anche alle risorse donate dalla famiglia e dalle elargizioni dei concittadini, per restaurare a sue spese una chiesa con annesso edificio situato fuori dalla porta della città, trasformandolo in un ospizio. In questa struttura accolse, sfamò, curò e assistette poveri, anziani e senzatetto fino alla morte e gratuitamente. Diede da mangiare agli affamati, ne medicò le piaghe e offrì ogni servizio più umile, guadagnandosi l'appellativo di elemosiniere per la sua straordinaria generosità. La sua vita si concluse tragicamente il quindici gennaio 1304, quando fu assassinato da due sicari mandati dal vescovo di Chiusi, un presule senza scrupoli e accecato dal denaro che pretendeva di usurpare i beni dell'ospizio. La Chiesa ha approvato il culto e riconosciuto il titolo di beato nel milleottocentosei, dopo più di cinque secoli, e Papa Pio IX concesse all'Ordine dei Servi di celebrare la Messa e l'Ufficio proprio.
La Vergine dei Poveri è il titolo con cui la Beata Vergine Maria è apparsa a Banneux, un piccolo villaggio delle Ardenne in Belgio, nel corso del ventesimo secolo. Tra il gennaio e il marzo del 1933, la Madre di Dio si manifestò a una giovane pastorella di nome Mariette Beco, portando un messaggio di grazia, conforto nella sofferenza e invito alla preghiera. Queste apparizioni mariane, profondamente radicate nel tessuto umile e operaio di quella regione belga, hanno trasformato Banneux in un faro di spiritualità e in una meta di pellegrinaggio internazionale per migliaia di fedeli, ammalati e cercatori di Dio.
Ricordata liturgicamente il quindici gennaio, la Vergine dei Poveri continua a intercedere per l'umanità sofferente, offrendo la sua sorgente d'acqua come segno di ristoro spirituale e corporale per tutte le nazioni. La Chiesa cattolica ha ufficialmente riconosciuto l'autenticità di questi eventi celesti, sancendo la validità di un culto che ha ispirato papi, cardinali e fondatori di istituti religiosi. La figura di Mariette Beco resta legata a questo avvenimento di grazia, testimoniando come la predilezione divina si volga innanzitutto ai piccoli e agli ultimi della terra.
Il Beato Tito Livio Chinezu, vescovo e martire vissuto nel ventesimo secolo, rappresenta una delle figure più luminose e provate della Chiesa greco-cattolica in Romania durante il duro periodo del regime comunista. Nato nel 1904 a Huduc, oggi Maiorești, crebbe in una famiglia profondamente radicata nella fede, poiché suo padre era un sacerdote greco-cattolico. La sua vita si dipanò tra l'impegno formativo, l'insegnamento e il ministero pastorale, vissuti sempre con dedizione e profonda dirittura morale, fino all'arresto e alla successiva detenzione che ne segnarono l'eroica fine terrena.
La sua testimonianza culminò nel supremo sacrificio della vita nel penitenziario di Sighetul Marmației, affrontato senza che nei suoi confronti venisse mai celebrato alcun processo o emessa alcuna condanna. La Chiesa ne ha riconosciuto il martirio e la fedeltà incrollabile al Vangelo, giungendo alla solenne beatificazione proclamata da papa Francesco il 2 giugno 2019. Oggi la sua memoria liturgica e il suo ricordo continuano a ispirare i fedeli come esempio luminoso di coerenza cristiana e di dedizione alla Chiesa.
Il Beato Valentino Palencia Marquina, nato a Burgos nel XIX secolo e vissuto fino al drammatico epilogo del XX secolo, è ricordato come un sacerdote di straordinaria dedizione, fondatore e guida di opere educative per i più deboli. La sua esistenza fu interamente spesa al servizio degli ultimi, in particolare dei ragazzi orfani, emarginati e invalidi, accolti con amore paterno in un ambiente ispirato alla Santa Famiglia di Nazareth. Sacerdote dal cuore grande e dalla fede incrollabile, seppe coniugare l'istruzione con la promozione umana e spirituale, offrendo un rifugio sicuro a generazioni di giovani bisognosi. La sua testimonianza terrena si concluse con il martirio, affrontato con la medesima serenità e dedizione che avevano caratterizzato ogni giorno del suo ministero pastorale.
La memoria liturgica del beato si celebra il 15 gennaio, giorno della sua nascita al Cielo avvenuta nel 1937 sul monte Tramalón. La Chiesa riconosce nel suo sacrificio supremo il coronamento di una vita spesa nell'amore per Dio e per il prossimo, condivisa fino alla fine con i suoi giovani collaboratori. La sua figura rimane un punto di riferimento luminoso per la comunità cristiana e per tutti coloro che operano nell'educazione e nella carità, ricordando che ogni opera buona trova il suo fondamento nella Provvidenza divina e nella dedizione silenziosa e operosa.
I Beati Martiri Spagnoli del Patronato di San Giuseppe rappresentano una luminosa testimonianza di fede vissuta fino all'estremo sacrificio durante il ventesimo secolo. La figura centrale di questo gruppo è il sacerdote don Valentín Palencia Marquina, nato nel 1872 e fondatore a Burgos del Patronato di San Giuseppe, un'opera dedicata all'accoglienza e alla cura di bambini e ragazzi orfani e abbandonati. Intorno alla sua missione educativa e spirituale si strinsero giovani collaboratori che scelsero di condividere non solo il servizio ai piccoli, ma anche la persecuzione e la testimonianza suprema del sangue. Essi vengono giustamente ricordati come martiri dell'amicizia, poiché il loro legame umano e spirituale rimase saldo di fronte alle prove più difficili. La loro memoria liturgica si celebra il quindici gennaio, giorno che coincide con la nascita al cielo del sacerdote e dei suoi compagni, avvenuta nel corso delle persecuzioni anticattoliche in Spagna.
L'itinerario che ha condotto al riconoscimento ufficiale della loro santità ha attraversato un rigoroso percorso canonico iniziato sul finire del ventesimo secolo. La fase diocesana della causa di beatificazione ottenne il nulla osta dalla Santa Sede il ventuno agosto 1996, per poi aprirsi formalmente nella diocesi di Burgos il trenta settembre dello stesso anno e concludersi il diciotto marzo 1999, ottenendo la successiva convalida l'otto novembre 1999. Dopo la consegna della Positio super martyrio a Roma nel 2003 e il successivo vaglio dei consultori teologi e dei cardinali, papa Francesco firmò il trenta settembre 2015 il decreto sul martirio. La solenne beatificazione si svolse il ventitré aprile 2016 nella cattedrale di Burgos, presieduta dal cardinale Angelo Amato in qualità di inviato del Pontefice, consegnando alla Chiesa universale l'esempio luminoso di questi cinque testimoni della fede cattolica.
Il Beato Donato Rodriguez Garcia, nato a Santa Olalla de Valdivielso nel 1911, è una figura luminosa del ventesimo secolo, la cui breve esistenza è stata segnata da una profonda dedizione all'arte e a Dio. Nonostante le difficoltà fisiche incontrate fin dall'infanzia a causa della poliomielite, egli seppe coltivare con straordinario talento il dono della musica, giungendo al diploma in pianoforte nel 1934 e mettendo il proprio impegno al servizio della comunità come direttore della banda del Patronato di San Giuseppe a Burgos.
La sua memoria è custodita nella Chiesa come quella di un martire che seppe testimoniare la propria fede fino all'estremo sacrificio. Durante gli anni travagliati della guerra civile spagnola, egli fu arrestato e, nel 1937, sul Monte Tramalón presso Suances, affrontò il martirio per aver fermamente rifiutato di rinnegare il Signore. La sua vita, breve ma intensa, rimane un esempio di fedeltà irremovibile, culminata nella beatificazione celebrata da Papa Francesco il 23 aprile 2016, che invita i fedeli a contemplare la grazia operante in un giovane laico capace di donare tutto per amore della Verità.
Il Beato Germano Garcia Garcia visse nel ventesimo secolo, offrendo la sua giovane esistenza come testimonianza luminosa di fede e di carità cristiana. Nato in terra di Spagna, crebbe in una famiglia di umili contadini prima di intraprendere un cammino di formazione religiosa che lo condusse persino in terra di missione. La sua vita fu segnata da una profonda dedizione ai piccoli, ai bisognosi e all'educazione della gioventù abbandonata, fino al supremo sacrificio della vita affrontato per fedeltà al proprio ministero e ai suoi compagni di fede.
Egli è ricordato oggi con venerazione dalla Chiesa cattolica per il suo martirio, consumato durante le persecuzioni della guerra civile spagnola insieme al sacerdote don Valentin Palencia Marquina e ad altri giovani compagni. La sua memoria liturgica si celebra il quindici gennaio, giorno in cui compì il suo passaggio definitivo al cielo. Riconosciuto ufficialmente come martire dalla Chiesa, la sua figura rimane un modello luminoso di purezza d'intenti, di spirito di servizio e di amore incondizionato verso il prossimo fino al dono della vita.
Il Beato Zaccaria Cuesta Campo visse nel ventesimo secolo, segnando la sua breve esistenza con la dedizione al lavoro, la mitezza d'animo e la fedeltà al Vangelo sino al martirio. Nato nel diciannovesimo anno del secolo, a Villasidro presso Burgos, in Spagna, affrontò fin dalla prima infanzia una grave infermità fisica che non spense mai la sua letizia interiore e il suo tratto generoso verso i più deboli. Affidato alle cure educative del sacerdote don Valentín Palencia Marquina nel Patronato di San Giuseppe, apprese l'arte del lavoro artigianale e la musica, coltivando una profonda vita di fede insieme ai suoi compagni di cammino.
Egli è ricordato dalla Chiesa come luminoso testimone di carità e fedeltà cristiana, culminata nell'estremo sacrificio della vita condiviso con il suo educatore e altri compagni durante i tragici eventi della guerra civile spagnola. Arrestato e condotto sul monte Tramalón nei pressi di Suances, offrì la sua giovane esistenza a soli vent'anni per non abbandonare coloro che amava. Beatificato da papa Francesco nella cattedrale di Burgos, la sua memoria liturgica viene celebrata annualmente il quindici gennaio, rinnovando il ricordo di una giovinezza spesa nell'amore totale per Cristo.
Il Beato Emilio Huidobro Corrales è ricordato come un giovane laico e martire del ventesimo secolo, la cui vita si è compiuta nell'offerta suprema della fede durante la persecuzione religiosa in Spagna. Nato nella provincia di Burgos nel millenovecentodiciassette e vissuto tra le difficoltà familiari e l'accoglienza caritatevole del Patronato di San Giuseppe diretto da don Valentín Palencia Marquina, Emilio seppe distinguersi per il suo carattere gioioso, la spiccata inclinazione alla musica e la dedizione fraterna verso i compagni più giovani, che aiutava negli studi di geometria e guidava nel superare i contrasti.
La sua testimonianza cristiana raggiunse il culmine quando, scoppiata la guerra civile spagnola, scelse liberamente di accompagnare e sostenere il sacerdote arrestato dal Fronte Popolare, condividendo con lui e con altri tre compagni la prova estrema e il martirio sul monte Tramalón il quindici gennaio millenovecentotrentasette, all'età di soli diciannove anni. La Chiesa ne custodisce la memoria liturgica ogni anno nel giorno della sua nascita al Cielo, dopo che la causa di beatificazione, avviata a Burgos e culminata nel riconoscimento ufficiale del martirio voluto da papa Francesco, ha portato alla sua beatificazione celebrata nella cattedrale burgense il ventitré aprile duemilasedici.
Ad Anagni nel Lazio, santa Secondina, vergine e martire.
Santa Tarsicia
Martire venerata a Rodez
Nel territorio di Rodez sempre in Francia, santa Tarsicia, vergine e martire.
Sant' Ableberto (Emeberto)
Vescovo
Ad Ham nel Brabante, nell’odierna Olanda, sant’Ableberto o Emeberto, vescovo di Cambrai.
San Malardo di Chartres
Vescovo
A Chartres nel territorio della Neustria, in Francia, san Malardo, vescovo.
Beato Angelo da Gualdo Tadino
Eremita
In territorio di Gualdo Tadino sempre in Umbria, beato Angelo, eremita.
San Romedio
Eremita
Nella Val di Non in Trentino, san Romedio, anacoreta, che, donati i suoi beni alla Chiesa, condusse vita di penitenza nell’eremo che ancora oggi porta il suo nome.
San Viatore di Bergamo
Vescovo
San Botonto
Martire
San Cosma il Melode
Vescovo di Mayuma
Sant' Ita (Ida)
Vergine
Nel monastero di Clúain Credal in Irlanda, santa Ita, vergine, fondatrice di quel monastero.
San Sawyl Felyn
Re di Dyfed
San Diego de Soto
Martire mercedario
San Ceolwulf
Re di Northumbria
Beata Menzia d’Avalos
Clarissa
San Farannan di Kildare
Abate
Dal Martirologio Romano
A Glanfeuil lungo la Loira nel territorio di Angers in Francia, san Mauro, abate. — Martirologio Romano