San Paolo Miki e compagni sono ricordati come i primi martiri della Chiesa in Giappone nel sedicesimo secolo, testimoni coraggiosi della fede in Cristo fino alla croce. Paolo Miki, nato a Kyoto nel 1556 da una famiglia benestante, fu il primo giapponese accolto in un Ordine religioso cattolico e il primo gesuita, dopo essere stato battezzato a cinque anni ed entrato in un collegio della Compagnia di Gesù. La sua vita fu spesa nella predicazione itinerante e nel dialogo con la cultura orientale, prima che una crudele persecuzione politica e sociale si abbattesse sulla comunità cristiana.
Insieme a otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell'Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e a diciassette laici, tra cui dei ragazzi, Paolo Miki affrontò il martirio a Nagasaki nel 1597. Tutti i condannati subirono gravi ingiurie e furono messi in croce in quanto cristiani, morendo lieti di imitare Cristo. La loro testimonianza di perdono e di fede incrollabile ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa universale, ispirando nei secoli successivi anche altre grandi vocazioni missionarie.
Il beato Angelo da Furci nacque nel quattordicesimo secolo, precisamente nel 1246, nella località di Furci, in provincia di Chieti. I suoi genitori, persone agiate, erano sterili e ottennero la sua nascita per intercessione di san Michele Arcangelo, dopo essersi recati in pio pellegrinaggio al Santuario di san Michele Arcangelo sul Gargano. Al battesimo ricevette il nome di Angelo e fu educato esemplarmente dalla famiglia. Affidato a uno zio materno, abate benedettino di Cornaclano presso Furci, con lui fece rapidi progressi nella scienza e nella santità. Dopo la morte dello zio, Angelo tornò a Furci e, dopo la morte del padre, si recò a Vasto. Nel 1266 entrò fra gli Agostiniani a Vasto, dove compì gli studi regolamentari e divenne sacerdote. All'età di venticinque anni fu mandato a studiare alla Sorbona di Parigi, trattenendosi per cinque anni. Tornato in Italia, insegnò in vari conventi prima di essere destinato allo studio agostiniano di Napoli, dove rimase fino alla morte senza più muoversi. Si distinse come teologo e oratore, e gli storici gli attribuiscono un commento su san Matteo e una raccolta di sermoni, oggi non conservati. Nel 1287 fu eletto Priore Provinciale della Provincia napoletana, mentre per umiltà rinunciò agli incarichi episcopali delle diocesi di Acerra e di Melfi.
Il beato Angelo morì a Napoli il 6 febbraio 1327, nel convento di Sant'Agostino alla Zecca, dove fu sepolto. Il popolo lo venerava come santo già in vita e incominciò a raccomandarsi a lui dopo la morte, ottenendo favori e grazie. Il suo corpo fu traslato a Furci nell'agosto del 1808. Leone XIII, il 20 dicembre 1888, approvò il suo culto ab immemorabili. Egli è aggregato ai santi compatroni di Napoli ed è patrono anche di Furci, dove grande è la devozione verso di lui. Viene festeggiato il 6 febbraio e il 13 settembre. La sua memoria liturgica ricorre il 6 febbraio, e il martirologio lo ricorda a Napoli come beato Angelo da Furci, sacerdote dell'Ordine di Sant'Agostino, insigne nello zelo per il regno di Dio.
San Vedasto, conosciuto anche con il nome francese di Vaast e tramutato in italiano nel francesismo Gastone, nacque nella regione di Périgueux durante la seconda metà del secolo quinto. Da giovane scelse di lasciare i propri genitori per intraprendere una vita di profonda ascesi. Nel corso del suo cammino, nei pressi di Toul, incontrò casualmente il re Clodoveo primo, che stava facendo ritorno in patria dopo aver sconfitto i Germani. Il sovrano, già desideroso di ricevere il battesimo cristiano, chiese a Vedasto di essere istruito nella religione, e insieme proseguirono il viaggio verso la città di Reims. Giunti a destinazione, il vescovo san Remigio amministrò il sacramento al re, mentre Clodoveo raccomandò il suo maestro al vescovo Remigio, il quale riconobbe prontamente le preclare doti ascetiche, morali e teologiche di Vedasto. Nell'anno 500, lo stesso san Remigio consacrò Vedasto vescovo di Arras, affidandogli una missione di grande impegno nella Gallia belgica.
Il santo vescovo governò la diocesi per quaranta anni, affrontando con coraggio una terra segnata dal saccheggio degli Unni e dal ritorno al paganesimo degli abitanti ripopolati. Egli riorganizzò la Chiesa locale, convertì numerosi fedeli attraverso i suoi viaggi apostolici e portò a termine l'opera di evangelizzazione presso i popoli ancora pagani della regione, operando sempre in stretta comunione con san Remigio e mantenendo una duratura amicizia con il re Clodoveo e con la regina Clotilde. San Vedasto morì il 6 febbraio del 540 o del 541. Le notizie sulla sua vita e sui svariati prodigi da lui operati ci sono giunte attraverso tre biografie antiche, sebbene influenzate dalla narrativa dell'epoca. Il suo corpo subì molteplici spostamenti a causa dell'invasione normanna dell'ottocento ottanta, trovando infine custodia nella cattedrale di Arras, dove si trova tuttora. Egli è ricordato come fondatore e patrono principale della sede episcopale di Arras.
San Brinolfo Algotsson visse nel quattordicesimo secolo e guidò la Chiesa con grande sapienza e dedizione pastorale. Discendente da una nobile famiglia del Vastergötland, nella Svezia meridionale, egli seppe unire una solida preparazione culturale agli impegni di governo della diocesi di Skara. Nel corso del suo lungo episcopato, durato trentotto anni, affrontò anche momenti difficili e contrapposizioni politiche, senza mai venir meno ai propri doveri ecclesiali. La sua figura rimase profondamente impressa nella memoria della Chiesa svedese, che ne custodì la devozione e l'eredità spirituale attraverso i secoli.
Il santo vescovo è ricordato per la sua intensa attività legislativa e culturale, oltre che per una costante premura verso la comunità cristiana. La sua fama di santità fu confermata da autorevoli testimonianze storiche e spirituali, tra cui le rivelazioni ricevute da santa Brigida. Il culto liturgico in suo onore trovò ampia diffusione in Svezia prima dell'avvento del protestantesimo, consolidandosi nella città di Skara, dove il suo nome continua a essere invocato con gratitudine e fede.
San Geraldo di Ostia, conosciuto anche come Gerardo, Geroldo o Gherardo, visse nell'undicesimo secolo e lasciò una traccia profonda nella Chiesa durante il primo periodo della lotta per le investiture. Monaco nell'abbazia di Cluny e successivamente gran priore, fu elevato alla dignità cardinalizia nel mille e settantadue da papa Alessandro II, che lo volle vescovo di Ostia. La sua vita fu spesa al servizio della Santa Sede come legato pontificio in Francia, in Germania e a Milano, affrontando con fermezza le tensioni del tempo e partecipando agli eventi cruciali che segnarono i rapporti tra il papato e l'impero, compresa la storica sottomissione di Canossa.
Dopo la sua morte, avvenuta nel mille e settantasette, la memoria di San Geraldo è rimasta indissolubilmente legata alla città di Velletri, dove il suo corpo è custodito e venerato. La tradizione riconosce la sua potente intercessione nella protezione della cittadinanza durante la pestilenza del Seicento e in occasione della vittoria militare contro le milizie del conte Onorato Caetani. Queste grazie sollecitarono la devozione del popolo e delle autorità, culminando nell'erezione della sontuosa cappella barocca progettata da Francesco Fontana. La sua festività liturgica, fissata infine al sei febbraio, rinnova ogni anno il legame di fede tra la comunità di Velletri e il suo insigne protettore.
San Guarino nacque a Bologna nel 1080 da una nobile famiglia locale, con una madre appartenente alla casata dei Foscari. Fin dalla fanciullezza coltivò una profonda vocazione religiosa, che lo portò a ricevere una buona educazione, con particolare predilezione per la letteratura. Dotato di un carattere riflessivo e riservato, dedicava gran parte della giornata alla preghiera, superando l'iniziale opposizione dei genitori alla sua scelta di consacrazione. Ordinato sacerdote a ventiquattro anni, divenne Canonico della Cattedrale di Bologna e decise di seguire la Regola di Sant'Agostino, entrando come Canonico Regolare Lateranense nel convento di Santa Croce in Mortara. Prima di lasciare la sua città natale, destinò i propri beni all'erezione di un ospedale sorto vicino alla chiesa di San Lorenzo dei Guarini, poi trasferito presso la chiesa di Santa Maria dei Guarini, la quale cambiò il titolo in San Giobbe nel quattordicesimo secolo. Prima di partire da Mortara, assicurò inoltre una rendita stabile a questa fondamentale opera caritativa.
Nella vita comunitaria si distinse per la straordinaria obbedienza, l'eccellenza nella sapienza e nella dottrina, e per una rigorosa austerità che suscitò l'ammirazione del clero e del popolo, pur conservando sempre una bontà che rimaneva un tratto caratteristico della sua persona. All'età di cinquantanove anni fu designato a furor di popolo alla cattedra vescovile di Pavia, ma sentendosi indegno scongiurò di essere sollevato dall'incarico. Poiché le sue rimostranze risultarono inutili, la tradizione riferisce che scappò dalla finestra della sua cella, nascondendosi fino all'elezione di un altro prelato. Durante l'Avvento del 1144 ricevette una nuova nomina a vescovo di Palestrina, detta antica Preneste, conferitagli da Papa Lucio II, al secolo Gerardo Caccianemici. Il Pontefice era bolognese, parente di Guarino e profondo conoscitore delle sue doti non comuni. Insignito anche del titolo cardinalizio, san Guarino dovette accettare l'incarico, guidando la diocesi di Palestrina per tredici anni e distinguendosi per una generosità immensa, al punto da vendere ogni provento della carica e i doni papali, compresi bellissimi cavalli, per distribuire il ricavato ai poveri, pur continuando a vivere nel privato con la consueta austerità monacale.
San Mateo Correa Magallanes, sacerdote e martire vissuto nel ventesimo secolo, nacque in Messico nel 1866 da una famiglia molto povera che non poteva permettersi di fargli studiare. La sua vita si spese interamente al servizio del Vangelo e della Chiesa, culminando nel supremo sacrificio della vita per la fedeltà al sigillo sacramentale. La sua memoria liturgica si celebra il sei febbraio, nel giorno anniversario del suo martirio avvenuto a Durango nel 1927, sigillo di una esistenza spesa per Dio e per il suo popolo.
Ricordato con profonda venerazione per il suo coraggio inossidabile e per la sua fede salda, egli seppe catalizzare la vita della sua parrocchia e infiammare i cuori dei fedeli. La Chiesa ne custodisce la memoria luminosa, ricordando come egli abbia preferito la morte piuttosto che violare il segreto della confessione. La sua testimonianza di pastore buono e fedele fu riconosciuta solennemente dalla Chiesa attraverso la beatificazione proclamata da Giovanni Paolo II nel 1992 e la successiva canonizzazione celebrata dallo stesso Pontefice il ventuno maggio 2000.
San Giovanni Soan di Goto fu un giovane testimone della fede che, nel cuore del sedicesimo secolo, seppe offrire la propria esistenza per la fedeltà al Vangelo. Nato nelle Isole Goto nel 1578, egli dedicò i suoi anni migliori al servizio missionario, operando con dedizione come catechista nelle terre di Shiki e di Osaka. Il suo cammino spirituale giunse a compimento nel 1597, quando il dono della vita fu sigillato dal sacrificio supremo del martirio, rendendolo una figura luminosa nella storia della Chiesa in Giappone.
La memoria di San Giovanni Soan è indissolubilmente legata a quella dei compagni con i quali condivise la testimonianza estrema. Egli è ricordato oggi come uno dei ventisei martiri di Nagasaki, canonizzati da Papa Pio IX nel 1862. La sua figura parla ancora al cuore di ogni credente, richiamando la forza della coerenza cristiana anche di fronte alle prove più aspre. Il suo ricordo liturgico, fissato al 6 febbraio, invita la comunità dei fedeli a elevare lo sguardo verso la testimonianza di chi, pur nella giovane età, ha saputo porre il proprio amore per Cristo al di sopra di ogni altra cosa.
San Francesco Spinelli è una figura luminosa di sacerdote vissuto tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la cui esistenza è stata segnata da una dedizione assoluta all'Eucaristia. Nato a Milano nel 1853, ha percorso un cammino vocazionale complesso, segnato da prove e umiliazioni, che lo ha condotto a compiere la volontà di Dio con spirito di obbedienza e umiltà profonda. La sua missione è indissolubilmente legata alla fondazione delle Suore Adoratrici del Santissimo Sacramento, un'opera nata per adorare Cristo presente nel mistero dell'altare e per servire i fratelli con carità instancabile.
Egli viene ricordato oggi come un uomo che ha saputo trasformare il dolore e il fallimento in un'offerta gradita al Signore. Dopo aver vissuto l'amarezza dell'allontanamento dalla sua prima opera a Bergamo, ha trovato in Rivolta d'Adda il luogo della rifondazione e del riposo definitivo. La sua testimonianza, culminata con la canonizzazione proclamata da Papa Francesco il quattordici ottobre duemila diciotto, continua a richiamare i fedeli alla centralità della preghiera eucaristica e alla fiducia incrollabile nella divina Provvidenza, che non abbandona mai chi si affida totalmente al suo disegno di amore.
Santa Dorotea fu una vergine e martire vissuta nel quarto secolo, precisamente nel 284 dopo Cristo, nella regione della Cappadocia, in Asia Minore. La sua memoria significativa e simbolica cade il sei di febbraio, giorno in cui viene commemorata insieme al martire Teofilo nel Martirologio Geronimiano. Originaria di Cesarea di Cappadocia, antica città così chiamata in onore dell'imperatore Tiberio, la santa onorò il Signore con molta dedizione e costanza attraverso digiuni e orazioni. Sin da bambina si distinse per le sue opere di carità, la straordinaria saggezza e la purezza di cuore. La sua passio, sebbene molto antica, risulta integrata da diversi elementi leggendari che ne arricchiscono la tradizione agiografica.
La santa è particolarmente ricordata per il celebre miracolo del cesto di mele e rose in pieno inverno, avvenuto proprio nel mese di febbraio, quando tali fiori non fioriscono. Questo prodigio determinò la conversione del giudice Teofilo e giustifica il suo patronato sui fioristi e sui fruttivendoli. Il culto di Santa Dorotea fu molto diffuso per tutto il Medioevo, periodo in cui la figura della vergine ricevette una venerazione straordinaria. Ella fu infatti annoverata tra le quatuor virgines capitales, insieme a Caterina, Barbara e Margherita, e venne inserita nel gruppo dei santi ausiliatori. Numerosi artisti, a partire dal quattordicesimo secolo, hanno immortalato la sua storia in pitture e sculture sparse in tutta Europa, raffigurandola quasi sempre con il celebre episodio delle rose e delle mele.
I Santi Martiri Giapponesi rappresentano una testimonianza luminosa della fede cristiana nata in terra nipponica durante il sedicesimo secolo. Questo gruppo di ventisei discepoli, fedeli al Vangelo, ha affrontato con coraggio il sacrificio supremo per non rinnegare la propria appartenenza a Cristo, suggellando con il sangue il legame profondo tra la Chiesa universale e le terre d'Oriente.
La loro memoria, celebrata con devozione il sei febbraio, ricorda l'evento drammatico del millecinquecento novantasette, quando la persecuzione ordinata dall'imperatore Taikosama Hideyoshi segnò il destino di questi testimoni. Canonizzati da Papa Pio Nono nel mille ottocento sessantadue, essi sono oggi venerati come i Protomartiri giapponesi, figure esemplari di perseveranza che continuano a intercedere per chiunque cerchi la luce della verità nelle avversità del cammino quotidiano.
San Filippo di Gesù nacque a Città del Messico nel sedicesimo secolo, precisamente nel 1571, da genitori spagnoli. La sua giovinezza fu segnata da una condotta molto inquieta e disordinata, ma in seguito fu ammesso nell'Ordine Francescano, dal quale uscì per poi rientrarvi a Manila. Il suo cammino spirituale e religioso lo condusse in Giappone, dove trovò il martirio e la gloria degli altari nel 1597. La sua figura si inserisce in un contesto storico complesso, dominato dalla figura di Toyotomi Hideyoshi, capo incontrastato del Giappone dal 1582 al 1598, vissuto dal 1535 al 1598 e chiamato dai cristiani con il nome di Taicosama. Nei suoi primi anni, il governatore fu favorevole ai cristiani, ma in seguito mutò radicalmente atteggiamento a causa di molteplici fattori, tra cui le insinuazioni di un bonzo medico di fiducia riguardo al pericolo degli europei a Nagasaki, il timore dell'ascendente dei missionari sui signori di Cyushu e la ripulsa di alcune donne cristiane a prestarsi ai suoi capricci. A ciò si aggiunsero una sfortunata guerra condotta contro la Corea e la pretesa di sovranità sulle isole Filippine a danno degli spagnoli. In seguito all'opposizione degli spagnoli, Toyotomi Hideyoshi emanò un editto di proscrizione contro i cristiani il 24 luglio 1587. Nonostante il decreto, la propaganda missionaria continuò la sua attività, mentre l'autocrate lasciò dormire la disposizione pur controllando i movimenti tramite spie.
Nel 1593 alcuni francescani guidati da padre Pietro Battista giunsero da Manila nel Giappone, ricevuti cordialmente da Toyotomi Hideyoshi. I francescani fondarono due conventi e si dedicarono all'evangelizzazione della regione. Tuttavia, il naufragio e la confisca di un galeone spagnolo pieno di pesos d'argento sulle coste giapponesi resero nuovamente tesi i rapporti. Il nove dicembre 1596 l'autocrate fece arrestare ad Osaka sei francescani e tre gesuiti, e il trenta uno dicembre 1596 a Meaco furono arrestati quindici laici giapponesi terziari francescani, ai quali si unirono altri due laici durante il viaggio. Tra i religiosi trasportati a Meaco, molti subirono il taglio dell'orecchio sinistro e furono fatti salire su carri in gruppi di tre per percorrere le pubbliche strade come i delinquenti. Questa esposizione serviva a incutere terrore ai cristiani e ad aumentare le sofferenze dei martiri, sebbene la popolazione mostrasse molta compassione cercando di soccorrerli. Passando da Meaco, Sacai, Corazu e Facata, i prigionieri giunsero il cinque febbraio a Nagasaki, dove San Filippo di Gesù, giunto a Meaco proprio al momento dell'arresto dei confratelli e unito al loro gruppo, fu crocifisso nella fredda mattina del cinque febbraio 1597, risultando il primo dei martiri ad essere trafitto alla presenza di numerosi cristiani e dei marinai portoghesi della Nao. Il cammino del culto riconobbe presto la sua testimonianza: Urbano VIII concesse la Messa e l'Ufficio all'Ordine di Filippo di Gesù nel 1627 dopo aver dimostrato il martirio, Benedetto XIV iscrisse il martire nel Martirologio pubblicato nel 1748, e Pio IX canonizzò Filippo di Gesù insieme agli altri martiri l'otto giugno 1862 con una magnifica cerimonia alla presenza di numerosi vescovi.
Nel sedicesimo secolo, la terra del Giappone fu testimone di una luminosa testimonianza di fede culminata nel martirio di ventisei persone, tra le quali spiccavano tre giovanissimi fanciulli. Santi Tommaso Cesaki, Antonio da Nagasaki e Lodovico Ibarki affrontarono la persecuzione e la morte con una gioia interiore che stupì i carnefici e commosse i testimoni, offrendo la propria vita per fedeltà al nome di Cristo.
Essi sono ricordati per il loro coraggio incrollabile durante un lungo e faticoso cammino di prigionia, culminato il cinque febbraio millenovecentonovantasette sulle colline di Nagasaki. La loro memoria continua a vivere nella Chiesa attraverso i racconti dei prodigi avvenuti dopo il loro sacrificio, che spinsero anche Papa Benedetto XIV a citare questi eventi nella sua celebre opera De Canonizzazione Sanctorum.
Nel corso dell'ottavo secolo, la storia del Wessex e della Gran Bretagna fu segnata dalla figura di Sant' Ina, sovrano capace di unire il governo temporale alla sollecitudine per la vita spirituale del suo popolo. Quando nel seicento ottantotto Caedwalla, re del Wessex, si recò a Roma dove morì cristiano l'anno seguente, la corona passò a un lontano parente di nome Ina, figlio di Cenred. Cenred viveva ancora durante il regno di suo figlio, mentre la famiglia reale annoverava anche le sante Cineburga e Cutburga tra le sorelle del sovrano. Ina dovette probabilmente la sua successione al proprio valore militare, dote che mise subito al servizio di un'espansione territoriale senza precedenti. Attraverso una serie di vittorie decisive, Ina estese il suo dominio verso est fino al Kent e all'Essex, sottomettendo anche Londra prima del seicento novantaquattro e annettendosi i territori del Somerset occidentale e del Devon. In queste nuove terre di confine, il re insediò dei coloni e costruì villaggi fortificati, respingendo successivamente un attacco dei Merci e sconfiggendone i Sassoni meridionali nel settecentoventicinque. La grandezza di questo monarca non si espresse soltanto nelle armi, ma soprattutto nella cura per il bene dei sudditi e nella memoria che di lui tramandano i tardivi martirologi inglesi e dell'Ordine Benedettino, che lo commemorano il sei febbraio.
Nonostante Beda dedichi poco spazio a Ina nella sua Historia Ecclesiastica, la figura di questo re emerge come uno dei più notevoli predecessori di Alfredo. Il sovrano si interessò profondamente del benessere spirituale e temporale della sua gente, emanando tra il seicento ottantotto e il seicento novantaquattro un codice di leggi che rappresenta il documento legislativo più ricco e antico giunto fino a noi, edito integralmente in English Historical Documents. Nel prologo del codice si menziona che Ina regnava per grazia di Dio, citando le istruzioni del padre Cenred, del vescovo Haedde di Winchester e di Eorcenwold di Londra, oltre al parere degli anziani e dei servi di Dio, con il fine di assicurare la salvezza delle anime e la sicurezza del regno. Tali disposizioni normavano pene e compensi, ma contenevano anche decreti ecclesiastici fondamentali come l'obbligo del battesimo entro trenta giorni dalla nascita e il riposo domenicale. Accanto alla legislazione, Sant' Ina promosse la cultura e la fede ascoltando i consigli di Aldhelm, nominato primo vescovo di Sherborne e fondatore di una grande scuola, e concedendo molti benefici a Glastonbury, dove edificò una chiesa per unire elementi celtici e sassoni. Nel settecentoventicinque o settecentoventisei, dopo aver abdicato al trono, Ina compì un pellegrinaggio a Roma insieme a sua moglie Ethelburga, spegnendosi nella città eterna. Sebbene non vi siano prove di un suo antico culto liturgico né della fondazione di scuole, ospizi o dell'Obolo di San Pietro a Roma, la memoria della sua opera resta affidata alle tradizioni monastiche.
A Clermont-Ferrand nella regione dell’Aquitania, in Francia, sant’Antoliano, martire.
San Melis di Ardagh
Vescovo
A Ardagh in Irlanda, san Mel, vescovo.
Santa Renilde
Badessa
Presso Tongeren nel Brabante in Austrasia, nell’odierno Belgio, santa Renula o Reinilde, badessa del monastero di Aldeneyk.
Beato Antimo da Urbino
San Silvano di Emesa
Vescovo e martire
A Homs in Siria, commemorazione di san Silvano, vescovo, che, dopo aver guidato per quarant’anni quella Chiesa, alla fine, sotto l’imperatore Massimino, gettato alle fiere insieme al diacono Luca e al lettore Mozio, ricevette la palma del martirio.
Beata Ildegonda
Monaca premostratense
Sant' Amando di Maastricht
Vescovo
A Elnon sempre in Francia, deposizione di sant’Amando, vescovo di Maastricht, che annunciò la parola di Dio a molte province e popoli fino agli Slavi, chiudendo poi la sua vita mortale in un monastero da lui stesso costruito.
Beata Teresa Fernandez
Vergine mercedaria
San Pietro di San Dionigi
Sacerdote mercedario, martire
Sant’ Amanzio di Saint-Trois-Chateaux
Beato Biagio da Cento
Francescano
Beato Compagno da Recanati
Francescano
Beato Crodobaldo di Marchiennes
Dal Martirologio Romano
Memoria dei santi Paolo Miki e compagni, martiri, a Nagasaki in Giappone. Con l’aggravarsi della persecuzione contro i cristiani, otto tra sacerdoti e religiosi della Compagnia di Gesù e dell’Ordine dei Frati Minori, missionari europei o nati in Giappone, e diciassette laici, arrestati, subirono gravi ingiurie e furono condannati a morte. Tutti insieme, anche i ragazzi, furono messi in croce in quanto cristiani, lieti che fosse stato loro concesso di morire allo stesso modo di Cristo.<BR>(5 febbraio: A Nagasaki in Giappone, passione dei santi Paolo Miki e venticinque compagni, martiri, la cui memoria si celebra domani). — Martirologio Romano