San Galdino visse nel corso del dodicesimo secolo ed è ricordato come il grande vescovo che guidò la Chiesa di Milano in un tempo di profonde divisioni politiche e di grandi prove. Nato a Milano nel 1096 da piccoli nobili, Galdino scelse fin da giovane di avviarsi alla vita ecclesiastica, servendo la sua comunità con incrollabile dedizione e distinguendosi per il fermo sostegno a papa Alessandro III contro lo scisma dell'antipapa Vittore VI. Dopo aver assistito alla dolorosa distruzione della sua città per mano dell'imperatore Federico I Barbarossa nel 1162, Galdino fu nominato arcivescovo e tornò clandestinamente in Lombardia per guidare la rinascita spirituale e materiale della sua terra. Egli fu instancabile promotore della ricostruzione urbana e morale, padre dei poveri e difensore coraggioso della fede, fino a spegnersi direttamente sul pulpito nel 1176, mentre pronunciava le sue ultime parole contro gli eretici nella chiesa di Santa Tecla.
La sua figura rimase così viva nella memoria della sua città che nel diciannovesimo secolo Alessandro Manzoni immortalò il suo nome nel personaggio di fra Galdino nei Promessi sposi, mentre il pane destinato ai bisognosi prese per lungo tempo il nome di pane di san Galdino. Proclamato santo da papa Alessandro III, la Chiesa ne celebra la memoria liturgica il diciotto aprile, ricordandolo nel martirologio come il pastore che si adoperò con ogni energia per la ricostruzione della città distrutta dalle guerre e per il solstizio di ogni miseria umana e spirituale.
Sant'Eusebio visse nel sesto secolo e svolse il proprio ministero come vescovo di Fano, nella regione delle Marche. La sua storia possiede sicuri riferimenti e appoggi documentari, sebbene non siano giunti fino a noi gli antichi Atti di questo pastore. Nei documenti del sinodo romano del 499 risulta vescovo di Fano tale Vitale, mentre Eusebio sottoscrisse il successivo sinodo convocato da papa Simmaco nel 503. L'episcopato di Eusebio a Fano ebbe presumibilmente inizio tra il 500 e il 502, anni in cui egli raccolse la cura della comunità cristiana locale. Egli si dedicò con particolare attenzione alla disciplina del clero e alla crescita spirituale della vita cristiana del popolo affidato alle sue cure pastorali. La tradizione locale gli attribuisce inoltre la fondazione di un collegio di chierici, ossia una canonica, sorta presso la chiesa di San Pietro in Episcopio, che allora fungeva da cattedrale della città e fu dallo stesso santo restaurata. Tale venerabile edificio esiste ancora oggi in via Rinalducci con il suo caratteristico rifacimento romanico. All'interno della comunità e dei suoi successori, l'opera di Eusebio lasciò un segno profondo, tanto che san Pier Damiani diresse proprio ai chierici di questa canonica il suo celebre opuscolo intitolato Ad clerica Ecclesia Fanensis.
Il momento di maggiore rilievo pubblico della vita di sant'Eusebio fu la delicata missione diplomatica che egli compì per ordine superiore. L'ambasceria fu voluta da re Teodorico affinché papa Giovanni I si recasse presso l'imperatore Giustino a Costantinopoli. Lo scopo principale della missione era quello di ottenere la revoca del decreto di requisizione delle chiese ariane. Eusebio fu scelto come uno dei cinque vescovi che fecero parte dell'ambasceria, accompagnando il pontefice insieme a quattro senatori delle maggiori famiglie romane. Il viaggio ebbe inizio nell'ottobre o novembre del 525 e si concluse a Costantinopoli prima delle festività natalizie. L'imperatore e il popolo riservarono onori solenni all'ambasceria, il Natale fu celebrato solennemente dal papa e il pontefice incoronò l'imperatore nella capitale d'Oriente. La delegazione ripartì da Costantinopoli alla fine dell'aprile del 526. Tuttavia, il risultato parziale dell'ambasceria non soddisfatte re Teodorico. Allo sbarco a Ravenna, il re fece imprigionare il pontefice e i vescovi accompagnatori. Eusebio fu rinchiuso in carcere insieme a papa Giovanni I e agli altri presuli. Papa Giovanni I morì in carcere il 18 maggio 526 e la tradizione colloca la morte di sant'Eusebio proprio alla medesima data, indicando Fano come luogo della sua dipartita. Nel Martirologio, il santo è ricordato come vescovo di Fano nelle Marche, rammentando che accompagnò papa san Giovanni I a Costantinopoli su invio di re Teodorico e lo seguì nel carcere al ritorno.
San Calogero di Brescia, noto anche come Calocero o con il nome romano di Caio, visse nel secondo secolo e affrontò il martirio nell'anno centoventuno. Originariamente soldato bresciano, probabilmente militante nella medesima coorte insieme a Faustino e Giovita, si convertì al Cristianesimo proprio per opera dei santi Faustino e Giovita. La sua storia e la sua testimonianza di fede si desumono direttamente dagli atti dei santi Faustino e Giovita, compresi nella Passio beatissimi martyris Faustini et Iovite e nell'Epitome della prima, seconda e terza parte della Legenda Maior. La sua esistenza fu segnata da un coraggioso rifiuto di abiurare durante il processo e da una serie di straordinari eventi che lo portarono a diffondere il Vangelo in diverse regioni d'Italia, da Milano ad Asti fino ad Albenga, dove concluse la sua corsa terrena il diciotto aprile.
Il ricordo di San Calogero è rimasto vivo nei secoli grazie a un profondo culto locale radicato nelle diocesi di Brescia, Milano, Asti, Ivrea e Tortona. Le sue spoglie e i luoghi della sua memoria hanno dato origine a basiliche, monasteri e tradizioni che testimoniano la devozione dei fedeli, particolarmente invocato dalle popolazioni colpite da alluvioni e frane. La Chiesa ne celebra la memoria liturgica ogni anno il diciotto aprile, ricordandone la fedeltà incrollabile al Vangelo e il coraggio dimostrato lungo il suo cammino di fede e di testimonianza cristiana.
Sant'Ursmaro, noto anche come Ursmar o Ursmarus di Lobbes, visse tra il settimo e l'ottavo secolo, collocando la sua nascita verso la metà di quel secolo, forse il ventisette luglio 644, nel comune di Fontanelle, situato nell'Aisne in Belgio. La tradizione e l'agiografia popolare tramandano che alcuni prodigi annunciarono la sua venuta al mondo prima della nascita, arricchite dalla visione della madre che presagiva la grandezza futura del figlio. Un resoconto successivo, pubblicato nel 1628 dal biografo Gilles Waulde nel volume intitolato La vie et miracles de Saint Ursmer et de sept autres Saints avec la cronique de Lobbes, descrive il giovane come molto gradito per la semplicità dello spirito, l'integrità dell'anima, la forma perfetta del corpo e la rara bellezza. Lo stesso testo lo descrive inoltre come pieno di vera carità senza finzione e risoluto nella speranza, sebbene questo racconto sia stato scritto circa un millennio dopo la nascita del santo e si ritenga abbia poca consistenza storica.
Nel corso della sua esistenza, Sant'Ursmaro ricoprì il ruolo di vescovo e abate di Lobbes, distinguendosi per una infaticabile opera di evangelizzazione e di guida spirituale. La sua memoria liturgica e popolare è profondamente radicata nelle terre del Belgio, dove la sua figura è ricordata con devozione e gratitudine. Dodici parrocchie riconoscono la sua protezione celeste, custodendo la memoria di un pastore che seppe diffondere il Vangelo con dedizione e fermezza. La sua testimonianza di fede continua a parlare ai fedeli attraverso i secoli, unendo la preghiera della Chiesa alla storia di una regione segnata dal suo passaggio apostolico.
La Beata Maria dell'Incarnazione, nata Barbara Avrillot, visse tra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo e viene giustamente considerata la madre e la fondatrice del Carmelo in Francia. Ella seppe testimoniare come la vocazione alla santità possa fiorire anche nella vita coniugale e nella cura della famiglia, prima di compiere il suo ingresso definitivo nella clausura monastica come religiosa. La tradizione riferisce che fu favorita da grazie mistiche straordinarie e da profonde prove spirituali nel corso della sua esistenza.
La sua opera principale consistette nel diffondere con instancabile dedizione la riforma carmelitana promossa da santa Teresa d'Avila, superando molteplici ostacoli storici e personali. Il suo culto fu solennemente riconosciuto dalla Chiesa cattolica e la sua memoria liturgica si celebra nel giorno diciotto del mese di aprile, ricordando la sua pia morte avvenuta nella cittadina di Pontoise.
Il Beato Andrea da Montereale visse nel corso del quindicesimo secolo, emergendo come una figura luminosa di sacerdote dell'Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino. Nato a Mascioni, in provincia di L'Aquila, da una modesta famiglia intorno agli anni 1402 o 1404, egli consacrò l'intera esistenza al servizio di Dio, unendo una profonda dedizione allo studio della teologia a un intenso impegno di predicazione in Italia e in Francia. La sua vita fu segnata da una ferma adesione alla regola e da una costante ricerca della santità interiore, affrontando con mitezza e pazienza le prove e le incomprensioni incontrate lungo il cammino.
Egli è ricordato con particolare devozione per il suo prezioso servizio di governo all'interno dell'ordine religioso e per il suo zelo nel promuovere la riforma e la regolare osservanza nei conventi. La Chiesa ne custodisce la memoria liturgica e il culto, approvato ufficialmente da papa Clemente XIII l'undici maggio 1764. Le spoglie mortali del beato riposano nella chiesa che fu dell'Ordine a Montereale, meta del pellegrinaggio dei fedeli che ne invocano l'intercessione e ne ricordano la straordinaria testimonianza di fede e di rettitudine.
La Beata Savina Petrilli è una figura luminosa del diciannovesimo e ventesimo secolo, nata a Siena nel 1851 e tornata alla casa del Padre nella medesima città nel 1923. La sua esistenza è stata interamente consacrata al servizio di Dio attraverso l'amore operoso verso il prossimo, trovando la sua vocazione profonda nel sollievo delle sofferenze altrui. La sua opera rimane un segno tangibile di carità cristiana che ha saputo valicare i confini nazionali, portando conforto e speranza in terre lontane.
Savina Petrilli è ricordata per aver fondato la Congregazione delle Sorelle dei Poveri di Santa Caterina da Siena, un istituto che ha saputo farsi prossimo agli ultimi in diversi contesti geografici, tra cui l'Italia e il Brasile. La sua dedizione verso le persone più fragili e le ragazze bisognose ha lasciato un'impronta indelebile nella storia della Chiesa. Beatificata da Papa Giovanni Paolo II nel 1988, ella resta un esempio di fedeltà al Vangelo, capace di tradurre la fede in un impegno quotidiano e costante a favore di chi vive ai margini della società.
Il culto della Madonna dell'Arco affonda le sue radici nel quindicesimo secolo, legandosi indissolubilmente alla terra campana di Pomigliano d'Arco. La devozione mariana prese avvio in seguito a un prodigioso evento di sangue accaduto nei pressi di un'antica edicola affrescata, situata sotto un arco di un acquedotto romano. Da quel momento di grazia e di timore, il luogo è diventato meta ininterrotta di pellegrinaggi, segnando profondamente la storia spirituale e popolare dell'Italia Meridionale.
Nel corso dei secoli, il santuario mariano ha visto moltiplicarsi i segni straordinari e l'affluenza immensa dei fedeli, custoditi oggi dalla cura pastorale dei padri Domenicani. La memoria liturgica è fissata al diciotto aprile, mentre il Lunedì di Pasqua e i precedenti Grandi Lunedì costituiscono il tempo forte del cammino dei devoti. Attraverso la preghiera, gli ex voto e il tradizionale correre dei fujenti, il popolo rinnova continuamente una fede viva e radicata nel territorio.
La venerazione per i Santi Eleuterio ed Anzia affonda le radici nella tradizione cristiana più antica, testimoniata da una ricca pluralità di fonti liturgiche orientali e occidentali. Eleuterio è ricordato come un vescovo dell'Illirico e martire, legato indissolubilmente alla madre Anzia nella testimonianza suprema della fede. Intorno alle loro figure si è sviluppata nel corso dei secoli una complessa tradizione agiografica, tramandata attraverso testi sia greci sia latini dal carattere marcatamente leggendario. Nonostante la complessità storica che circonda la loro vicenda terrena, il culto tributato a questi martiri risulta antichissimo e profondamente radicato nel tessuto ecclesiale, specialmente in Italia, dove numerose chiese e località conservano ancora oggi la memoria del loro passaggio e della loro dedizione spirituale.
Le testimonianze liturgiche e devozionali evidenziano una straordinaria diffusione del ricordo dei santi in molteplici diocesi e località della penisola, con date di celebrazione che variano ampiamente nei diversi calendari locali e regionali. Le complesse vicende testuali, segnate anche da errori di trascrizione tra i copisti medievali che legarono il nome di Eleuterio a diverse città e regioni, non hanno offuscato la limpidezza di una devozione che ha dato nome a monasteri insigni e luoghi di culto. I fedeli continuano a guardare a San Eleuterio e a Santa Anzia come a modelli luminosi di coerenza cristiana, capaci di attraversare i secoli unendo le comunità nella preghiera e nel ricordo grato del loro estremo sacrificio.
Sant' Antusa di Costantinopoli, nata nel settecento cinquanta, rappresenta una figura luminosa di dedizione assoluta al Signore nel contesto della corte imperiale. Principessa di stirpe regale, scelse di porre la propria esistenza sotto il segno della sequela di Cristo, rinunciando alle lusinghe del mondo e al vincolo matrimoniale per consacrare ogni sua energia al servizio dei fratelli più fragili. La sua vita fu un costante esercizio di carità cristiana, manifestatosi attraverso la cura dei bisognosi, il restauro dei luoghi di culto e l'opera di riscatto degli schiavi, atti compiuti con la nobiltà d'animo di chi riconosce in ogni uomo l'immagine del Creatore.
La memoria di questa vergine rimane viva come testimonianza di una libertà interiore rara e preziosa. Rifiutando le responsabilità del governo imperiale, ella preferì la via dell'umiltà monastica, ricevendo l'abito religioso dal patriarca san Tarasio. Trascorrendo i suoi giorni nel monastero della Concordia fino alla morte, avvenuta nell'anno ottocento uno, Sant' Antusa ci insegna che la vera grandezza non risiede nel dominio terreno, ma nella capacità di spogliarsi di ogni bene per rivestirsi della carità di Dio. La Chiesa ne celebra il ricordo con devozione, guardando a lei come a una guida silenziosa nel cammino verso la santità.
Il Beato Andrea Hibernon, nato a Murcia nel 1534, rappresenta una luminosa testimonianza di umiltà e dedizione totale al Signore nel solco della spiritualità francescana. La sua vita, segnata da un profondo mutamento interiore in seguito a un incontro drammatico con dei briganti, si è trasformata in un cammino di servizio costante e silenzioso, vissuto con la semplicità propria del fratello laico. La sua esistenza si è snodata attraverso diverse località spagnole, tra cui Valencia, Albacete, Elche, Villena e Gandia, dove ha saputo incarnare la carità cristiana nelle mansioni più umili e quotidiane.
Egli è ricordato oggi come un modello di fedeltà evangelica, capace di trasformare il servizio ai fratelli in una forma di preghiera incessante. La sua santità, riconosciuta ufficialmente da papa Pio VI il 13 maggio 1791, continua a ispirare quanti cercano nel silenzio del lavoro e nella dedizione al prossimo il volto di Dio. La sua memoria liturgica, fissata nel Martirologio Romano al giorno 18 aprile, invita i fedeli a riflettere sulla preziosità di un’esistenza offerta con gioia e sulla profetica consapevolezza del proprio destino eterno, che il Beato seppe accogliere con serena fiducia fino al suo transito avvenuto a Gandia nel 1602.
Il Beato Luca Passi è stato una figura luminosa del diciannovesimo secolo, un sacerdote bergamasco che ha dedicato la propria esistenza al servizio del Vangelo e alla formazione cristiana dei giovani. Nato a Bergamo nel 1789, ha percorso il suo cammino di fede con umiltà e dedizione, ricevendo l'ordinazione sacerdotale nel 1813. La sua vita è rimasta profondamente segnata dalla vocazione all'apostolato, che lo ha condotto a operare tra Bergamo, Calcinate e Venezia, lasciando un'impronta indelebile nella cura pastorale e nell'educazione.
Egli viene ricordato oggi come un instancabile fondatore, capace di leggere i bisogni del suo tempo e di rispondere con opere concrete di carità e istruzione. La sua memoria rimane viva attraverso la Pia Opera di Santa Dorotea, istituita nel 1815, e l'Istituto delle Suore Maestre di Santa Dorotea, nato a Venezia nel 1838. Il riconoscimento del suo zelo apostolico giunse nel 1836, quando Papa Gregorio Sedicesimo gli conferì il titolo di Missionario Apostolico, suggellando una vita spesa interamente per la missione e la crescita spirituale del prossimo.
Il Beato Luigi Leroy, sacerdote francese nato nel ventesimo secolo, rappresenta una luminosa testimonianza di dedizione evangelica e fedeltà estrema alla propria vocazione missionaria. Entrato tra i Missionari Oblati di Maria Immacolata nel 1945, egli ha risposto con generosità alla chiamata di Dio, consacrando la propria esistenza al servizio delle terre lontane. La sua figura è ricordata oggi dalla Chiesa universale come un esempio di coraggio spirituale, capace di perseverare nella missione anche di fronte alla minaccia crescente, fino al dono supremo della vita.
Il suo cammino terreno, iniziato a Ducey e proseguito attraverso diverse tappe formative in Francia, ha trovato il suo compimento definitivo nelle terre del Laos. È in quel contesto di missione che il Beato Luigi Leroy ha manifestato la sua incrollabile dedizione, rifiutandosi di abbandonare i fedeli che gli erano stati affidati nonostante il pericolo imminente. Il suo martirio, avvenuto per mano di militanti comunisti, rimane un segno indelebile di sacrificio vissuto per amore del Vangelo, che la Chiesa ha solennemente riconosciuto con la beatificazione presieduta da Papa Francesco nel 2016.
A Melitene nell’antica Armenia, santi Ermogene e Elpidio, martiri.
San Pusicio
Martire
In Persia, san Pusicio, martire, che, capo degli artigiani del re Sabor II, per aver incoraggiato il sacerdote Anania ormai sul punto di rinnegare la fede fu trafitto al collo nel giorno del Sabato Santo, ottenendo così un posto considerevole nella schiera dei martiri trucidati dopo san Simeone.
Beato Idesbaldo delle Dune
Abate
A Bruges nelle Fiandre, nell’odierno Belgio, beato Idesbaldo, abate, che, rimasto presto vedovo ed esercitati per altri trent’anni incarichi nel palazzo dei conti, entrò in età matura nel monastero di Down, che resse santamente come terzo abate per dodici anni.
San Lasreano o Molasso
Abate
A Leighlin in Irlanda, san Láisren o Molaise, abate, che diffuse pacificamente nell’isola il rito romano della celebrazione pasquale.
Sant' Atanasia di Egina
Nell’isola di Égina, santa Atanasia, vedova e poi eremita ed egumena, insigne per l’osservanza della disciplina monastica e per le virtù.
San Giovanni Isauro
Monaco
Nello stesso luogo, san Giovanni Isauro, monaco, che fu discepolo di san Gregorio Decapolita e lottò strenuamente sotto l’imperatore Leone l’Armeno in difesa delle sacre immagini.
San Perfetto di Cordova
Martire
A Córdova nell’Andalusia in Spagna, san Perfetto, sacerdote e martire, che, per aver inveito contro la dottrina musulmana e professato con fermezza la fede cristiana, fu rinchiuso in carcere dai Mori e poi trafitto con la spada.
Beato Giuseppe Moreau
Sacerdote e martire
Ad Angers in Francia, beato Giuseppe Moreau, sacerdote e martire: durante la rivoluzione francese fu ghigliottinato nel Venerdì della Passione del Signore in odio alla fede cristiana.
Beato Romano (Roman) Archutowski
Sacerdote e martire
Nella cittadina di Majdanek vicino a Lublino in Polonia, beato Romano Archutowski, sacerdote e martire, che fu gettato in carcere da soldati stranieri per la sua fede cristiana e, oppresso dalla fame e dalla malattia, migrò nella gloria eterna.
Beato Bonaventura da Bastia
Laico francescano
San Racholf
Monaco
Sant’ Eleuterio di Parenzo
San Marnan
Vescovo
Dal Martirologio Romano
A Milano, san Galdino, vescovo, che si adoperò per la ricostruzione della città distrutta dalle guerre per il potere e, al termine di un discorso contro gli eretici, rese lo spirito a Dio. — Martirologio Romano