La solennità di Maria Santissima Madre di Dio si celebra il primo gennaio, a conclusione dell'ottava di Natale e nel giorno della sua Circoncisione. Per ogni cristiano, parlare della Madonna è considerato la cosa più bella e cara, poiché il solo nominare la Vergine apre il cuore alla gioia e alla speranza, sentimenti che aumentano facendosi guidare dal Cantore della Vergine e Difensore della sua Immacolata Concezione. La grandiosità e la profondità dell'argomento mariano comportano tuttavia una difficoltà di trattazione accanto alla gioia spirituale, ricordando le parole del profeta Isaia sul fatto che se non crederete, non comprenderete, e l'osservazione del saggio secondo cui prima di credere riusciva a parlare di Dio, mentre dopo aver iniziato a credere ha perso tale possibilità.
Il discorso sulla Madonna non è autonomo ma deve necessariamente passare attraverso il discorso su Cristo, poiché ai destinatari del messaggio mariano è richiesta una fede autentica e matura in Gesù Cristo. Solo Cristo rivela il mistero di Dio in quanto ne è la vera immagine visibile e solo Cristo svela il segreto di sua Madre, dimostrando che la fede in Cristo apre la strada al discorso su Maria e che la maternità verginale di Maria è presentata come segno della divinità di suo Figlio. Lo stretto legame tra Madre e Figlio li rende inseparabilmente uniti nella storia, nella preistoria e nella metastoria, pur senza annullare la loro differenza qualitativa, giacché Cristo è Dio mentre Maria è una creatura che rimanda sempre a Cristo, il quale rimanda solo a Dio.
San Guglielmo da Volpiano, nato nel 962 nel castello di San Giulio sul lago d'Orta e morto il primo gennaio 1031 nel monastero di Fécamp, fu un abate, architetto e riformatore monastico di primaria rilevanza nell'Europa dell'anno Mille. La Chiesa cattolica lo ricorda il primo gennaio, data del suo transito. Figura chiave nei rapporti tra Italia e Francia, seppe coniugare il rigore spirituale con un'intensa attività costruttiva e culturale, dirigendo decine di comunità e lasciando un segno profondo nell'architettura romanica e nella liturgia.
Caratterizzato da uno zelo incrollabile e da una severità che gli valse il soprannome di supra regulam, guidò con fermezza migliaia di monaci e promosse la rinascita di importanti abbazie tra Borgogna, Normandia e Italia. La sua opera sp spaziò dalla musica sacra alla fondazione di scuole, configurandosi come un punto di riferimento spirituale e civile che ancora oggi la comunità cristiana commemora con devozione all'inizio di ogni anno.
San Fulgenzio visse tra il quinto e il sesto secolo in Africa romana, distinguendosi come monaco, scrittore e vescovo di Ruspe. Nato a Theleste attorno al 462 da una famiglia di alto rango sociale, in gioventù amministrò con ottimi risultati i beni familiari e la sua regione come procuratore, prima di compiere una radicale scelta di vita monastica. La sua esistenza si svolse in un contesto storico complesso, segnato dal dominio dei Vandali di fede ariana e dalle persecuzioni contro i cattolici, sotto il regno di Trasamundo. Tra viaggi in Italia, esili in Sardegna e un fecondo ministero pastorale, san Fulgenzio spese ogni giorno nella preghiera, nello studio e nella difesa della fede ortodossa, lasciando un indelebile segno nella teologia cristiana.
Il santo è ricordato in particolare per la sua fedeltà al Vangelo e alla Chiesa durante gli anni difficili della persecuzione vandala, affrontando due volte l'esilio pur di non rinunciare alla verità cattolica. La tradizione ne colloca il transito terreno il primo gennaio del 527 a Ruspe, dove aveva guidato la diocesi con la forza della parola e l'esempio personale. La sua autorevolezza dottrinale sulla Trinità e sulla grazia non si esaurì con la sua morte, giungendo a illuminare persino i documenti conciliari contemporanei, a testimonianza di una sapienza radicata nella meditazione delle Scritture e nell'insegnamento di sant'Agostino.
San Giustino è una delle figure più venerate e al tempo stesso avvolte nel mistero della storia cristiana d'Abruzzo. Un'antica tradizione attribuisce a questo santo vescovo l'evangelizzazione della città di Chieti, considerandolo il primo pastore della diocesi. Il periodo storico in cui visse è caratterizzato da forti incertezze e non sono disponibili documenti storici che forniscano dettagli precisi sulla sua biografia terrena. Le prime passio riguardanti San Giustino sono state infatti redatte solo nel secolo quindicesimo, e questi testi agiografici risultano modellati su quelli di altri santi omonimi, arrivando a sovrapporre la sua figura a quella di un santo di Siponto martirizzato in Abruzzo nel terzo secolo insieme ai fratelli Fiorenzo e Felice e alla nipote Giusta. Ciononostante, è storicamente accertato che la cattedrale di Chieti fosse intitolata al santo vescovo Giustino almeno dal secolo nono, epoca a cui risalgono i più antichi documenti giunti fino a noi riguardanti la chiesa teatina.
Gli studiosi ritengono molto probabile che San Giustino abbia guidato la diocesi di Chieti verso la fine del quarto secolo, muovendosi in un'epoca segnata dalle invasioni barbariche e dalla diffusione dell'eresia ariana. Durante il crollo delle istituzioni statali italiane, la popolazione cercò guida nei pastori più carismatici della comunità cristiana, e molte città hanno elevato al culto i propri vescovi operanti in quel contesto. In Campania e Abruzzo, San Giustino viene ricordato come vescovo distinto per il suo grande zelo e per la costante protezione dei cristiani. La tradizione riporta come anno della sua morte il 540. La maggior parte delle sue reliquie è custodita all'interno di un'urna nella cripta della cattedrale di Chieti, e la speciale reliquia del Santo Braccio è oggetto di una devozione particolarmente antica e profonda, alla quale la tradizione popolare attribuisce svariati eventi prodigiosi a favore della comunità.
Sant'Eugendo, nato nel 449 a Izernore, rappresenta una figura luminosa del monachesimo gallico tra il V e il VI secolo. Il suo cammino spirituale ebbe inizio precocemente, quando, all'età di soli sette anni, varcò la soglia del monastero di Condat per consacrare la propria esistenza al servizio di Dio. La sua vita, giunta a compimento nel 510 nel medesimo luogo, è un segno di dedizione assoluta, capace di trasformare il deserto in una dimora di preghiera e di sapienza.
Egli è ricordato con gratitudine per la sollecitudine con cui guidò la comunità monastica, in particolare dopo il devastante incendio che ne distrusse la struttura. Con spirito di carità e lungimiranza, Eugendo non si limitò a ricostruire le mura, ma seppe edificare lo spirito dei fratelli, operando una transizione decisiva dal modello semi-eremitico alla vita cenobitica, più coesa e fraterna. La sua dedizione alla cultura e alla formazione è testimoniata dall'istituzione di un centro di studi, affidato alla sapiente guida di Vivenziolo, che rese Condat un faro di spiritualità e di intelletto per l'intera regione.
San Vincenzo Maria Strambi, vissuto tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, fu un eminente vescovo e religioso della Congregazione dei Passionisti. Nato a Civitavecchia, intraprese un cammino di fede e di profonda dedizione ecclesiale che lo portò a superare non poche resistenze familiari prima di entrare in seminario. La sua vita fu segnata da una instancabile opera di predicazione nell'Italia Centrale, spesso al fianco di san Gaspare del Bufalo, e da una grande popolarità guadagnata anche a Roma dinanzi al Collegio Cardinalizio. Chiamato alla guida della diocesi di Macerata e Tolentino, si distinse per una cura pastorale straordinaria, edificando istituzioni formative e assistenziali per i poveri, gli orfani, gli anziani e i giovani, e promuovendo con zelo lo studio del catechismo.
La sua fedeltà al Pontefice emerse con forza durante il periodo napoleonico, quando il rifiuto di prestare il giuramento imposto dalle leggi imperiali gli costò il confino prima a Novara e poi a Milano. Rientrato a Roma dopo le vicissitudini dell'esilio e un successivo servizio come consigliere papale, concluse la sua esistenza terrena il giorno stesso del suo compleanno, il primo gennaio 1824. Nel corso dei decenni successivi la Chiesa ne ha riconosciuto la santità, proclamandolo beato per opera di papa Pio XI e canonizzandolo l'undici giugno 1950 per mano di papa Pio XII. La sua figura resta luminosa per il rigore ascetico, la fecondità dei suoi scritti devozionali e la fermezza dimostrata nella difesa della fede e della comunione con la Chiesa.
San Frodoberto visse nel corso del settimo secolo e viene ricordato come il fondatore e primo abate del monastero di Moutier-la-Celle, situato nel territorio storico della Neustria, nella odierna Francia. Nacque nella città di Troyes, nella regione della Champagne, dove i suoi genitori lo affidarono alla scuola episcopale diretta dal vescovo Ragnegisillo, il quale lo avviò al clericato e lo inviò presso l'abbazia di Luxeuil per apprendere le virtù monastiche. Nella sua vita terrena e nel cammino di fede, egli seppe unire il rigore della penitenza alla dedizione per la costruzione di luoghi di preghiera, ottenendo il sostegno dei sovrani del suo tempo e guidando una comunità monastica destinata a prosperare nei secoli.
La sua memoria liturgica si celebra il primo giorno di gennaio, nel giorno stesso della sua nascita al cielo avvenuta all'incirca nel 667, mentre la diocesi di Troyes ne solennizza il ricordo l'otto gennaio. La figura di San Frodoberto è giunta sino a noi grazie alla biografia scritta dall'abate Adsone di Montier-en-Der, che ne tramandò l'esemplarità. Nel corso del tempo, le sue spoglie mortali furono oggetto di devozione e di solenni traslazioni, sino alla ricognizione che nel diciannovesimo secolo ne dispose la custodia nella chiesa di Saint-André, confermando il legame profondo tra il santo abate e la sua terra d'origine.
Il Beato Ugolino da Gualdo Cattaneo visse nel corso del quattordicesimo secolo come eremita in Umbria, dedicando la propria esistenza alla preghiera, al silenzio e al lavoro manuale. La sua figura spirituale si staglia con intensità nel borgo fortificato di Gualdo Cattaneo, situato tra le valli Umbra e Tiberina, un luogo che storicamente ha rivestito un ruolo geografico strategico e che oggi custodisce gelosamente la sua memoria e le sue reliquie. Sebbene le informazioni biografiche giunte fino a noi siano scarse, esse si rivelano ampiamente sufficienti a descrivere la profonda santità di questo uomo di fede, che fu fondatore e priore laico dell'eremo di San Giovanni nella selva di Onterio.
Nel corso dei secoli, il culto tributato dalla comunità locale al Beato Ugolino si è mantenuto vivo e radicato, alimentato da pellegrinaggi e dalla fama di grazie concesse presso la sua tomba. La Chiesa cattolica ha riconosciuto ufficialmente questa venerazione nel millenovecentodiciannove, confermando il culto tributato ab immemorabili al beato. Ancora oggi, la sua testimonianza di vita eremitica continua a ispirare i fedeli, che ne celebrano la memoria liturgica il primo giorno dell'anno e rinnovano la devozione popolare anche nei festeggiamenti solenni che si svolgono all'inizio del mese di settembre.
I beati Giovanni Battista e Renato Lego, sacerdoti francesi del XVIII secolo, incarnano la fedeltà incrollabile al mandato evangelico in un tempo di profonda lacerazione sociale e politica. Nati a La Flèche, rispettivamente nel 1764 e nel 1766, condivisero il medesimo ministero sacerdotale nella diocesi di Angers e la medesima sorte gloriosa. La loro memoria è indissolubilmente legata alla testimonianza resa al Vangelo, vissuta con la consapevolezza che il servizio alla Chiesa richiede, talvolta, il dono supremo della propria esistenza.
Essi sono ricordati per aver opposto un fermo rifiuto al giuramento alla Costituzione Civile del Clero, scelta che li condusse dinanzi ai tribunali rivoluzionari del loro tempo. Condannati a morte, affrontarono il martirio ad Angers il primo gennaio del 1794, venendo ghigliottinati per la loro ferma adesione alla fede cattolica. Beatificati il 19 febbraio 1984 da san Giovanni Paolo II, i fratelli Lego rimangono icone di coraggio spirituale, richiamando ogni fedele alla coerenza tra la propria vocazione e le scelte quotidiane, anche quando queste comportano il prezzo dell'esclusione o della sofferenza personale.
Sant' Odilone nacque in Alvernia tra il 961 e il 962, figlio minore di una famiglia numerosa che decise di consacrarlo al servizio religioso nella collegiata di Santissimo Giuliano di Brioude, dove divenne canonico. Chiamato a Cluny da San Maiolo e confermato da un'elezione canonica, guidò la celebre abbazia come abate dal 994 fino alla sua morte, avvenuta a Souvigny nella notte tra il 31 dicembre e il primo gennaio 1049. La sua esistenza fu interamente consacrata all'amore per Gesù Cristo, alla pace sociale e alla compassione verso i poveri e i sofferenti.
Egli impiegò la propria autorità per guidare la Chiesa nel corso dell'undicesimo secolo, istituendo la commemorazione liturgica dei fedeli defunti e fondando una rete monastica di vaste proporzioni. Venerato nei monasteri cluniacensi e ricordato nel Martirologio Romano alla data del primo gennaio, Sant' Odilone rimane una figura fondamentale della storia cristiana per la sua misericordia operosa e la dedizione spirituale.
Il Beato Giovanni da Montecorvino, insigne monaco e missionario del tredicesimo secolo, nacque nel 1247. La tradizione e le fonti storiche dibattono sulla sua esatta origine, oscillando tra Montecorvino Rovella nel Salernitano e Montecorvino di Puglia nella Daunia, vicino a Lucera. A sostegno dell'origine pugliese viene citata la testimonianza di fra Elemosina, suo confratello e contemporaneo, che nel suo Chronicon lo definì con l'espressione latina Frater Ioannes de Montecorvino Apuliae. Fra Giovanni Marignolli, altro celebre confratello e missionario contemporaneo, scrisse che in gioventù fu soldato, giudice e dottore per l'imperatore Federico, e che sarebbe entrato nell'Ordine dei Frati Minori all'età di settantadue anni. Tuttavia, queste informazioni sulla tarda entrata nell'ordine e sul servizio all'imperatore sono ritenute inesatte e probabilmente attribuibili a errori dei copisti. A fare chiarezza parzialmente intervenne lo stesso Giovanni, il quale in una lettera scritta nel gennaio del 1305 dichiarava di avere cinquantotto anni e di essere religioso e missionario da più di vent'anni. Egli trascorse comunque la giovinezza nello stato laicale prima di votarsi interamente alla vita religiosa e alla diffusione del Vangelo.
La sua straordinaria opera apostolica lo condusse a solcare le terre d'Oriente, dall'Armenia e dalla Persia fino alla lontana Cina, dove fu il primo a piantare saldamente la croce di Cristo. Fra Elemosina lo ricorda come un devoto imitatore di San Francesco, severo nell'osservanza della Regola e fervido nell'insegnamento e nella predicazione, mentre fra Giovanni Marignolli lo definì molto dotto e sapiente. Le sue fatiche missionarie portarono alla conversione di migliaia di anime, alla fondazione di chiese e monasteri e alla nascita della prima gerarchia cattolica in terra cinese. Guida saggia e infaticabile, resse la sede arcivescovile e primaziale fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 1328 a Khambalik, la moderna Pechino. La sua memoria liturgica si celebra il primo gennaio, giorno in cui il Martirologio Francescano ne onora la santità e l'indomito spirito apostolico.
San Giuseppe Maria Tomasi nacque a Licata il 12 settembre 1649, discendendo dalla nobiltà siciliana del diciassettesimo secolo come primogenito di don Giulio, duca di Palma e principe di Lampedusa, e di donna Rosa Traina. Ricevette una solida formazione cristiana e umanistica, apprendendo le lingue moderne e in particolare lo spagnolo, poiché i familiari lo avevano destinato a servire come paggio alla corte del re di Spagna. Tuttavia, maturò ben presto la vocazione al sacerdozio e, ottenuto il consenso dei genitori nel 1664, fece il suo ingresso tra i padri Teatini, ordine fondato nel 1524 da san Gaetano da Thiene. Indossò l'abito religioso nella chiesa di San Giuseppe a Palermo e, il 25 marzo 1666, rinunciò a ogni sostanza e titolo feudale in favore del fratello don Ferdinando.
Nel corso della sua esistenza, unì una profonda dedizione alla ricerca liturgica e agli studi biblici con un'intensa attività accademica, pastorale e sacerdotale, senza mai tralasciare la vita comunitaria e l'insegnamento del catechismo ai fanciulli. Scelse di firmare le proprie opere con il cognome della nonna paterna, Giuseppe Caro, per sfuggire alla notorietà e alle lodi terrene. Nominato cardinale da papa Clemente XI il 18 maggio 1712, si spense a Roma il 1° gennaio 1713, lasciando un'eredità spirituale e liturgica di immenso valore che lo rese un insigne precursore della Riforma liturgica.
San Sigismondo Gorazdowski, nato nel diciannovesimo secolo e vissuto fino al ventesimo secolo, fu un sacerdote che dedicò l'intera esistenza al servizio degli ultimi e alla cura dei bisognosi. Nato nella Polonia orientale, visse una giovinezza segnata dalla sofferenza fisica a causa della tubercolosi, una malattia che affrontò con profonda fiducia in Dio prima di giungere al sacerdozio. Svolse il suo ministero in diverse comunità della Galizia e successivamente a Leopoli, distinguendosi per un impegno caritativo straordinario e instancabile.
Egli è ricordato soprattutto per aver fondato numerose istituzioni di assistenza, tra cui mense, case di cura e opere educative, guadagnandosi in vita l'appellativo di padre dei poveri. La sua testimonianza di carità evangelica e di dedizione coraggiosa verso i malati e i reietti ha lasciato un segno profondo nella Chiesa. San Sigismondo Gorazdowski è celebrato il primo gennaio ed è riconosciuto come un autentico apostolo della misericordia divina.
Santa Zdislava, nata nel 1220 a Krizanov in Moravia, rappresenta una luminosa testimonianza di santità vissuta nel cuore della quotidianità domestica del XIII secolo. Sposa del feudatario Gallo di Lemberk, Zdislava seppe coniugare la cura dei doveri coniugali e familiari con una profonda dedizione verso i più fragili, divenendo un punto di riferimento spirituale e caritatevole per il suo tempo. La sua esistenza, seppur breve, si concluse nel 1252 a Jablonné in Boemia, lasciando un'eredità di fede concreta e operosa.
La memoria di Zdislava è legata indissolubilmente alla sua appartenenza al Terz'ordine domenicano, che ispirò il suo impegno costante nella fondazione di monasteri e nel soccorso solerte verso i poveri e i malati. Canonizzata da Papa Giovanni Paolo II nel 1995, ella è oggi venerata come protettrice delle famiglie, un modello di sposa e madre che ha saputo elevare le proprie mansioni terrene a un autentico cammino di perfezione cristiana, offrendo conforto e sostegno a chiunque bussasse alla sua porta in cerca di sollievo.
Il Beato Valentino Paquay, ricordato nel diciannovesimo secolo e nei primi anni del ventesimo secolo, fu un insigne sacerdote appartenente all'Ordine dei Frati Minori. Nato in Belgio, visse una vita interamente consacrata a Dio e al servizio del prossimo, radicando la sua esistenza spirituale nella preghiera quotidiana e nell'amore per le piccole cose. La sua figura è profondamente legata alla città di Hasselt, dove svolse la gran parte del suo ministero pastorale e dove la sua memoria rimane viva per la straordinaria dedizione al confessionale, guadagnandosi l'appellativo di instancabile ministro della riconciliazione e della misericordia divina. La Chiesa cattolica ne riconosce la santità e l'eroicità delle virtù, ricordandolo come un modello luminoso di carità cristiana.
La sua esistenza fu un cammino costante verso le altezze della perfezione cristiana attraverso la via dell'umiltà e della semplicità evangelica. Egli promosse con fervore la devozione alla Santissima Eucaristia e al Sacro Cuore di Gesù, anticipando con il suo apostolato i frutti di rinnovamento spirituale poi fioriti nella Chiesa universale. Nel corso della sua esistenza terrena seppe unire una intensa attività di predicazione a una profonda contemplazione dei misteri della Passione del Signore e alla devozione per la Vergine Maria. La sua testimonianza continua a ispirare i fedeli che si rivolgono alla sua intercessione per riscoprire il valore della grazia e della fedeltà quotidiana al Vangelo.
Nel corso del ventesimo secolo la Chiesa ha custodito la testimonianza luminosa del sacerdote salesiano e martire Beato Andrea Gomez Saez, la cui vita si è compiuta nell'offerta suprema per la fede durante le drammatiche vicende della guerra civile spagnola. Nato nella terra di Valencia e cresciuto nell'adesione generosa al carisma di San Giovanni Bosco, egli ha speso i suoi giorni nel ministero sacerdotale, nell'insegnamento e nella cura fraterna, condividendo il cammino di fede della Famiglia Salesiana fino all'estremo sacrificio della vita sulla terra di Santander.
La memoria di questo fedele discepolo del Signore è affidata alla preghiera della comunità cristiana nel giorno del suo transito al cielo, avvenuto all'inizio del mese di gennaio dell'anno 1937. La Chiesa ne riconosce la testimonianza eroica attraverso la beatificazione celebrata a Roma nel corso del mese di ottobre del 2007, inserendo la sua figura nel novero dei martiri che hanno sigillato con il sangue la fedeltà a Cristo e alla Chiesa.
Il Beato Lojze Grozde, nato in Slovenia nel maggio del 1923, visse una giovinezza segnata dalla povertà, dall'assenza della figura materna e da una profonda ricerca spirituale che lo condusse all'Azione Cattolica e a una intensa dedizione al Regno di Dio. Consapevole dei rischi legati all'avanzata della persecuzione comunista in Jugoslavia, scelse di mettersi in viaggio per fare visita alla sua famiglia durante le festività natalizie del 1942, trovando la morte nel gennaio del 1943 a causa del suo fermo attaccamento alla fede cristiana.
Ricordato come un martire della Chiesa cattolica, il suo nome è divenuto simbolo dei credenti perseguitati e un modello luminoso per le nuove generazioni. La sua testimonianza di purezza, il coraggio dimostrato durante le torture e la fama di santità che ha accompagnato la sua memoria hanno trovato pieno riconoscimento nella solenne beatificazione celebrata in terra slovena.
La Beata Carmen Godoy Calvache de Colomina visse nel corso del ventesimo secolo come madre, vedova e martire della fede cristiana, offrendo la sua esistenza fino all'estremo sacrificio per difendere i suoi fratelli nella fede ad Adra, nella provincia di Almería, in Spagna. Nata nel 1888 e battezzata nella chiesa parrocchiale dell'Immacolata, visse un'intensa esistenza dedita alla famiglia, alla carità operosa verso i pescatori locali e alla stretta collaborazione con il parroco locale, don Luis Eduardo López Gascón. Rimasta vedova a trentasette anni con i figli da crescere dopo la morte del marito Antonio María Colomina Bignati, seppe guidare la sua casa nella luce del Vangelo, distinguendosi per la giustizia verso i dipendenti e per la generosità nel sostenere il restauro della chiesa incendiata nel 1932. Per questo suo luminoso impegno ecclesiale divenne bersaglio della persecuzione anticlericale, affrontando con eroica fermezza mesi di spietate torture e umiliazioni pur di non rivelare i nomi dei benefattori della parrocchia. La sua testimonianza di sangue si concluse nella notte tra la fine del 1936 e l'inizio del 1937 nella zona lagunare dell'Albufera de Adra, dove fu sepolta ancora viva all'età di quarantanove anni.
La Chiesa cattolica custodisce con profonda devozione il ricordo di questa coraggiosa donna spagnola, la cui memoria liturgica si celebra il primo gennaio di ogni anno. Carmen Godoy Calvache appartiene al gruppo dei centoquindici martiri della diocesi di Almería, un novero prezioso che comprende anche un'altra donna, Emilia Fernández Rodríguez de Cortés, e il parroco don Luis Eduardo López Gascón. L'intero gruppo dei centoquindici martiri è stato proclamato beato il 25 marzo 2017 nel corso di una solenne cerimonia celebrata ad Aguadulce, nei pressi di Almería. La sua figura risplende oggi come modello luminoso di fedeltà cristiana, di amore incondizionato per la Chiesa e di strenua difesa della verità e della giustizia anche di fronte alle prove più dolorose e disumane.
A Roma, sant’Almachio, che, opponendosi agli spettacoli gladiatori, per ordine del prefetto di Roma Alipio fu ucciso dai gladiatori stessi e così ascritto tra i martiri vittoriosi.
San Chiaro
Abate di S. Marcello di Vienne
A Vienne in Burgundia, nell’odierna Francia, san Chiaro, abate del monastero di San Marcello, che lasciò ai suoi monaci un esempio di perfetta vita religiosa.
Beato Mariano (Marian) Konopinski
Sacerdote e martire
Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, beato Mariano Konopiński, sacerdote e martire: polacco di nascita, offrì la sua vita per Cristo Signore patendo dai medici crudeli atrocità.
San Davide III il Restauratore
Re di Georgia
Beata Caterina Solaguti
Vergine mercedaria
San Severino Gallo
Martire mercedario
San Paracoda di Vienne
Vescovo
Beato Bernardo
Abate di Cîteaux
Beato Girolamo Ginelli da Ancona
Francescano
Dal Martirologio Romano
Nell’ottava del Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria: i Padri del Concilio di Efeso l’acclamarono Theotókos, perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome. — Martirologio Romano